I dipinti di Edward Hopper sono spazi limbici dove vive e si consuma l’attesa dei personaggi, anime vaganti in una metropoli desolata, protesi verso la luminosità di un futuro non ancora realizzato, di una storia che attende di essere raccontata.

Nottambuli (1942)

«L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote.» Ce lo dice Michelangelo. E noi gli crediamo, attendiamo quell’ospite mascherato, crogiolandoci sulle aspettative di quello che sarà. Spesso le attese sono meglio della loro effettiva concretizzazione, ma non importa. È tutto sospeso in un limbo temporale dove niente è ancora deciso. Una nebbia sottile avvolge lo spazio, mentre la luce del futuro irrompe premonitrice. Edward Hopper riesce a dipingere perfettamente quest’atmosfera nei suoi dipinti. I suoi personaggi sono congelati nell’attimo prima dell’azione. Ciò che accade intorno rimane velato e superficiale, perché l’occhio di bue si posa sul soggetto, solo, incanalato in una storia ancora da scrivere. L’attesa dei burattini di Hopper è la nostra attesa, la volontà di sapere cosa c’è dopo.

Summertime (1943)

Lo dice la parola stessa. Attendere, dal latino Ad téndere, ovvero volgere l’animo verso qualcosa. Cosa, non ci è dato saperlo. Come in Morning Sun (1952). Una ragazza è seduta sul letto, illuminata dalla prima luce mattutina. Il suo sguardo è rivolto fuori dalla finestra dirimpetto al letto. Un varco sulla realtà esterna, di cui non si conosce nulla. Affiora solamente lo scorcio di un palazzo. È un piccolo dettaglio, necessario all’osservatore per librare la sua immaginazione. Hopper lascia che sia lui a raccontare i suoi personaggi, corpi anonimi e isolati, posizionati come statuine in una stanza troppo grande per loro. Sembrano soli, ma in realtà stanno aspettando qualcuno.

Le persone di Hopper paiono non avere occupazioni di sorta. Sono come personaggi abbandonati dai loro copioni che ora, intrappolati nello spazio della propria attesa, devono farsi compagnia da sé, senza una chiara destinazione, senza futuro.
(Mark Strand)

I dipinti di Hopper sono come scene teatrali. Unità di luogo, tempo e azione. Tutto ciò che ci vuol far sapere l’artista accade in quel momento. Una volta che si chiude il sipario, cade la tenebra. Le sue scene sono attraversate da una luce visionaria, cinematografica. Sembrano il ritaglio di un sogno, di cui il dormiente ha scelto un attimo specifico, significativo. Perché i dipinti di Hopper non sono pure riproposizioni fedeli della realtà. Sono trasfigurazioni dell’esistente, filtrate dalla memoria autoriale. L’immaginazione agisce come una carta moschicida, raccoglie percezioni e memorie, fondendole sulla tela. Come in un sogno, le figure sono tratteggiate, i connotati appena intagliati sui loro volti. Carne umana frammentata e dispersa tra gli spazi metropolitani, in attesa di una svolta nelle loro esistenze solitarie.

Ma esiste davvero un dopo? Oppure i ritratti si autorealizzano nel preciso istante in cui vengono immortalati? È la domanda da cui nasce Ombre, una raccolta di racconti tra cui spiccano voci del panorama americano come Stephen King, Michael Connelly, Jeffrey Deaver, Joe Lansdale, Joyce Carol Oates e molti altri. Lavorano su quei personaggi dipinti, solamente tratteggiati da Hopper, ma avvolti da potenziali intrecci avvincenti. C’è sempre un dettaglio, un gesto, uno sguardo da cui sviluppare una narrazione. C’è sempre qualcosa da raccontare. Perché non possiamo lasciare la giovane ragazza di Summertime su quella scalinata bianca. C’è una piccola parte in ciascuno di noi che freme per conoscere la sua storia.

Un esperimento simile è stato condotto nel 2014 da Gustav Deutsch con il film Shirley: Visions of Reality. Il regista illumina la vita di Shirley, una donna americana sullo sfondo degli anni ’30, divisa tra i frammenti della sua quotidianità temporale. 13 dipinti, 13 scene, ognuna che prende vita all’interno di un discorso narrativo circolare. Aperto e chiuso attorno a ogni singola opera. Un’evoluzione minima rispetto alla rielaborazione degli scrittori americani, ma visivamente stimolante ed efficace.

«Due persone non possono incontrarsi neanche un giorno prima di quando saranno mature per il loro incontro.» Lo dice Sándor Márai, scrittore e giornalista ungherese. Lascia trasparire che nulla è abbandonato al caso. L’attesa vive tra le percezioni di ciò che sentiamo come nostro, ma non abbiamo ancora afferrato concretamente. Ogni stimolo ha infinite possibili evoluzioni che si diramano nella labirintica realtà di tutto ciò che non è ancora successo, ma potrebbe accadere. L’attesa permette di assaporarle tutte sul nascere della loro evoluzione.