Questo racconto è un intreccio di storie vere romanzato con ricostruzioni di fantasia coerenti con gli eventi reali. La mia vicenda personale è quasi pura cronaca; per quanto riguarda la biografia di Manzoni, ho concesso licenza all’invenzione dove non mi è stato possibile fare altrimenti, in special modo quando ho dovuto ricreare per intero i profili di molti personaggi minori dei quali sapevo poco o nulla.

Così inizia l’ultimo capitoletto del volume di Pier Paolo Giannubilo, Il risolutore, edito Rizzoli e candidato al Premio Strega 2019, proposto da Ferruccio Parazzoli. È quello dedicato ai ringraziamenti, dunque sciolto dal romanzo in sé. Eppure, questo ultimo brano inizia con una doverosa precisazione, che in realtà è ribadita anche alla prima pagina, una nota in piccolo, quasi un’avvertenza da bugiardino di un farmaco:

Questa è un’opera di fantasia. […] Anche le vicende personali che i protagonisti del libro hanno raccontato all’autore sono state rielaborate in senso romanzesco, e vanno dunque intese come storie di fiction, benché coerenti con i fatti accaduti.

manzoniDunque, dove inizia la finzione e dove finisce la realtà nella ricostruzione della straordinaria vita di Gian Ruggero Manzoni? Il pronipote di Alessandro (sì, proprio lui. È anche imparentato con l’artista Piero e la nipote di quest’ultimo, Pippa Bacca), a oggi è uno scrittore e artista di nicchia, ma con un passato florido, in cui le sue opere artistiche sono state esibite in importanti mostre nazionali e internazionali e le sue opere letterarie pubblicate da case editrici di notevole rilevanza, come per esempio Il Saggiatore e Feltrinelli. Ma dietro la vita da intellettuale e da insegnante, al di là delle amicizie storiche con Andrea Pazienza e Pier Vittorio Tondelli, il signor Manzoni parrebbe nascondere molto altro. E questo altro è proprio il tema centrale di questo romanzo.

Bologna, 1977. Il giovane Manzoni si affilia ai gruppi della Federazione Comunista Anarchica, e si trova coinvolto nelle sommosse del capoluogo emiliano, dove frequentava il DAMS, il celebre corso di laurea fondato da Umberto Eco. Viene sorpreso con il compagno Curzio da agenti in borghese, mentre, protetti ”dai ferri”, si dirigono «a recuperare il maggior numero di compagni che si dicevano a supporto dell’occupazione [per] portarli in assemblea». Da questo momento la vita di Manzoni non sarà più la stessa.

Infatti, per evitare la prigione, Manzoni, consigliato anche dal padre Giovanni, decide di arruolarsi al servizio dello Stato italiano, inizialmente non comprendendo fino in fondo ciò che questo significa: legarsi cioè per più di vent’anni ai servizi segreti in accordo con la NATO; in pratica, tutto ciò che Manzoni, ragazzo di buona famiglia orgogliosamente antifascista e con vistose simpatie per i gruppi di estrema sinistra, disprezzava.

È l’inizio di una vera e propria discesa agli inferi, scostante e graduale, ma continua. A partire dall’addestramento disumano per testare la resistenza alla tortura, in cui il ragazzo viene rinchiuso per giorni in un cubicolo minuscolo, dove è costretto a sprofondare dentro le pieghe più intime della propria psiche e a tentare di sopravvivere nei liquami prodotti dal suo corpo; per poi proseguire con il primo omicidio a sangue freddo, durante il quale echeggiano nella mente del protagonista gli avvertimenti del primo dei suoi mentori militari:

Se nella vita, dico così, per ipotesi, ti capiterà di essere… costretto ad ammazzare qualcuno, tu devi fare finta di avere qualcos’altro davanti, vabbuo’? Non pensare mai, mai, che è n’omme cumm’a te. Evita di guardarlo negli occhi. […] Fai finta che spari a un sacco, a un maiale, altrimenti il dito non scatta, non ci scatta sul grilletto: t’impappini e finisci accoppato tu. Hai capito?

