La libertà umana, nelle sue occorrenze concrete, appare come codificata in una realtà limitata e rigidamente organizzata. Sembra quasi che le nostre libere azioni e volontà possano essere rappresentate in stringhe di codice che, favorevoli o meno al data-set del mondo, si incastrino nelle contingenze di un ambiente deciso all’esterno, all’aria aperta, dove non c’è nessuno che realmente decide. L’esercizio dell’essere umano è quello di acchiappare una congiunzione, affrontare un linguaggio interrelazionale e intercosale oscuro, al debole vantaggio di ricavare un adattamento, un incastro, una soluzione di continuità. Si parla del mondo contemporaneo, soprattutto: un Mondo Nuovo, nella complessa ottica del digital, che ridisegna in maniera del tutto autonoma i concetti di spazio, tempo e soggettività.

Un essere umano, intrinsecamente libero, che si muove in uno spazio digitale, è libero per molto meno tempo e a molte più condizioni che in un mondo analogico. Tutto ciò apparirà più chiaro se, col filosofo Cosimo Accoto, percepiamo la necessità di reinterpretare delle intuizioni pure come quelle di spazio e tempo come modelli fluidi di organizzazione tecnologica. Ciò che ogni pensiero sull’essere umano ha ritenuto come inscalfibile, hard-wired, è invece estremamente mobile e spaventosamente culturale. È possibile che il tempo di Bergson, Einstein, Newton, Agostino, Seneca e Aristotele non sia più un’idea per cui si possa stabilire un riferimento nel nostro secolo. Il tempo, lo spazio e la soggettività tradizionali potrebbero esser stati resi dall’industria e dalla società del digitale delle forme tanto plastiche, destrutturate e removibili, da concedere come unica sfida intellettuale in loro merito quella di superarle. La libertà, il suo ambiente e le sue intuizioni come intrinsecamente, essenzialmente altro.

Intanto partiamo con l’accorpamento di concetti – o meglio con l’assorbimento: non c’è spazio fisico, duro o rigido che non sia o non possa essere uno spazio digitale. Lo spazio hard-wired come funzione del codice-software. Ognuno di noi sa, nel nostro secolo – come se si trattasse di un’intuizione spontanea – che le conoscenze pratiche e teoriche intorno al mondo hanno a che fare non con un intreccio di meccanismi e leggi primitive, ma con una rete d’informazione plastica e variabile che è data alla sola decodifica basata su codici e vocabolari nuovi.

John Wilkins, nel ‘600, teorizzava un ancestrale linguaggio universale, e Leibniz, qualche anno dopo, si richiamava a degli originari universali metafisici; colui che Y.N. Harari ha definito Homo Deus, più vicino a un cyborg che ad un barbuto pastore nietzscheano, si serve di linguaggi di codifica e decodifica che attecchiscono su un pianeta digitalizzato proprio perché sopravvengono sulla sua struttura stocastica, probabilistica, matematica, statistica. Se il linguaggio, come nel Cratilo platonico, emerge dalle condizioni intelligibili che ne determinano la natura e al contempo definiscono l’ontologia del referente; esso non potrà che essere complesso, distribuito e non-uniforme, in un pianeta in cui le velocità dell’informazione determinano intenzioni e tasks sempre orizzontalizzate nel futuro piuttosto che verticalizzate nel presente. È per questo che spazio fisico e spazio digitale sono equiestensionali e ugualmente denotanti: con l’introduzione di tecnologie relative alla domotica, all’ingegneria ambientale, alla topografia digitale… siamo riusciti a incorporare le capacità computazionali dei nostri computer dentro oggetti e ambienti.

