Alle 19:51 del 15 aprile di quest’anno, dopo più di un’ora dall’inizio dell’incendio nella cattedrale parigina, la guglia incandescente che svettava fino a raggiungere 93 metri di altezza si è spezzata per sempre; tuttavia, se prima era avvolta dalle grida e dai pianti dei passanti presenti e dal frastuono delle sirene delle varie gendarmerie, la stessa guglia di Notre Dame è stata poi avvolta da un inspiegabile – o forse spiegabilissimo – “sacro silenzio”.

Ogni volta che il dramma si incarna nella realtà circostante della cronaca è sempre più curioso notare come la natura, accostata all’errore umano, si ribelli in un modo inequivocabilmente ingiusto e tremendamente estremo, persino nei confronti delle sue opere d’arte o di un’architettura che fa da simbolo, unificato e unificante, per un’Europa in perenne evoluzione dal Medioevo a oggi.

Se in politica molti inneggiano all’unisono in favore di un europeismo universale, sempre queste persone, o almeno una buona parte di loro, fanno i cinici davanti al frantumarsi dei beni culturali europei, lasciando di fatto in disparte i simboli che hanno fatto e fanno tuttora l’Europa.

Emotività laconiche o europeismi a parte, davanti a Notre Dame de Paris siamo si è diffusa un’impossibilità nell’agire, e chi ha agito a posteriori con laute donazioni è stato ringraziato (o persino biasimato) pubblicamente.

Pala d’altare raffigurante San Giobbe, Guido Reni, 1636

Ma che cosa è venuto a mancare veramente durante e dopo l’incendio del monumento simbolo della realtà culturale francese? Ed è proprio qui il bello, cioè che nella domanda retorica suddetta è già contenuta la risposta, perché a parte un simbolo e, citando Sgarbi «un Guido Reni», non abbiamo perso molto di più del recuperabile.

Nel rispolverare un saggio di Massimo Cacciari che parla dell’icona cristica di Rublëv, mi sono imbattuto, guarda il caso poche ore prima dell’incendio, in questa frase:

Che cosa è necessario ‘cancellare’ per pervenire a una tale perfetta presenza del simbolo? L’evento – il volto della dimensione dell’hic et nunc, il fatto così come colto nel suo divenire, come momentum.

Il momentum di un evento così disastroso ha di fatto distrutto il monumentum (in questo caso non aere perennius) di una somma eterna di eventi gloriosi. È in quell’istante esatto che il simbolo (dal greco συμβάλλω, unire), si tramuta in diavolo (dal greco διαβάλλω, dividere).

Qui la religione, sembra un paradosso, non c’entra proprio nulla, ma ci si affida ancora una volta al peso etimologico delle parole stesse. Quelle parole spese in difesa dell’arte, e in un collettivo silenzio che, se da un lato fatica a commentare la distruzione di una cattedrale, dall’altro sproloquia soprattutto dopo che si ricorda della macchinosa ricostruzione ottocentesca dell’architetto Eugène Viollet-le-Duc.

Ventiquattr’ore dopo scoppia il finimondo mediatico: c’è chi fa il paragone tra le capriate lignee di Notre Dame con i contrafforti marmorei di Candoglia del Duomo di Milano, come se davvero fossero paragonabili… C’è chi azzarda ignorantemente a pensare a un complotto politico o addirittura a vendetta divina, e peggio ancora ci sono i pareri di coloro che mettono a paragone la distruzione di un simbolo con la tragedia quotidiana della guerra in Siria.

Ma questo articolo non è pensato certamente per commentare il flatus vocis di Saviano, e men che meno per dare fama alle polemiche di Michela Murgia, che pur avendo una sua ragione, scade nell’assorbimento di se stessa, paragonando giustappunto un incendio a dei problemi mondiali ben più gravi, accusando i più di provare un inutile sgomento e una vana emotività.

Essere però “voci fuori dal coro” non vuol dire saper gestire le emozioni alla Bertold Brecht, straniati dall’evento che non è capitato sulla nostra pelle, e con una punta di cinismo dinanzi alle vere ingiustizie sociali. Non si fa così la storia, e neppure la storia dell’arte!

