Come si scrive la Divina Commedia? Com’era essere Annibale? Come si costruisce una cattedrale gotica? All’ultima domanda rispondeva Heinrich Heine:

per elevare una cattedrale gotica ci vuole qualcosa di più un’opinione.

Noi moderni campiamo di occorrenza ed opinioni, di ritmi esistenziali e discorsi di cenere. Qualcosa di più, a volte, può presentarsi nelle nostre tasche – o meglio, sulle nostre teste: un’idea, un lume, una guida. La contemporaneità – non è un mistero – manca di spiriti che la conducano, si lascia spesso menare a braccetto dagli eventi o, al limite, consolare da qualche antichità e qualche classico. Se la prima di queste tendenze è noia ontologica, lentezza di maitrise, la seconda è rispettabile virtù. Lo sforzo di tendere all’antico può sembrare austero, posato, plastico, ma solo perché spesso non s’intuisce il suo trucco, l’espediente linguistico che separa l’antichità dall’antiquariato: la storia è altro dalla tradizione, perché quest’ultima ha mille modi per coinvolgerci, ma spesso dannosi, mentre la prima ne ha un milione, ciascuno ineguagliabile.

È la posa tradizionale del dotto quella di soffiare via la polvere dalle Vite di Plutarco prendendone solo qualche stringa di testo (così, per ricordare di averlo fatto!); è un’incantevole merito, invece, quello di chi affonda nella storia, di chi ricalca a piedi nudi e sguardo onesto le orthai doxai, le rette opinioni del passato. Perché è questo ciò che un poeta come Heine aveva inteso: i medievali costruivano cattedrali con la forza di un pensiero opinabile ma retto, retto nella sua opinione, completo e pervasivo negli effetti e nelle cause.

Notre Dame non è tradizione, ma storia – in questo caso, storia che incendia, brucia. Solo la tarda Francia capetingia, nei germogli del suo sentimento nazionale e nelle sagge mani di uomini come l’abate Suger di Saint-Denis, Bernardo di Chiaravalle e Filippo Augusto poteva dar vita a un universale così forte, a una composizione di materia terrena e forma celeste che coerentemente e senza remore tendeva alle altezze divine. Gli architetti di Notre-Dame – ben lo ricordava Brunelleschi – sono stati materialmente in grado dell’impossibile e spiritualmente in grazia di un’idea sublime, degna di divenire storia. E così è per altri esseri umani e poeti d’opinione, non di certezza, come Leonardo e Giovanna D’Arco: individui sostenuti da rette, beate e convinte ma pur sempre opinioni, che non hanno consegnato al tempo umano la cronologia delle loro a volte evidenti illusioni, ma neanche verità incorruttibili: solo dei cippi, delle pietre capitali degne di restare lì, di non essere turbate, di essere piene dello spirito del loro tempo e di consolarci nella loro limpida onestà. Storia è questo: tempo che, nella sua pienezza spirituale, non merita di corrompersi o di essere corrotto.

Ma cos’è, dunque, che non può diventare storia? Cos’è che, anzi, dobbiamo spingere a distruggersi, di quel tempo passato da riserbare unicamente alla nostra storia?

La tradizione, che è da sempre il più letale strumento di violenza ed ossessione. “Le tradizioni sono lente a morire”, ma è nell’interesse di una morale rispettosa del futuro e del passato che gli individui di ogni tempo s’impegnino ad accelerare quest’azione. Bruno e Galilei, che, chi più sfacciatamente e chi meno, combattevano una tradizione intellettuale, non combattevano appunto la retta e universale opinione di un periodo storico, ma i lasciti sclerotizzati di un passato che opprimeva la verità, vale a dire il luogo naturale e sempre vario dell’intelligenza e delle opinioni di ogni tempo. La tradizione è letale e maschera le lentezze adattive dell’abitudine con l’appello a caotici valori del passato, che non stanno nel passato perché storici, ma solo in quanto appunto passati e appunto abituali. L’umanità, si pensa, è fresca, sempre pronta a crescere, capace di altro: ed è in virtù di questo altro, sempre intellettualmente tradotto in oltre, che l’impegno culturale di ogni società è quello di potare gli zeppi delle tradizioni che ci rallentano e procedere, nel più ricco spirito storico, verso l’acquisizione di valori sempre più universali. E qui per universale s’intende pacifico, equo, cosmopolita, aperto, tollerante.