Nel corso del tempo lo spazio ha imparato a non definirsi più sul principio della sua estensione, ma su quello dell’accoglienza di uno spazio mediatico, sociale, reticolato, rispetto ad esigenze connettive. È così chiaro come lo spazio, tradizionalmente associato alla stasi  (l’idea di un contenitore di fenomeni), si trovi intrinsecamente inglobato in un’aperta dinamica generativa, che lo ridisegna ogni volta come luogo di sensibilità di molteplici e talvolta incoerenti codici. Lo spazio di una mail, di una lettera cartacea, è uno spazio che attualmente è il referente di un codice obsoleto, di un linguaggio morto, uno spazio quasi deserto, percorso solo da nostalgici, tali come il dilettante della lingua aramaica o l’appassionato di cultura funeraria.

Lo spazio è stato sempre caratterizzato, infatti, dal suo essere l’oggetto e persino il prodotto di un codice. Solo che i codici, nella cultura contemporanea, sono tremendamente mutati. Il genere umano, allo stato attuale delle cose, è in grado di produrre in due giorni lo stesso quantitativo di dati (per questo, Big Data) che ci sono occorsi per evolverci dalle origini della civiltà all’anno 2003.

Il 90% dei dati (espressioni codificate di informazioni) disponibili è stato creato negli ultimi 5/6 anni. Ogni giorno 1 esabyte di dati, l’equivalente di 250 milioni di DVD. Da questi numeri risulta chiaro come uno spazio e un tempo che per migliaia di anni sono stati caratterizzati da viaggi lunghissimi e attese infinite, ora si trovino profondamente mutati nella loro intuizione originaria, sradicati da quello che si credeva essere un territorio puro di appartenenza concettuale. Quel fenomeno che tecnicamente viene chiamato transuduzione dello spazio fisico in spazio-codice non è una semplice fusione, perché lo spazio fisico è solo uno spazio-codice poco complesso, adatto alla fisica classica, ai viaggi in carovana e alle corse sui prati, ma non agli ordini su Just Eat, alla navigazione su Google e alle operazioni della borsa di Hong Kong. Se lo spazio è generalmente un codice, esso può fallire, può dar luogo a piccoli e grandi misunderstanding: lo spazio necessario all’arrivo di un messaggio in trincea fallisce se la distanza è troppo lunga e gli effetti nefasti tragicamente immediati; lo spazio di una prenotazione su TheFork fallisce se non c’è connessione internet. Se poi si nota che, ancor più per gli spazi-codice più recenti, il concetto di spazio è solo un espediente linguistico per quello che concretamente è il risultato di una complessa intersezione di spazio-tempo-soggettività-alterità; allora la questione sull’ontologia delle cose assume forme più complesse della semplice res extensa in cui siamo sempre stati convinti di orientarci.

Anche se abbiamo usato come esempio lo spazio, forse sarebbe più interessante e coinvolgente interrogarsi sulla natura della soggettività-digitale, su cosa resta di quella res cogitans originaria, lo spazio della coscienza, la cosiddetta “prima persona singolare”. Basterà semplicemente trasporre l’argomento precedente a un campo più esteso: il soggetto diventa (o è sempre stato, anche se in maniera eccessivamente minore) un agente elementale, un condizionato di presenza determinato dall’organizzazione comportamentale di reti sensoriali e cognitive occasionalmente familiari. Tutto – dallo spazio, al tempo, al soggetto – assomiglia più a una nuvola, a una rete, a un processo, che a un vaso, a un ente o a un flusso lineare, come volevano le metafore di tempi ormai passati. I concetti puri e intuitivi della nostra epoca sono e continuano rapidamente ad essere riscritti nelle più intime proprietà; e l’accumulo di colossali quantità di dati e l’accrescimento della capacità di calcolo di software potenzialmente onniformativi non potrà che portare, insieme alla rivoluzione del mondo, ad una sovversiva sedizione del pensiero.

Ognuno di noi sarà costretto, poi, a pacificarsi con un presente che mai nessuno, prima di noi, ha conosciuto.


Fonti:

C. Accoto, Il mondo dato, Egea, Milano, 2017

M. du Sautoy, The Creativity Code, HarperCollinsPublishers, London, 2019

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