Anche se non abbiamo appiccato noi l’incendio di Notre Dame, siamo noi quell’incendio, e non c’è nessuna vincitrice del Premio Campiello che ce lo possa impedire. Questo perché – checché se ne dica – la distruzione di un monumento per una capitale rammarica anche al di fuori di una capitale.

Se il mondo attonito vede operare in lacrime più di cinquecento pompieri per salvare quello che si può da un “edificio storico” in fiamme, quel mondo, lo stesso che dimentica purtroppo altre tragedie, va compreso, ringraziato e comunque rispettato come vanno rispettati – silenziosamente, e come monito quotidiano – coloro che muoiono sotto le macerie di un bombardamento.

Queste sono tuttavia istanze e situazioni talmente imparagonabili che quello che possiamo fare oggi non è più venerare il ‘ricordo’, dimenticandoci della memoria, e neppure confidare nelle ricostruzioni delle guglie in acciaio o di ridicoli orti panoramici che i nuovi architetti da tutto il mondo stanno proponendo.

A coloro che incespicano e si rassicurano pensando che “tanto si ricostruisce tutto”, proprio a loro bisognerebbe ricordare che il “mito della fenice”, benché sia poeticamente fine dal punto di vista narrativo, rimane a tutti gli effetti un mito. È quindi più intelligente da un lato sospirare sia per le opere d’arte conservate che per quelle opere che a oggi non ci sono più.

Altare e la croce d’oro di Notre Dame

Si saranno carbonizzati quintali di legno e annerite pittoresche coppie di gargoyle in pietra, ma vogliamo parlare della dolce voluttà delle 37 madonne, tra cui quella lignea col bambin Gesù messa in salvo all’Hotel De Ville?

Si può fare anche un altro esempio: un’immagine che ha fatto il giro del mondo e che ognuno di noi può e deve interpretare liberamente, con una ricca e sana dose di laicismo o di fede, è la croce bronzea che è sopravvissuta alle fiamme insieme all’altare maggiore in stile moderno di Jean e Sébastien Touret; a tutti gli effetti si tratta di una continuazione del simbolo sacro che non viene mai portata a compimento, ma che perdura in un’intima contemplazione come pegno di una futura decorazione della cattedrale.

E ancora: se i rosoni e le vetrate dovranno essere ricostruiti o ristrutturati integralmente, si sono però conservati alcuni dei pannelli lignei delle transenne del coro, scolpiti, ritoccati e riposti nel deambulatorio nel XIV secolo; ma anche alcune tele come una pala del Carracci, Il Magnificat di Jean Jouvenet (1716) o La discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli di Jacques Blanchard (1634) per non citare i reliquiari e i cammei papali perché per alcuni non hanno valore se non per la fede…

Visitazione, Jean Jouvenet, 1716

Va comunque riconosciuto e confessato platealmente che quella perduta è pur sempre la pura ricostruzione di un simbolo medievale da parte del Viollet-le-Duc; ciò che pervade è lo sconvolgimento emotivo di un popolo che non rimane indifferente alle sue opere d’arte, più o meno preziose che siano; di fronte a noi è soggiogato uno scrigno che ha un suo valore nazionale e internazionale e anche se non possiamo definirla una vera e propria tragedia, si tratta di un dramma culturale.

Tornando per concludere alle spassose ricostruzioni archi-botaniche di Robert Cossette o di Marc Carbonare, per non chiamare in causa i progetti genialmente ambigui di Norman Foster o Alexandre Chassang, se quelle saranno le protesi ecclesiastiche dell’architettura del futuro, nessuno potrà togliere il potere delle fondamenta di una chiesa, nessuno potrà assorbire l’odore sacro di quell’aria che non si scrive sui libri di storia dell’arte, e di quel profumo d’incenso d’Eritrea che tornerà nuovamente a spargersi nelle navate della futura “Nostra Signora”.

 


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