La storia dell’evoluzione umana è idealmente una storia di un dominio sempre più prossimo all’assoluto, di una ricchezza informativa e orientativa che, pur ponendo le sue radici nello straordinario sviluppo della nostra corteccia cerebrale, spiega e racconta solo in parte ciò che l’essere umano è stato ed è in grado di fare. Siamo soliti chiamare la realtà di questa intricata composizione d’eventi tecnologia, ossia la trama di quelle occorrenze di dominio sul mondo alle quali la nostra potenza biologica ci ha condotto.

Una modalità familiare di questa trama è stata spesso quella della delegazione: rendere  un meccanismo  in grado di sostituire (nel modo più affidabile possibile) l’essere umano nello svolgimento di un compito. Da essere intelligente, l’uomo plasma il mondo e lo rende in grado di rispondere ai suoi fini. Esiste però una netta discrepanza, nel sistema-mondo da noi stessi organizzato, tra l’Intelligenza dell’agente (una sorta di ghost in the machine) e l’Utilità del mezzo materiale. La tendenza crescente e spesso lineare all’ Utilità Massima di tutto il sistema-mondo si traduce in una rapida e complessa successione di limiti scoperti e limiti varcati, lasciando l’evidente impressione che nella nostra geografia antropocentrica delle cose non tutto, al dunque, possa trovare una soluzione di continuità nel nostro sistema. L’ambiente potrebbe rivelarsi definitivamente altro dal terreno che, speranzosi che accogliesse le nostre aspettative, tendevamo a sfruttare come signori. La Terra non è più al centro dell’universo, l’essere umano non è nato spontaneamente dall’argilla di Dio, macchine da noi costruite hanno colmato le nostre debolezze, dimostrandosi superiori: il rischio è che l’Intelligenza e l’Utilità, da vicine collaboratrici, si trasformino nei poli di un’assoluta discrasia.

Un capitolo fondamentale in questa storia del divorzio tra l’intelligenza umana e il suo ambiente è quello dell’Intelligenza Artificiale (IA).

Vero trait d’union di tutte le paure della civiltà umana – la paura della schiavitù tecnologica, la paura del superamento evolutivo, la paura dell’apocalisse – la questione della cosiddetta “singolarità tecnologica”, per cui nei cantieri dei nostri meccanismi potrebbe inaspettatamente emergere un’intelligenza eguale o superiore alla nostra, rappresenta su molti piani il problema intellettuale del nostro tempo.

Nonostante futurologi e scienziati si alternino nel promettere date di scadenza e ritmi di crescita, un elemento centrale resta quello per cui la storia delle nostre conquiste nell’ambito dell’IA non è in linea con i parametri del tradizionale sviluppo tecnologico. Nata negli anni ’50, questa scienza ha subito saltuari ed incoerenti picchi d’interesse, che spesso hanno portato a reali avanzamenti ma che ancora più spesso hanno dimostrato di mancare il punto su quello che si stava cercando di ottenere. Se la storia tecnologica del secolo scorso mantiene coerenti gli standard di crescita della potenza di calcolo e sviluppo di capienza computazionale, l’IA non ha sempre saputo adattarsi al panorama tecnologico in atto. Quello della singolarità è stato pensato come la creazione di un risolutore di problemi formali, la creazione di un sistema esperto o generalmente esperto, la creazione di un emulatore comportamentale…

Ora, ciò che sembra più plausibile e che, in questo periodo storico, a rendere l’IA una prospettiva forte come mai prima è la necessità di pensare a questo lavoro come alla creazione di una creatività.

Da un milione di anni l’essere umano si è impegnato a progettare, sviluppare e programmare, mentre ora gli viene richiesto di addestrare, nutrire e scoprirsi. Addestrare perché la branca più attiva della ricerca sull’IA, il machine learning, cerca di far sì che gli algoritmi imparino regole da sé. Nutrire perché l’unico sostrato tecnologico che possiamo fornire all’IA è qualcosa che la lasci sviluppare in qualche misura autonomamente, senza bisogno di progettare il suo sistema d’interfaccia con l’ambiente (a tal proposito, si pensi al reinforcement learning, l’apprendimento della macchina per premi, retribuzioni, a seconda di ciò che capisce da sola del suo ambiente). Scoprirsi perché il punto caldo dell’Intelligenza Artificiale è la comprensione dell’Intelligenza Naturale, più specificamente umana.

È solo attraverso una comprensione del concetto di intelligenza che possiamo rendere concepibile e funzionale un ente alternativamente intelligente a noi, unici esseri attualmente “intelligenti in modo generale”. Infatti, nonostante abbiano la stessa parola alla radice, esistono molte intuizioni e possibili sviluppi dell’intelligenza, che sono alternativi all’intuizione antropocentrica: un’intelligenza simil-umana, un’intelligenza infra-umana/animale, un’intelligenza centralizzata, una distribuita (le odierne “IA deboli”: Grid, Clouds…), la temuta Superintelligenza… Se pensiamo all’elemento che accomuni tutte queste quasi-egualmente plausibili esplosioni di intelligenza non ci viene in mente niente di lineare e minimamente ipotetico. Molti hanno inteso l’intelligenza come qualcosa di conoscibile (Cartesio, Kant), molti l’hanno collegata alla coscienza (Chalmers, Nagel) e molti a delle specifiche funzioni comportamentali (Armstrong, Lewis).

Sta di fatto che l’IA è un’indagine su noi stessi, non solo rivolta a chi siamo, ma anche a cosa siamo disposti. Perché se lo sviluppo tecnologico è stato fin ora più o meno controllabile, con la singolarità l’equilibrio tra Intelligenza e Utilità potrebbe perdere di valore, soppiantando i paradigmi tradizionali della Natura e adottando quelli di un imprevedibile Artificio creativo. L’IA si discosta dalla tecnologia, ed è la prima cosa a fare questo nella lunga storia dell’umanità.


FONTI

M. Shanahan, La rivolta delle macchine. Che cos’è la singolarità tecnologica e quanto presto arriverà, Luiss University Press, Roma, 2018