Terza candidatura al Premio Strega per Antonio Scurati, spinto – come dichiara in un’intervista a Repubblica – da un senso di “dovere civile”. Nella rosa dei dodici finalisti spicca per imponenza M. Il figlio del secolo: edito Bompiani, sfoggia in copertina un’austera M nera su sfondo bianco e intimorisce per la consistente mole di pagine (oltre 830).

In realtà, sfogliandolo, il libro respira visibilmente attraverso numerosi spazi bianchi a intervallare i brevi capitoli, scanditi a loro volta da arricchimenti documentari. La struttura del romanzo – così definito in copertina, malgrado le sue peculiarità – è infatti articolata in sintetici capitoli narrativi che portano avanti la trama intervallati da fonti come lettere, verbali, articoli di giornale o altri documenti a conferire veridicità all’impresa.

Ogni capitolo, inoltre, è aperto da una intestazione riportante data, luogo e personaggio di riferimento. A dispetto di quanto riportato erroneamente da alcuni, infatti, non si tratta di una simulata autobiografia, ma piuttosto di un romanzo corale che coinvolge oltre al protagonista della vicenda anche i suoi prossimi, i nemici, le amanti. Unici due episodi narrati in prima persona, quella di Mussolini, sono soltanto quelli in apertura e in chiusura del libro.

La narrazione abbraccia sei anni di storia, partendo dalla fondazione dei Fasci di combattimento, il 23 marzo 1919, fino ad arrivare secondo una progressione cronologica lineare al discorso tenuto da Mussolini in Parlamento, il 3 gennaio 1925, che inaugurerà un nuovo capitolo della storia italiana. È già noto che questa prima pubblicazione andrà a costituire solo il primo episodio di una trilogia che condurrà il lettore fino a piazzale Loreto. Dalla trilogia verrà anche tratta una serie televisiva, i cui diritti sono già stati acquistati da Wildside, la stessa casa di produzione delle acclamate The Young Pope e L’amica geniale.

Ma torniamo alle motivazioni di questa candidatura e alla reputazione che questo libro si sta guadagnando presso le masse e la critica.

Scurati ha espresso la sua urgenza di riportare all’attenzione questa fetta decisiva di storia italiana perché sente venir meno la “pregiudiziale antifascista”: fino a pochi decenni fa, supportare l’ideologia fascista in un dibattito politico, come di qualsiasi altra natura, era assolutamente inaccettabile e conduceva automaticamente all’emarginazione. Pregiudiziale necessaria, appunto, era dichiararsi antifascista. Oggi non è più così, accade sempre più spesso di sentire uscire anche da bocche giovani frasi che prima ci saremmo aspettati, non senza suscitare pietà e risentimento, da qualche superstite fanatico di terza età: «il fascismo ha fatto anche cose buone», oppure «l’unico errore di Mussolini è stato allearsi con Hitler».

Queste dichiarazioni per fortuna riescono ancora a indignare ma, purtroppo, non stupiscono più. Per questo motivo l’impegno di Scurati è lodevole in quanto apertamente mirato alla condanna. Ciò non vuol dire che questi intenti appaiano sventolati all’interno del testo, tra le cui righe l’autore resta invisibile e si astiene dal riportare giudizi. Non ci troviamo di fronte a un pamphlet o a un saggio politico ma a un romanzo documentario che narra le vicende storiche sforzandosi di essere esatto esimendosi da considerazioni personali. Questo distacco è rimarcato dall’uso del presente storico, che conduce il lettore lungo le vicende paragrafo dopo paragrafo, senza anticipazioni o analisi a posteriori, ponendolo sullo stesso piano dei contemporanei, privandolo del comodo diritto di sentirsi superiore alle generazioni precedenti che hanno vissuto quell’epoca permettendo che accadesse ciò che è accaduto.

Qui si colloca la capacità di Scurati di strizzare l’occhio al presente senza mai farvi apertamente riferimento. Il rischio di ricadere nella tragedia del passato, infatti, non è da imputare a singole personalità politiche dalle aspirazioni dittatoriali, ma alle masse e al clima sociale. Oggi come allora, la minaccia è da rintracciare nell’insoddisfazione popolare, nell’ignoranza, nella mancanza di atteggiamenti propositivi e nell’accettazione per inerzia dello status quo.

Davanti a una narrazione aneddotica e imparziale, che si risparmia di cadere in luoghi comuni e sterili buonismi, appare evidente anche il peso storico di figure normalmente messe a margine. Si pensi al ruolo determinante di D’Annunzio, che procede e intercede nelle vicende di Fiume come una mina vagante dai propositi imprevedibili e incoscienti; all’influenza culturale di Marinetti, sempre in prima linea nell’osannare orgiasticamente il valore della guerra. Oppure a Margherita Sarfatti, storica amante del duce, una donna di elevato spessore culturale, giornalista e critica d’arte, nonché suo punto di riferimento intellettuale (non una sprovveduta, insomma). Grazie alla sua presenza nel romanzo si rintracciano i contorni dell’uomo oltre che del personaggio politico.

Mio amore, il mio pensiero, il mio cuore ti accompagnano. Abbiamo passato ore deliziose. Se lo potrò, verrò a Tabiano. Ti amo molto, più di quanto non credi. Ti abbraccio forte, ti bacio con tenerezza violenta. Stasera prima di addormentarti pensa al tuo devotissimo selvaggio, che è un po’ stanco, un po’ annoiato, ma tutto tuo, dalla superficie al profondo. Dammi un po’ di sangue dalle tue labbra. Tuo Benito.

Lettera di Benito Mussolini a Margherita Sarfatti (pag. 185)

Trovano il loro spazio anche gli oppositori tra cui spiccano le figure di Matteotti, Turati e Bombacci, così come la testimonianza delle testate giornalistiche di partito, come l’Avanti e Il popolo d’Italia. Tutti i soggetti coinvolti saranno poi menzionati tra le pagine che chiudono il romanzo, classificati in Fascisti, fiancheggiatori e affini, Socialisti e comunisti e, infine, Parenti, amici e amanti.

In mezzo a tale ricchezza di dettagli, testimonianze e documenti e malgrado la dichiarazione in apertura: «Ogni singolo accadimento, personaggio, dialogo o discorso qui narrato è storicamente documentato e/o autorevolmente testimoniato», non sono mancate delle inesattezze storiche, per le quali rimandiamo a un intervento pubblicato da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, con relativa risposta dell’autore. Inesattezze gravi, di cui bisogna prendere atto, ma non imperdonabili se si pensa all’innegabile lavoro di ricerca storica che sorregge il libro di Scurati.

Il successo editoriale del romanzo, stabile in vetta alle classifiche, testimonia l’apprezzamento del pubblico nonostante non si tratti di un libro propriamente facile e per tutti. Lineare, aneddotico, documentario e impegnativo nella materia trattata, unica responsabile dell’andamento più o meno coinvolgente della trama, essendo privo di invenzione romanzesca. Entusiasmante per gli estimatori del genere storico, forse un po’ meno per il “lettore medio” al quale probabilmente l’autore intendeva indirizzarsi, ma non per questo meno necessario.

 

 

 

 

 

 


FONTI

A. Scurati, M. Il figlio del secolo, Bompiani, 2019

Corriere della Sera – intervento di Galli della Loggia

Corriere della Sera – risposta di A. Scurati