Anni Cinquanta, in America c’era una volta una casa fiabesca in una cittadina qualunque, di provincia. C’era una volta una donna, sognava una vita perfetta, un marito perfetto, un’amica del cuore, bionda e bellissima, come Kim Novak nelle pellicole di Hitchcock. Ma la facciata si sgretola lentamente in questa storia: il barboncino è impagliato, il marito la picchia, e infine, Mrs Fairytale, è una americana, borghese e transessuale. Favola è una black comedy in costume, che sfrutta l’ironia per far riflettere su temi seri, per gettare luce sulle contraddizioni del nostro presente.

Favola si concentra su un tema ancora oggi difficilissimo da trattare, la presa di coscienza della propria identità: “A cosa serve essere normale, se non sei felice?”, d’altro canto. Una donna illusa, nel suo presente ideale ma fittizio, si trasforma infine in un uomo. Anche se ai nostri occhi, tuttavia era già chiaro, perchè questa donna, che porta il 47 di scarpe e volteggia (benissimo, tra l’altro), su tacchi di 10 cm, è in realtà Filippo Timi stesso.

Uomini, per capire il mondo indossate bustino e tacchi alti

Una dichiarazione forte, che non può non suscitare interesse nel reparto costumi del film: bustini, tacchi, chiome vaporose in pieno stile anni Cinquanta. L’interprete protagonista e ideatore della piéce originale, ha dichiarato che non è tanto la (s)comodità degli abiti in sè a creare disagio quanto:

…l’impalcatura sotto per poterli indossare, per avere quel minimo di forme al femminile, a  parte la depilazione completa con ceretta che non auguro a nessun uomo: un dolore atroce. E poi dalla mattina alla sera avevo i tacchi alti dieci centimetri, il corsetto che ti comprime lo sterno, che ti fa respirare meno e mangiare di meno. Sono arrivato a settantaquattro chili. E la parrucca che ti tira per avere gli occhi un po’ a mandorla… Per un uomo diventare donna è un dolore, un dolore vero, fisico. E non parliamo di quello interiore, quel che ti smuove: da donna mi sentivo sempre sotto giudizio. Era come se il mondo potesse giudicarmi a prescindere. E mi dava un nervoso…. non lo sopportavo. Da maschio è molto più semplice

Non potremmo essere più d’accordo. D’altro canto, il corsetto, fu un protagonista alquanto criticato nella storia della moda femminile. Importante, sicuramente, specialmente per il percorso verso l’emancipazione, ma bistrattato da qualsiasi medico. Il capo, raggiunse in Europa la massima popolarità in epoca vittoriana. Il suo scopo era quello di modellare il busto, sostenendo il seno donando così la forma a clessidra tanto desiderata dalle donne. Inutile dire che, nel giro di poco, divenne l’indumento intimo più desiderato e indispensabile per le donne. Fu solo verso il 1910, andando verso una sempre maggiore emancipazione della donna e grazie a pensieri rivoluzionari di designer come Poiret e la sua linea stile impero, che il corsetto venne abbandonato. Grazie alla vita alta e la gonna stretta e lunga, le donne poterono finalmente liberarsi dalla gabbia che stringeva i loro toraci in nome della moda. Dopo alcune polemiche, le donne si adattarono a questo modo di vestire semplice e pratico, iniziando a far scomparire l’utilizzo del busto.

In Favola, comunque, non mancano altri tratti tipici della moda degli anni Cinquanta. Questo periodo vede infatti l’abbandono di un clima austero, in favore di una rinascita (in perfetta linea con quella della protagonista): le donne osano di più. Nonostante le lotte per la sua abolizione, nei primi cinque anni del decennio, la linea dominante è quella del “New Look” di Dior. Vite assottigliate grazie ad una guêpière, parola che deriva dal francese guêpe, vespa. Non si trattava del ritorno al corsetto come conosciuto in epoche passate, ma l’accessorio non era certo comodo, soprattutto perchè le donne, ormai sulla via dell’emancipazione, erano concretamente impegnate nel mondo del lavoro. Altro must-have, sicuramente più comodo e praticabile, divenne poi il piccolo tailleur di Chanel. Gli anni Cinquanta sono anche il decennio del rock ‘n roll, dei jeans e delle pin up. I pois la fanno da padrone assieme ai primi bikini, i quali dettarono una vera e propria rivoluzione del corpo femminile. Lo stile bon ton, come vediamo in Favola, non scompare: le classiche gonne a ruota dal punto vita evidenziato da grandi cinture, foulard e colori non possono mancare nell’armadio delle donne del tempo.

Favola nasce come pièce teatrale ma viste le grandi potenzialità, è stata trasposta su pellicola, con la regia di Sebastiano Mauri e distribuita da Nexo Digital. Impossibile resistere, oltre che alla trama e ai costumi, anche alle ambientazioni, in cui l’uso dei colori, mai banale, non può non far pensare a Douglas Sirk. Nelle sue opere, infatti, i colori, più che a definire lo spazio della scena, vanno a delineare quelli che sono gli stati d’animo della protagonista. Una storia di identità e di riscoperta del proprio io, più attuale che mai, ma condita da una recitazione irresistibile, abiti e scenografie di altissimo livello. Cosa state aspettando?