Cosa significa diventare madre? La scelta della maternità è una decisione consapevole esercitata dalle donne che intraprendono questo percorso o, piuttosto, un automatismo imposto dalla società senza possibilità di fare altrimenti?

La scrittrice canadese Sheila Heti riflette su questi interrogativi nel libro Maternità. L’autrice stessa tiene a definirlo un romanzo, come precisa in alcune interviste, sebbene la sua struttura richiami in maniera originale di volta in volta un pamphlet, un’autobiografia, un diario. Ciò che lo differenzia da un memoriale, oltre alla componente inventiva, è senza dubbio la sua forte connotazione simbolica: queste pagine racchiudono pensieri e riflessioni personali dell’autrice ma, allo stesso tempo, il dosaggio centellinato di descrizioni situazionali e il tono continuamente interrogativo permettono al lettore di immedesimarsi e vivere in prima persona la storia del romanzo, se di storia si può parlare. Il racconto, infatti, non segue un andamento lineare ma ciclico, parte da un punto, vi si allontana in cerca di risposte per poi ritornare al punto di partenza. Questo percorso ricalca in alcuni passaggi del libro quello del ciclo mestruale, dalle cui fasi alcuni capitoli prendono il titolo: sindrome premestruale, ovulazione, sanguinare, follicolare.

La narratrice senza nome è una scrittrice ebrea alla soglia dei quarant’anni che, incalzata dal suo orologio biologico, si chiede ossessivamente se desideri o meno procreare, consapevole che la decisione spetti solo a lei. Vive a Toronto con il suo compagno, Miles, un avvocato con un matrimonio alle spalle e una figlia che viene a trovarli di tanto in tanto. Lui è convinto di non desiderare altri figli ma lascia a lei la decisione definitiva: «Se proprio vuoi un figlio possiamo anche farlo, ha detto, però devi essere sicura».

Alla ricerca di risposte sicure, la protagonista si affida al metodo divinatorio dell’I Ching, che consiste nel lanciare tre monete che rispondano alle sue domande con un sì o con un no. Con l’avanzare dei mesi, sarà chiaro come nessun metodo di divinazione né religioso né spirituale possa fornire risposte che non possediamo già in noi stessi. Lo stesso atto di riflettere sulla questione posticipando la decisione definitiva è a suo modo una presa di posizione che permette di temporeggiare rimanendo in stallo. È per questo che, tra le pagine, il libro viene definito “un profilattico”, «una zattera su cui navigare così a lungo e arrivare così lontano che le mie domande non si possano più porre».

Lungo la narrazione si incontrano spunti di riflessione attualissimi e veri sul significato della maternità e sul valore che ha per una donna all’interno di questo contesto sociale. Cosa identifica esattamente la parola madre? Perché le donne mettono al mondo i figli? Si tratta esclusivamente di istinto naturale innato in tutti gli individui di sesso femminile o di un desiderio che semplicemente può esserci oppure no? Spesso una donna che non ha avuto figli, per scelta o per necessità, viene vista come un soggetto da compatire.

«La donna che non ha un figlio la si guarda con la stessa antipatia e disapprovazione di un uomo che non ha un lavoro.» Da qui, il pensiero che il ruolo della donna, il suo principale obiettivo vitale, sia quello di procreare, mentre quello dell’uomo sia di diventare qualcuno, occupare un posto nella società. Rinunciare a procreare è un atto di ribellione a questo preconcetto, rinunciare al controllo imposto dall’esterno, una forma di controllo che secondo l’autrice è equivalente all’aborto.

La gente pensa di essere padrona del tuo corpo; pensa di poterti dire cosa fare col tuo corpo. Gli uomini vogliono controllare il corpo delle donne impedendogli di abortire, e le donne cercano di controllare il corpo delle altre donne spingendole ad avere figli.

A queste riflessioni si aggiunge per la protagonista la ricerca della realizzazione artistica in quanto scrittrice, con l’impiego di tempo e impegno che comporta. Si paragona a una sua conoscente, che ha già avuto sei figli, mentre lei ha scritto sei libri. Scrivere libri equivale ad avere figli? Può una donna indirizzare altrove il desiderio di procreare e, per esempio, scegliere di tramandare la propria esistenza sulla terra non attraverso la trasmissione di geni ma tramite le sue opere? Per giunta, si osserva, un libro è meno vulnerabile di un essere vivente, può vivere in tutti e in eterno.

Queste riflessioni non danno mai luogo ad alcun tipo di schieramento: ben lungi dal convincere le donne a non avere figli, Sheila Heti è consapevole di quanto entrambe le scelte siano estremamente coraggiose e rilevanti e comportino conseguenze differenti ma altrettanto dure e allo stesso tempo liberatorie. Non si forniscono motivi per non essere madri, né risposte di alcun genere, solo continui interrogativi per indurre una riflessione nel lettore e mostrare con chiarezza la vulnerabilità di una donna soggetta a una decisione così delicata, che può renderla sola ed emarginata anche rispetto ai suoi stessi affetti.

Pubblicato a marzo per Sellerio con la traduzione italiana di Martina Testa, nonostante la trama scarna e quasi inesistente, questo libro si divora in fretta per la sua profonda verità senza impalcature. Un manifesto autentico sul tema.

 


FONTI

Paris Review

New Yorker

S. Heti, Maternità, Sellerio, 2019