348 sì, 247 no, 36 astensioni: con uno scarto di più di cento voti – ma non poche polemiche – il 26 marzo a Strasburgo viene approvata la Direttiva Europea sul Copyright. La riforma era in cantiere già dal 2016 ed entrerà in vigore nel 2021. Il testo definitivo, però, non ha messo d’accordo tutti. Anzi, proprio tra i promotori di una revisione del diritto d’autore c’è chi grida al rischio di censura.

L’obiettivo della manovra è aggiornare la normativa in materia, portandola in linea con le esigenze di un mondo digitale denso di contenuti, originali e non. In particolare:

La proposta di “direttiva sul diritto d’autore nel mercato unico digitale” mira a garantire che i creativi (ad esempio musicisti e attori), gli editori e i giornalisti traggano dal mondo online e da Internet gli stessi benefici che traggono dal mondo offline. Attualmente, a causa di norme datate in materia di diritto d’autore, sono le piattaforme online e gli aggregatori di notizie a ricavare tutti i vantaggi, mentre gli artisti, gli editori e i giornalisti assistono alla libera circolazione del loro lavoro […].

È importante sottolineare che il progetto di direttiva non crea nuovi diritti per i creativi e i giornalisti, ma garantisce unicamente una migliore applicazione dei diritti di cui già godono. Il progetto di direttiva non crea neppure nuovi obblighi per le piattaforme online o gli aggregatori di notizie; il testo assicura semplicemente una migliore applicazione degli obblighi esistenti. Ciò che è attualmente consentito e legale condividere continuerà a esserlo.

Questa la sintesi operata dall’ufficio stampa del Parlamento Europeo, nonché in breve le istanze per cui il progetto ha avuto il pieno sostegno di editori, industria creativa e relative associazioni. La Direttiva, infatti, vuole costringere le grandi piattaforme di condivisione e aggregazione di contenuti a stipulare accordi con gli editori, di modo che questi e gli autori siano equamente retribuiti per i contenuti diffusi. E si precisa:

La direttiva riguarda le piattaforme il cui scopo principale è quello di immagazzinare, organizzare e promuovere a scopo di lucro una grande quantità di opere protette dal diritto d’autore caricate dai suoi utenti. Ciò esclude, ad esempio, Wikipedia.

Saranno coperti da copyright anche porzioni di opere, ma ciò varia a seconda della loro estensione. La vaghezza della normativa in merito ha generato dubbi su come considerare hyperlink (i link delle pagine web, che spesso contengono i titoli di articoli giornalistici, ad esempio) e snippet (l’insieme di titolo, url e anteprima del testo, cioè ciò che vediamo nella pagina dei risultati di un motore di ricerca: ogni risultato è rappresentato da uno snippet).

Questi iniziali timori erano valsi – erroneamente – all’articolo 11 (ora Art. 15*) il marchio di “link tax”. Nella stesura definitiva, invece, si esplicita che gli hyperlink non sono soggetti a copyright. Inoltre, allo stato attuale delle cose l’Europarlamento assicura che:

Gli aggregatori di notizie potranno continuare a rendere visibile l’estratto di un’opera senza dover chiedere l’autorizzazione dell’editore. Ciò sarà possibile a condizione che l’estratto sia “molto breve” o sia formato da “singole parole” e che l’aggregatore di notizie non ricorra in misura abusiva a questa possibilità.

Ma in che modo si prevede di garantire il rispetto delle nuove norme e quindi il controllo dei contenuti condivisi?

Nell’articolo 17 della Direttiva (ex Art. 13*) si stabilisce la responsabilità per il caricamento di contenuti che violano il copyright o che non rientrano negli accordi presi tra piattaforma di condivisione e detentore del diritto d’autore: questa responsabilità ora ricadrà interamente sulla piattaforma. In parole povere, se un utente condivide su Facebook uno stralcio di film violando il diritto d’autore, ne è responsabile il social network, in quanto lo ha permesso.

Di per sé la scelta sembrerebbe quella giusta; eppure è proprio su questo fronte che si sono concentrate le critiche al testo della riforma. I detrattori, infatti, hanno spesso puntualizzato che i sistemi di filtraggio non sono del tutto sicuri ed affidabili. Contenuti leciti possono erroneamente essere bloccati, e viceversa.

In questi giorni, ad esempio, la polemica si è concentrata sul caso dell’attentatore neozelandese e il video che è riuscito a caricare della sua strage. E molti sollevano perplessità circa parodie come meme e gif. Queste sono esplicitamente permesse dalla Direttiva, ma c’è da capire quanto gli algoritmi siano in grado di distinguerle dal resto. Fare ricorso a sistemi automatici di filtraggio è al contempo indispensabile, data la mole di contenuti condivisi regolarmente, e rischioso, visto il margine di errore che finora hanno dimostrato. Inoltre, le varie piattaforme potrebbero impostare parametri di filtraggio più restrittivi del previsto, in modo da scongiurare il più possibile il rischio di contenuti vietati e tenersi al riparo dalle conseguenti responsabilità.

