Arte da Rubare è un collettivo di artisti che lascia in strada le opere, permettendo a chiunque di appropriarsene: il pubblico, rubando l’opera, diventa allo stesso tempo il soggetto principale della performance artistica. L’atto di rubare si trasforma quindi in creare:

tu diventi l’artista rubando le nostre opere.

Abbiamo intervistato Marco Cantarelli, in arte Canz-52, artista romano da cui nel 2005 è nato il progetto.

COME TI È VENUTA L’IDEA?

«Avevo da tempo molta voglia di interagire con il pubblico, un pubblico inconsapevole del tipo di performance che stavo mettendo in atto. E quale miglior pubblico di quello della strada? Un pubblico a digiuno, abbastanza eterogeneo, con persone che, per motivi di tempo, denaro o cultura, spesso non sono nemmeno abituate a fruire dell’arte. Come i miei genitori, due operai che hanno sempre lavorato dalla mattina alla sera e culturalmente non possedevano un’abitudine al museo. Questo tipo di inclusione cerca di mostrare qualcosa di elaborato anche alle persone comuni, impreparate a vedere l’arte.

Normalmente in un museo entriamo preparati: è una giornata in cui siamo mentalmente predisposti a quello che vedremo, anche se è provocatorio. Quando andiamo a un vernissage sappiamo quello che ci aspettiamo. In questo tipo di situazioni ormai la predisposizione è tutt’altro che artistica: vengono organizzate per vendere, per incontrare i grossi compratori, i galleristi, i giornalisti… ciò mi ha fatto ancora più rendere conto dell’importanza di un’apertura nel mondo dell’arte. Non che io sia contro i musei, perché comunque sono una forma di protezione tradizionale per le opere, un luogo di istruzione, chi è che non è mai andato a visitare musei con la scuola? E le gallerie permettono di vendere, di creare un circuito artistico, per la sopravvivenza degli artisti stessi.

Volevo però creare oltre a tutto ciò un linguaggio alternativo. A differenza della street art, che attualmente è in uno dei suoi momenti di massima espressione e forse anche a rischio di decadimento perché oggetto di sfruttamento sfrenato, quello che faccio io è molto più simile a ciò che avviene in un museo o una galleria, ma portato in un altro ambiente. Un po’ il gioco consiste nel portare in strada qualcosa che ha un valore, quindi una scultura, un quadro, qualcosa per la quale c’è stato un impegno “realizzativo” e creare una situazione destabilizzante per il pubblico, che non è abituato ad avere cose gratuite a disposizione.

Infatti, quando è cominciato questo tipo di performance i quadri, le sculture erano lasciati senza nessun avviso, solamente un messaggio sul retro, in cui c’era scritto che l’opera poteva essere presa e in cambio ci aspettavamo un messaggio, magari con delle fotografie della nuova collocazione dell’opera, un po’ per seguirla nella sua nuova vita. Visto che spesso inizialmente questo non scaturiva una risposta, abbiamo cercato di forzarla sempre di più, proprio perché le persone sono incredule e disabituate a qualcosa di gratuito. Quindi abbiamo cominciato a mettere delle etichette anche frontali che avvisavano che queste opere si potevano prendere, che il progetto si chiamava Arte da rubare. Eppure, molto spesso le opere non vengono prese lo stesso: questo dimostra che ci troviamo di fronte a un pubblico impreparato, inconsapevole.

Lavorare con questo tipo di pubblico, farlo diventare attore principale è il perché di questa performance. Rendere il pubblico un performer e porre l’opera come oggetto secondario. L’opera è solo un elemento attrattivo, potrebbe essere per assurdo un prosciutto attaccato a un palo, che fa scaturire l’interesse nel pubblico e gli fa fare a sua volta una performance. L’arte si trasforma veramente nell’oggetto secondario, l’interesse è anzitutto verso il pubblico, vogliamo cogliere quali sono le emozioni in cambio del furto dell’opera. Spesso abbiamo visto le espressioni delle persone, la gioia, la contentezza, lo stupore e quello è stato per noi un momento prezioso.

Come si chiude poi il cerchio di tutto quanto? Quando la persona che ha capito che la cosa era prevista tornando a casa ci scrive ed entra in contatto con noi: così si forma un continuum con chi ha preso l’opera. I messaggi sono importantissimi perché congelano per iscritto il parere, le emozioni e tutto quello che ha provato la persona, anche se magari noi non eravamo presenti in maniera fisica quando è stata trovata l’opera d’arte.»

COME FUNZIONA?

«Lasciamo delle opere di qualsiasi tipo in strada, che siano sculture, installazioni, quadri… con un messaggio sul retro che spiega che sono state lasciate volontariamente per essere rubate. Poi aspettiamo nascosti. Nella moltitudine dei passanti distratti o di fretta, c’è qualcuno che magari viene colpito, può avvenire un innamoramento reciproco fra un passante e l’opera: ed ecco che la persona rompe le regole e la prende. La percentuale delle persone che dopo aver preso l’opera ci scrive è bassa: è un po’ un percorso selettivo. Molte delle opere che lasciamo per strada vengono perse – forse in passato venivano perse in maniera maggiore – ma anche questo fa parte del rischio e del gioco: l’opera magari viene distrutta o presa dagli operatori netturbini o cade o si rompe.

