Primo fra tutti fu Caino, perché

“il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e l’offerta di lui”.

Da allora in poi la storia si è ripetuta nelle circostanze più varie, a partire da questioni strettamente personali fino a toccare anche la sfera sociale: stiamo parlando dell’invidia. Una definizione calzante e precisa è sicuramente quella di San Tommaso d’Aquino, che la individua come tristezza del bene altrui: nonostante quel bene dell’altro non tolga nulla a chi non ce l’ha, il suo mancato possesso provoca subito una sensazione negativa, rancorosa. E, curiosamente, una negatività che non si rivolge alla mano che ha dato, bensì a quella che ha preso.

Friedrich Nietzsche ne fa una questione della disparità che subentra al tentato livellamento sociale propugnato dalla morale cristiana. Sarebbe stata proprio quella morale degli schiavi, la quale indica l’invidia come peccato capitale opposto alla virtù della carità, ad aver dato motivo all’uomo di provarla. In Umano, troppo umano il filosofo scrive:

Dove realmente l’uguaglianza è penetrata ed è durevolmente fondata, nasce […] l’invidia. L’invidioso, quando avverte ogni innalzamento sociale di un altro al di sopra della misura comune, lo vuole riabbassare fino ad essa. Esso pretende che quella uguaglianza che l’uomo riconosce, venga poi anche riconosciuta dalla natura e dal caso. E per ciò si adira che agli uguali le cose non vadano in modo uguale.

Anche gli studi scientifici in materia danno ragione al filosofo del Superuomo; Richard Smith, psicologo della statunitense University of Kentucky, osserva come lo svantaggio dell’altro dia soddisfazione poiché così si placa il senso di ingiustizia che spesso è parte dell’invidia: la sfortuna sembra meritata. In questo caso, ci troviamo di fronte al processo opposto a quello dell’invidia propriamente detta: si gioisce, cioè, della sventura degli altri. Per individuare questo tipo di contentezza in tedesco esiste anche una specifica parola, Schadenfreudeletteralmente il “piacere (maligno) del male altrui”.

Tuttavia, non è solo questione di invidia: altri ricercatori, come il professor Norman Feather della Flinders University di Adelaide (Australia), individuano piuttosto nel risentimento il fattore scatenante della Schadenfreude. Se ci si trova di fronte a persone che hanno ottenuto risultati migliori dei propri, si prova invidia in ogni caso; mentre – osserva il professor Feather – si è risentiti solo nei confronti di chi dovesse avercela fatta senza impegnarsi granché. Ed è in quei casi che un’eventuale “caduta in disgrazia” è motivo di felicità per chi vi assiste. Alla spalle di questi sentimenti sta inevitabilmente il confronto, l’irresistibile desiderio di paragonarsi agli altri su cui spesso si basa la percezione della propria identità. Il lato positivo di quest’impulso irrefrenabile è che indica alla persona invidiosa cosa le interessa davvero. Lo fa notare Gordon Marino, professore di filosofia al St. Olaf College (USA):

Se siamo onesti con noi stessi, l’invidia può aiutarci a individuare il nostro concetto di bravura e, se necessario, forse anche rimodularlo. […] Oggi la gente è convinta che essere consapevoli di se stessi sia relativamente futile, che conoscersi non cambierà i sentimenti di cui siamo esperti. Forse questi scettici sanno qualcosa più di me, ma l’esperienza mi ha insegnato che se non posso scegliere quali sentimenti provare, ho però il controllo su come li recepisco e che la comprensione di sé può modificare e foggiare quei sentimenti, invidia inclusa.

Si tratta, in fin dei conti, di competizione positiva. E consegue da quello che si potrebbe definire l’aspetto positivo dell’invidia: citando il filosofo Søren Kierkegaard, l’ammirazione.

L’invidia è ammirazione segreta. Una persona piena di ammirazione che senta di non poter diventare felice abbandonandosi, sceglie di diventare invidiosa di ciò che ammira. […] L’ammirazione è una felice perdita di sé, l’invidia un’infelice affermazione di sé.

Ma dall’una all’altra faccia della medaglia, il passo è breve. Senza introspezione, il rischio di cedere al “sentimento triste”, come lo definì l’Aquinate, resta forte. Lo sguardo dell’invidioso finisce per distorcere la realtà, e non solo quella altrui:

egli ritrova anche nei propri successi i segni di questa insoddisfazione, e pretende continuamente cose che sembrano dargli soddisfazione, ma che, in fondo, accendono sempre più la sua arsura interiore.

scrive ancora un giovane Nietzsche.

In questo senso, infine, l’invidia è anche preludio dell’odio. Lo suggeriva già Dante, nel Convivio prima e nella Commedia poi. È nel Purgatorio che gli invidiosi scontano la loro pena, costretti alla cecità dai fili di ferro che tengono cuciti i loro occhi: dopo una vita ad in-videre, “guardare biecamente”, la condanna a non vederci proprio più.


FONTI
Bibbia, Genesi.
S.Tommaso d’Aquino, Somma Teologica.
Dante, Convivio.
Dante, Purgatorio.
Focus 
New York Times 1, 2
S. Kierkegaard, La malattia per la morte.
F. Nietzsche, Umano, troppo umano.
F. Nietzsche, Può un invidioso essere felice?