 

La schiavitù, considerata necessaria in certe tradizioni, si è rivelata come un vizio etico radicale solo quando si è arrivati al modo di “pensare oltre” e quando si è scoperto che i richiami al Vecchio Testamento, in cui risuonava la formula obbedire al Padrone, erano serviti solo a dare ai vizi di qualcuno le vesti di porpora o le toghe da santone. Il razzismo, ineliminabile necessità morale per le teste di pochi anni fa, ora è universalmente o tendenzialmente riconosciuto come elemento di oppressione e chiusura mentale. Stesso vale per il sessismo, il fascismo e il geocentrismo: vettori sociali un tempo considerati degni solo perché tradizionali (i.e. abitudinari) e ora notati abbastanza unti e malsani da farci mordere le mani per non averci pensato prima. Ed è al prima che deve pensare la morale, ma il prima di un futuro anteriore: “avremo dovuto comportarci così”. Nessuno ha la verità in tasca, è chiaro, ma liberare la mente dalle scorie e renderla storicamente spontanea è un modo, appunto, per lasciare qualche idea alla storia.

Di mattina, scendendo le scale della metro, passiamo affianco ad un uomo sulla cinquantina che, con l’aria di chi non ha preso un caffè – ma molto più probabilmente con l’anima di chi muore un po’ alla volta – lascia a noi passanti i volantini di una lavanderia a secco; lavoro inadatto non per la sua essenza, ma se non altro per la faccia di chi lo svolgeva. Un giorno leggiamo sulla cronaca di una donna di mezza età che si è uccisa col gas perché licenziata e troppo in là con gli anni per consegnare curricula.

“Il lavoro rende liberi” (scritta posta sul cancello d’ingresso di Auschwitz)

“Chi non vuol lavorare neppure mangi” (Seconda lettera ai Tessalonicesi)

Ci capita di parlare con una persona a noi vicina, un individuo stoico, buono e troppo poco libero, che si lamenta, o meglio sbuffa e riflette sul senso di condurre la vita in quattro mura, per provvedere a qualcuno che è più come una maschera, un’azienda, un’entità. Gli/le diciamo “almeno hai un posto fisso”, ci risponde “la morte dell’anima è peggio”. Ed ha ragione, perché non resta molta anima nella violenza di dover rispondere “sissignore”, pena la deliberata elargizione di punizioni dirette o indirette. “Trasferisciti là, sennò…”, “Fai questo, oppure…”.

La tirannica e drammaticamente liberale forza dell’implicito. Lo spirito e il mitologema della competitività, del merito, nelle loro lineari traduzioni politically correct di “attento a te”, “hai il fiato sul collo”, “lascia stare l’anima e vivi come conviene”. Il lavoro, come la schiavitù, il fascismo e il geocentrismo, è un terribile strumento di oppressione, che “debilita l’uomo” e consegna ore ed ore della nostra esistenza al servizio e ad una competizione a cui, checché se ne dica, nessuno è naturalmente portato.

Ma come è possibile un mondo senza lavoro?

È possibile perché è morale. Come sarà, poi, ce lo dirà la storia. Più o meno bravo che sia il futurologo, egli non può raccontarci che pieghe e che contesti prenderà il futuro. Ma le linee guida delle utopie, sulle quali si basa l’intenzione di ogni onesto pensiero morale, poggiano sulle intuizioni di cosa è sbagliato e opprimente in una tradizione per trovare, almeno, la via intellettuale di superarlo.

Il tempo ci dà tempo di crescere e di organizzarci in società sempre più aperte, universali. La storia ci dà il modo di vivere le antichità remote o prossime come una fucina sempre calda di vecchie novità spirituali, che se bruciano, come Notre-Dame, fanno piangere l’intero essere umano per quello che gli è più proprio. Ma le tradizioni, che sono tuttalpiù fantasmi del passato, non gli sono proprie. Per riflettere su cosa è bene comportiamoci in due modi: navighiamo sulle spalle dei giganti e leviamo le ancore dai porti non sicuri. Lo spirito che ci guida nel tempo è ciò che ci viene semplice, spontaneo, come un bambino che affronta a parole un vecchio e violento uomo nostalgico.


Fonti:
H. Heine, Impressioni di viaggio. Italia, BUR, Milano, 2013

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