Ma può avvenire qualsiasi cosa. È capitato ad esempio che una speaker radiofonica andata a casa di un’amica abbia visto un mio quadro e abbia chiesto all’amica se questa dopo aver rubato l’opera ci avesse scritto. Risposta negativa: un po’ per vergogna, un po’ per dimenticanza. Allora la speaker ha deciso di rispondermi al suo posto e poi mi ha invitato e intervistato in radio: quindi le storie continuano, non si fermano necessariamente alla prima persona che ruba l’arte. Si possono creare un sacco di sviluppi successivi.

Altro esempio: una studentessa universitaria che si trasferiva mi ha scritto dicendomi che non poteva portare i miei quadri con sé e io le ho suggerito di rimetterli in strada, dove sono stati rubati nuovamente. Altre persone invece non mi hanno avvertito, ma hanno comunque rimesso per strada i quadri: così ho trovato un nuovo messaggio, magari di un quadro rubato cinque anni prima da un’altra persona. Le persone cominciano ad appropriarsi di questo linguaggio e si crea un ciclo infinito.»

CHI È STATO IL PRIMO A RISPONDERE?

«Il primo messaggio ricevuto è stato molto buffo; una ragazza mi ha scritto:

grazie per l’istigazione a delinquere, fanculo al Guggenheim, se servono altre tele fammi sapere.

Questo è successo nel 2005 e ha scatenato la mia voglia di continuare: non mi sono mai stancato, perché è più divertente ed entusiasmante quando le persone non sono consapevoli.»

QUANTE OPERE HAI ABBANDONATO NEL TEMPO?

«Non ho più il conto delle opere lasciate, sono centinaia. Soprattutto quando all’inizio usavo la tecnica stencil, c’era una più alta percentuale di replicabilità, avevo fame di far conoscere questo fenomeno e all’epoca era più difficile. Nel 2005 non c’erano ancora i social: le mie opere venivano rubate, sparivano e non si sapeva nulla della cosa, non c’era il fenomeno della pubblicazione e condivisione sui social network.»

COME SI È POI FORMATO IL COLLETTIVO? ADESSO QUANTI E CHI SIETE?

«Il collettivo si è poi formato perché io credevo fortemente che questa idea andasse condivisa, da portare avanti tutti insieme. Sicuramente non ho il primato assoluto sull’idea di abbandonare le opere in strada, ma posso dire di aver codificato un modo tutto mio. Sono venuto a contatto diversi anni fa con un artista tedesco, perché un mio amico ha trovato in strada una tela con sopra una e-mail tedesca e me l’ha subito segnalata. Mi si è aperto un mondo: ho scritto a questo ragazzo, perché mi sono reso conto che avevamo sviluppato la stessa idea in due posti diversi del mondo. Per molto tempo siamo rimasti in contatto; un giorno mi ha detto che si trasferiva a Roma e da lì è partito tutto: ci credevamo e ci crediamo tantissimo. E così molte altre persone vedendo il nostro amore per il progetto ci hanno seguito: così è nato il collettivo. Col passare del tempo mi hanno chiesto in tantissimi di aderire: il concetto di gruppo è un po’ svanito. Ho deciso di lasciare che il progetto fosse utilizzato da chiunque seguendone le linee guida. Oggi tutti si sentono liberi di usare questo tipo di hashtag: se è senza scopo di lucro chiunque può portarlo avanti. Direi che ormai Arte da rubare non è più un collettivo ma un movimento.»

FIN DOVE SONO ARRIVATE QUESTE OPERE NEL MONDO?

«Le opere sono arrivate ovunque nel mondo; ci sono arrivati messaggi in tutte le lingue. Uno, in particolare mi ha colpito: veniva dalla Colombia, le prime righe erano un saluto nella lingua indio della zona ed è stato emozionante.»

TI È MAI SUCCESSO CHE QUALCUNO RUBASSE ALCUNE DELLE TUE OPERE NON LASCIATE IN STRADA APPOSITAMENTE?

«Qualcuno ha tentato di rubare opere durante alcune mie mostre. È successo anche durante un’esibizione come collettivo al Macro a Testaccio (Roma).»

QUAL È IL CONCETTO CHE PROMUOVI ALLA BASE DI QUESTE AZIONI? LA DEFINIRESTI PIÙ UNA PROVOCAZIONE O UNA NUOVA FORMA DI PROMOZIONE E FRUIZIONE ARTISTICA?

«Non la chiamerei provocazione perché ormai è un concetto abusato. Lo vedo più come un canale alternativo, parallelo a quelli già esistenti. Fare arte è una necessità: il fatto che fare arte non diventi una professione per alcune persone innamorate dell’arte non deve fermarle dalla produzione artistica. Questa è un’alternativa che apre porte di qualsiasi tipo: ho conosciuto una scrittrice che in cambio mi ha regalato un libro, sono stato invitato alla laurea di una ragazza… è un mondo di esperienze incredibile.»

DOVE POSSIAMO TROVARE LE VOSTRE PROSSIME OPERE DA RUBARE?

«Nessuno sa mai dove facciamo le performance: non vogliamo dare informazioni, anche se viene abbandonata un’opera non dico mai dove si trova. Preferisco rischiare che non mi arrivi nessun messaggio, che l’opera vada persa, che vada buttata. Si tratta di correre il rischio: se ci fosse un guadagno certo o una falsificazione dell’azione del furto sarebbe una cosa costruita a tavolino e di fatto non sarebbe più la moneta di scambio artistica tra autore e spettatore. Sarebbe solo una storia costruita per i social network. Invece l’autenticità è il fattore fondamentale di Arte da Rubare.»

 


FONTI

  • Intervista della redattrice a Marco Cantarelli

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