Un cerchio fatto di sale, uno specchio, un bicchiere e pochi altri semplici oggetti: la scena del “Lady Macbeth – scene da un matrimonio“, regia di Michele De Vita Conti, è austera e chiara. Il Franco Parenti ha presentato un progetto originale, una riflessione profonda su un testo shakespeariano che non smette mai di parlare e di porre interrogativi.

Questa volta la prospettiva è insolita: Lady Macbeth, una Maria Alberta Navello dirompente e accogliente nella sua interpretazione, è sola in scena. I suoi ragionamenti sono assolutamente lucidi, traspaiono meschinità, consapevolezza e istigazione. Si definisce una mixinide: un vertebrato simile all’anguilla e senza cervello, ma con la caratteristica particolare di essere un predatore eccellente, che logora le sue vittime senza soffrirne. Macbeth è invece un barracuda, pericoloso e spietato, ma mai al pari di uno squalo bianco. Riferimenti al mondo animale così particolareggiati riflettono un’intensa presenza e lucidità. De Vita Conti sceglie di inserire stralci di testo fedeli, amalgamati ad un discorso coerente.

Le mie mani hanno lo stesso colore delle tue ma mi vergognerei ad indossare un cuore così bianco.

Più di una volta Lady Macbeth urla questa frase, come a buttarla in faccia al presunto interlocutore inesistente. Citando la scena shakespeariana (II, atto II), appare chiara la colpevolezza di Lady Macbeth: insieme al marito ha le mani sporche di quel sangue che non potrà mai essere ripulito, nemmeno con “tutto il grande oceano di Nettuno”. Nonostante ciò, solo lui ha un cuore bianco, un cuore vuoto, di poco ardire, proprio come quello di un barracuda, che vorrebbe essere squalo bianco, ma non ha il coraggio per diventarlo. Così il suo compito è quello di alimentare l’ambizione del marito, di “fare tutto pur di non vergognarmi di lui”, di trasformare la potenza in atto. La spietatezza del personaggio di De Vita Conti diventa più chiara sul finale:

Muoio perché lo spettacolo offerto da mio marito non è più sostenibile.

Lady Macbeth non muore per se stessa, per la vergogna che l’ha sommersa, per il sangue che non si può lavare: Lady Macbeth muore per suo marito, muore perché l’amore che prova (da lei visto come semplice legame di ambizioni, obiettivi, oltre che affetto) non può più soddisfare la spettacolarizzazione dell’atto. Così la prospettiva offerta dal regista elimina definitivamente la possibilità di individuare in Lady Macbeth una donna assetata dal potere, dalla volontà di potenza: non si parla mai di bramosia, mentre si parla spesso di amore.

In cinquanta minuti di spettacolo viene presentato, con un velo di ironia, un personaggio archetipo. L’autopsia del proprio matrimonio, la simbiosi tra due personaggi che si protrae fino al limite della ragione umana, universalizza una tragedia tanto famosa, quanto lontana dalla vita di ognuno. In fondo Macbeth e la Lady, con il loro amore assassino, rappresentano qualunque tipo di rapporto umano e il gesto esecrabile di lei è anche sintomo di una depressione irrisolta, un disperato tentativo, ultimo, di non restare sola.