Così la vita dell’intellettuale Manzoni finisce per intrecciarsi con sporadica ma significativa intermittenza agli eventi storici più importanti degli ultimi vent’anni del Novecento, per sfociare nei primi anni Duemila: la guerra civile libanese, lo smembramento della Jugoslavia… Ogni missione segreta del Risolutore viene riassunta e ricordata in ognuno dei tatuaggi che ricoprono il suo corpo.

E mentre Manzoni ripercorre impietosamente le tappe fondamentali della propria storia, il narratore, Pier Paolo Giannubilo, che lo ascolta, diventa sempre più inquieto. Tutto è iniziato con l’esigenza di uscire da se stesso, di straniarsi da un lutto personale lavorando sulla biografia di un uomo affascinante e magnetico nella sua contraddizione. Eppure Giannubilo non evade, non si dà requie: Manzoni è un uomo che ha ucciso, senza pietà, è un uomo che non può più avere redenzione, di cui aver paura. Perché, allora, continua a lavorare sulla sua biografia, a cercare conferma delle sue parole nei documenti e nelle carte, a riguardare infinite volte le registrazioni dell’intervista e i suoi appunti? Qual è il richiamo di quest’uomo che il narratore sente risuonare dentro di sé in drammatico accordo con una sostanza profonda e della stessa sofferta natura?

Il suo egoismo strutturale. La dipendenza dal riconoscimento altrui e la fame d’amore perennemente insoddisfatta nella compulsione seduttiva. L’affanno dietro il countdown dei giorni e l’aspirazione a lasciare una traccia di sé… I suoi difetti di fabbrica non sono forse, benché in scala 100:1, anche i miei e di larga parte della mia generazione? Ecco cosa mi spinge a seppellire le mie giornate nell’indagine al microscopio delle sue. La verità è che non sono mai uscito da me stesso scrivendo di lui – neanche per un momento. Tutt’altro.

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Gian Ruggero Manzoni

È così che Manzoni diventa il simbolo, più rappresentativo proprio perché estremo, di tutta una generazione, quella dei nostri genitori, quella che ha esatto con incosciente spavalderia di cambiare il mondo e la Storia, fallendo miseramente:

Una generazione radicale e impietosa, che esigeva di trasformare il mondo in modo creativo o/e violento, e sulla quale la scure della Storia era calata altrettanto radicale e impietosa. Una generazione, riassumeva epigrafico proprio Tondelli, che non era stata in grado di credere veramente in nulla, se non alla propria dannazione. Decimata dalle incarcerazioni e dalle morti di quanti presero la strada del terrorismo pur di non accettare la penosa resa dei conti con la sconfitta e il ripiegamento nella dimensione privata, nella mistica e nelle filosofie orientali, scelto da molti che avevano visto infrangersi tutte le speranze del ’77. Una generazione annientata dalla cirrosi e dall’eroina. E dall’AIDS.

Il Risolutore si configura quindi come un romanzo incentrato non tanto sulla vicenda personale di un singolo uomo, quanto più sull’eredità mortifera lasciata da un turbolento periodo storico e dai suoi protagonisti. Lo stile di Giannubilo è diretto ma colto, capace di calibrare diversi registri linguistici e di calare in profondità nel suo oggetto di studio, Gian Ruggero Manzoni. E la cultura letteraria, ancora una volta, filtra e istituzionalizza le straordinarie vicende del protagonista, riportando i loro eccessi inquietanti nei binari del comprensibile, del familiare. Così la narrazione è talvolta intervallata da brevi stralci dell’opera del famoso prozio del Risolutore, I promessi sposi, creando un effetto di resurrezione e di risignificazione di uno dei testi fondanti della cultura italiana.

Perché l’eredità del passato non è mai cosa morta e sepolta. È un lascito che deve essere costantemente ripensato e rielaborato, proprio per pacificare il dolore che porta con sé e, finalmente, per superarlo. Ma questo non è più il compito di Manzoni, rinchiuso in una colpa troppo greve che non sembra lasciare spazio per la redenzione. È la sfida inevitabile di coloro che verranno, che sono e saranno tenuti a fare i conti con i fallimenti di chi è venuto prima di loro. Un romanzo avvincente e autentico, da non perdere.

 


FONTI

P. P. Giannubilo, Il risolutore, Rizzoli, 2019