Il 14 maggio Lega e Movimento 5 Stelle hanno respinto la proposta del Pd di attuare un emendamento al ddl riguardante la riduzione dell’Iva sugli assorbenti dal 22 % al 5 %.

Quando Gaia Tortora, conduttrice della trasmissione Omnibus (La7), ha domandato le ragioni della bocciatura all’esponente M5S Francesco D’Uva, questi avrebbe avanzato ragioni forzatamente ambientaliste, quali “gli assorbenti inquinano”, permettendosi di dar consigli –a dir poco irriverenti– alle donne: “Ci sono delle possibilità non inquinanti, come le coppette mestruali e i pannolini lavabili“. (I “pannolini lavabili” sarebbero quelli che usavano le nostre nonne). La conduttrice non ha reagito, è rimasta in silenzio, allibita, per poi liquidarlo con un “lasci perdere…”.

Forse a D’Uva è sfuggito che anche le coppette igieniche rientrano nella pink tax. In quanto uomo, prima di avanzare un tale suggerimento, avrebbe potuto almeno informarsi meglio: infatti spesso la coppetta mestruale non basta e, per precauzione, si ha comunque bisogno di un salva slip; inoltre, per una donna che sta fuori casa tutta la giornata, non è poi così comodo lavare e reintrodurre la coppetta in bagni pubblici.

S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!

Non sembra poi così lontana la frase che la regina Maria Antonietta di Francia avrebbe rivolto al popolo in protesta per la mancanza di pane:

Non hanno assorbenti? Che usino le coppette mestruali (o i pannolini lavabili)!

In tutto il mondo viene chiamata tampon tax pink tax. In molti Paesi, anche meno sviluppati economicamente, gli assorbenti vengono considerati un bene di prima necessità. La cosiddetta “tassa rosa” è azzerata in Kenya, India, Malaysia, Nicaragua, Uganda, Tanzania, Australia; negli Usa in Connecticut, Florida, Maryland, Massachussetts, Pennsylvania, Minnesota, New Jersey, Illinois e New York. In Europa è al 10% in Spagna, al 5% nel Regno Unito e a Cipro, al 5,5% in Francia, al 6% in Portogallo, Olanda e Belgio.

In Italia invece gli assorbenti sono ancora un bene di lusso: dal 1972 l’Iva è ferma al 22%, percentuale fissata da un decreto del Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Il deputato Giuseppe Civati nel 2016, fondatore e primo segretario di Possibile, aveva già posto la questione, proponendo una riduzione al 4%, la quale però ottenne solamente derisione sui social da parte degli altri politici.

Il problema è che in Italia l’argomento viene ancora considerato tabù: qualcosa di ripugnante, di cui ci si debba occupare il meno possibile.

È nella natura di ogni donna avere il ciclo mestruale ogni mese per almeno trenta o quarant’anni. Non voler ridurre la tassa sugli assorbenti significa ignorare i bisogni primari del corpo femminile. Una confezione di assorbenti costa in media quattro euro, e spesso un pacco non basta per un ciclo mestruale: si tratta di un costo mensile rilevante per una donna, soprattutto se giovane. Un dolore aggiunto a quelli “fisiologici” del ciclo, ma nessuno sembra interessarsene.

Non bisogna certo ignorare che gli assorbenti siano inquinanti ma, in attesa di altre soluzioni, questa non può essere una giustificazione alla bocciatura dell’emendamento. Tant’è che la Commissione Europea li ha eliminati dalla lista dei prodotti che dovrebbero essere tassati per l’impatto ambientale proprio perché in Paesi come l’Italia, gli assorbenti sono tassati eccessivamente.

L’imprenditrice Riccarda Zezza, propone nell’articolo Ma con i tartufi non si fanno i bambini su “Il Sole 24 Ore” (17 maggio 2019), di interpretare tale emendamento come un ulteriore contributo al Decreto Crescita di questo governo, che pone come obiettivo l’aumento delle nascite. Senza le mestruazioni non ci sarebbero nascite ed è importante fare in modo che tutto ciò che può essere necessario alle donne in questo periodo del mese, sia un bene di consumo, non di lusso. O perlomeno proporre il livellamento dell’Iva: 10% tanto sui rasoi quanto sugli assorbenti. Insieme, certamente saremo più convincenti.

A muoversi in prima linea sono state le studentesse di molte università italiane. L’iniziativa, promossa da Rete della Conoscenza, network delle associazioni studentesche, ha avuto inizio a partire dalla mobilitazione dell’8 marzo in onore della festa della donna. Si sono moltiplicati cartelli e scritte di protesta; frequente il motto scritto in rosso: “Il ciclo non è un lusso e non è una scelta!”. In alcune università le mobilitazioni hanno portato all’installazione nei bagni di tampon box, cioè distributori di assorbenti.

Prima in Italia, l’Università Statale di Milano, ha approvato l’installazione dei distributori: ciascun assorbente costerà 10 centesimi (contro 0,25 centesimi, costo medio di un assorbente oggi), anche se  il vero obiettivo è la distribuzione gratuita. La mozione è stata sottoposta al consiglio amministrativo dell’università e approvata il 28 marzo. Ancora poco tempo e le circa 40 mila iscritte all’università potranno usufruirne.

Finché non si attueranno provvedimenti concreti, l’Iva sugli assorbenti  rimarrà al 22%: l’ennesima dimostrazione di quanto la politica italiana sia poco interessata alle questioni di disuguaglianza di genere.