Insomma, la rigidità dell’articolo 17 (ex Art. 13*) può finire per ottenere l’effetto opposto a quello sperato: invece di garantire un equo compenso agli autori dei contenuti che circolano in rete, si potrebbe vedere limitata la loro stessa circolazione. Inoltre, dal rischio “errore” a quello “censura” il passo non è poi tanto lungo.

Dal canto suo, l’Europarlamento assicura che nulla cambierà per gli utenti. E sulla questione filtri automatici, si mette al riparo:

La direttiva fissa un obiettivo da raggiungere – le piattaforme online non devono trarre guadagno dal materiale creato da persone che non abbiano ricevuto un compenso. […] Tuttavia, la direttiva non include un elenco specifico degli strumenti, delle risorse umane o dell’infrastruttura che potrebbero essere necessari per evitare che sui siti web figuri materiale per il quale non vi è stata alcuna remunerazione. Non è dunque previsto alcun filtro sui contenuti caricati.
Ciononostante, qualora non fossero trovate soluzioni innovative, le grandi piattaforme potrebbero decidere di optare per l’applicazione di filtri.

Ma le perplessità persistono. Nel lungo iter di elaborazione del testo, non sono mancate manifestazioni (le ultime in varie città dell’Unione hanno visto la partecipazione di circa 200mila persone), petizioni online (su Change.org sono state raccolte 5 milioni di firme) e altre forme di protesta. Si è mostrato contrario anche un gruppo di più di 200 accademici europei, i quali hanno sottoscritto un totale di 4 lettere aperte tra il 2017 e il 2019. In una di esse si legge:

Nella stesura della direttiva si è passati da “fare passi legislativi verso un Mercato Unico Digitale connesso” a supportare meri interessi settoriali. Durante l’intero periodo parlamentare, questa nuova forma di direttiva industriale è stata modificata in una battaglia ideologica tra cultura europea e il cosidetto “GAFA” (Google, Apple, Facebook, Amazon), il complesso industriale multinazionale dominato dalle aziende statunitensi.

Una posizione simile è espressa dalla EDRi (collettivo di organizzazioni europee per i diritti e la libertà nel mondo digitale) sul sito della propria campagna #SaveYourInternet:

L’onere è in realtà sui cittadini: gli individui che usano i servizi online si troveranno in mezzo alle dispute tra piattaforme e detentori dei diritti. Contenuti legali potrebbero essere sempre più oscurati “per sicurezza”, perché le piattaforme devono avere licenze per tutti i contenuti che possono essere pubblicati sui propri siti, ma chi ha il diritto d’autore non ha alcun obbligo a negoziare con le piattaforme.
Nella pratica si fallirà nella tutela degli utenti: […] le compagnie probabilmente bloccheranno i contenuti sulla base delle proprie condizioni di utilizzo e non sulla base dell’art. 17. Di fatto, proteste da parte degli individui per contenuti erroneamente rimossi non avranno seguito.

E conclude che la Direttiva risulta:

Negativa per gli utenti, negativa per gli autori e negativa per la competizione. Gli utenti avranno accesso a meno contenuti […]. Molti autori vedranno bloccati anche i propri contenuti e […] avranno meno scelta su dove condividere le loro opere. […] Solo piattaforme con un bel portafogli potranno rispettare i requisiti dell’articolo 13* e anche se imprese piccole ottenessero un’esenzione, questo significherà semplicemente che non potranno crescere e competere con le grandi piattaforme statunitensi, sotto il motto ‘in Europa piccolo è bello’!

Una manifestazione di protesta contro gli ex articoli 11 e 13 a Lisbona, nel luglio 2018

Tuttavia, nessuno sforzo è valso l’attenzione degli europarlamentari. Sugli articoli 15 e 17 erano stati presentati degli emendamenti, per ritrattare la loro “formulazione vaga ed eccessivamente ampia” (EDRi). Nella seduta del 26 marzo, però, la proposta di discuterli è stata rigettata per soli 5 voti.

Per scoprire se e quanto il copyright starà stretto agli utenti del web, non resta ora che vedere gli sviluppi nella fase di trasposizione in legge nei singoli Stati membri.

 

 

*I due articoli contestati sono meglio noti con il numero precedente alle ultime revisioni del testo. Questo perché le critiche al loro contenuto sono sorte durante le stesure precedenti.