Casa Emergency ha ospitato nel mese di febbraio la proiezione dell’ultimo film della regista palermitana Costanza Quatriglio, dal titolo Sembra mio figlio, all’interno della rassegna cinematografica Schermi migranti, dedicata al tema delle migrazioni.

La ONG creata da Gino Strada ha messo a disposizione la sua nuova sede nel cuore di Milano, la quale si è trasformata in un piccolo cinema per un paio d’ore, con una sala gremita di persone e a ingresso gratuito. Prima della proiezione del film, la giornalista cinematografica Michela Greco ha presentato al pubblico i due ospiti d’onore della serata: la regista del film, Costanza Quatriglio, definita come “una delle più importanti registe italiane contemporanee”, e l’attore protagonista e poeta afgano Basir Ahang.

Sembra mio figlio è una storia al maschile diretta da una donna

Il film racconta la storia del giovane Ismail, ragazzo afgano appartenente alla minoranza Hazara, che all’età di 9 anni è dovuto fuggire dal proprio paese d’origine, per salvarsi dal genocidio perpetrato dai Talebani. Da quel momento egli non ha più avuto notizie né visto la propria famiglia, in particolare la madre. Ismail vive a Trieste con il fratello maggiore Hassan, il quale è sopravvissuto alle torture dei Talebani, di cui porta un segno indelebile sul corpo e nell’anima. Grazie all’incontro con dei connazionali, il ragazzo riesce a ottenere il numero di telefono della madre in Pakistan. Ismail e il fratello riescono così a mettersi in contatto con lei e il marito, il quale si dimostra però particolarmente misterioso, sospettoso e despota. Nonostante ciò, Hassan decide di andare in Pakistan per andarli a trovare.

Il Pakistan accoglie una numerosa comunità di Hazara fuggiti dall’Afghanistan, alla quale però non assicura alcuna sicurezza e ne limita i diritti principali, tanto che i Talebani compiono numerosi attentati nei loro confronti, seminando il terrore.

Da una scena del film: il saluto tra Ismail e Nina

Ismail decide successivamente di raggiungere in Pakistan il fratello, già partito, e la madre. In vista della partenza è costretto a salutare Nina, una ragazza della ex Jugoslavia, con cui condivide i silenzi ed un passato e presente da straniera; tra i due sta lentamente nascendo l’amore. La seconda parte del film si svolge tra le montagne del Pakistan, dove Ismail cerca di creare un contatto con la sua gente, gli Hazara.  La fine ha un sapore agro-dolce.

Al termine della proiezione la regista svela al pubblico, con una certa commozione, come è nato il film e come ha preso vita il progetto: tutto è cominciato da un incontro avvenuto nel 2005/2006 tra la stessa e Mohammed Jan Azad, un ragazzo afgano Hazara fuggito negli anni ’90 dall’Afghanistan e alla ricerca disperata della sua famiglia. Costanza Quatriglio, che in quel periodo stava girando un documentario sui migranti minorenni non accompagnati, dal titolo Un’onda addosso, è rimasta emozionata dalla tragica storia. Dopo alcuni anni, la regista ha poi rincontrato il ragazzo, nel frattempo diventato maggiorenne, il quale le ha confessato di aver realizzato il suo sogno: egli infatti è infine riuscito a mettersi in contatto con la sua famiglia e a parlare spesso con la madre al telefono: da questa storia vera è nato il film.

In quella che sembra apparentemente una sola storia in realtà vi si inseriscono una storia d’amore, i rapporti familiari, la storia di due fratelli e quella di un popolo oppresso; il tutto all’interno di un contesto di geopolitica internazionale tra Oriente ed Occidente.

“Il film vuole essere un percorso di conoscenza, tanto per il protagonista quanto per lo spettatore.

Mentre il protagonista scopre il suo passato, gli spettatori scoprono minuto dopo minuto il dramma della diaspora del popolo Hazara. Per tale motivo il film vuole essere anche una denuncia, un film attivista con l’obiettivo di sensibilizzare più gente possibile verso la conoscenza del dramma di questo popolo, troppo spesso dimenticato, vittima di decenni di massacri e di pulizia etnica, nell’indifferenza del mondo. La diaspora degli Hazara infatti, occupa molto raramente spazi nei telegiornali o nei reportage sul Medio Oriente. L’immagine degli uomini uccisi dal Talebani e gettati nella fosse comuni (come si vede nel film) e quelle delle donne catturate e vendute come schiave sessuali, vengono confuse spesso con quelle della guerra Afghana contro il radicalismo islamico.

E’ la storia di un’intera generazione, ed è anche la mia storia.”

dice l’attore protagonista Basir, che si sente particolarmente coinvolto dal film, non solo in quanto attore ma in quanto attivista per la liberazione dall’oppressione del popolo Hazara, il suo stesso popolo.

Dietro alla storia di Ismail c’è la storia di un popolo.

Il film è stato girato anche nel rispetto della lingua locale afgana, che viene parlata nella maggior parte delle scene del film, rendendolo ancora più autentico ed intimo. E proprio per preservare questa autenticità, la regista svela come anche le comparse siano state scelte accuratamente per la loro appartenenza all’etnia Hazara; sopravvissuti e ancora traumatizzati dai massacri, hanno messo a disposizione del film il loro dolore. Girato in Iran, la regista racconta la sofferenza patita nell’attesa estenuante, durata mesi, prima di ricevere l’autorizzazione a girare da parte delle autorità. Questo infatti è stato il primo film italiano ad essere girato in Iran dal 1976 e proprio per tale motivo per la regista:

questo film è un miracolo.

Ma chi sono gli Hazara?

Gli Hazara sono una delle tante etnie presenti all’interno del territorio afgano (la maggioritaria è l’etnia Pashtun). Si identificano per il naso schiacciato e gli occhi a mandorla, che li rende più simili agli abitanti delle steppe asiatiche. Proprio per questo particolare aspetto fisico vengono considerati discendenti delle orde mongole di Gengis Khan arrivate sulle montagne afgane nel 1300. Al contrario, invece, altri storici sostengono che gli Hazara furono proprio i primi ad insediarsi in Afghanistan.

Ma il motivo principale che ha portato alla persecuzione della popolazione Hazara, ormai da decenni, è di tipo religioso: essi vengono rappresentati come sciiti in un paese a maggioranza sunnita. A partire dalle scuole sunnite inizia infatti la propaganda di sterminio degli Hazara. Tale minoranza, oltre alla diversità nei lineamenti del viso e nella fede religiosa, si differenzia anche per il trattamento riservato alle donne nella comunità, in quanto esse, pur essendo povere, possono studiare e lavorare. Ma agli Hazara viene reso difficile trovare lavoro, costretti così a vivere ai margini della società, esclusi dai negoziati di pace, nonostante fossero riusciti a trovare un piccolo posto all’interno del Parlamento.

I film attivisti come Sembra mio figlio hanno l’importante funzione di puntare i riflettori su drammi spesso sommersi e dimenticati; sono quindi considerati un patrimonio cinematografico importantissimo.


FONTI

Rivista Missioni consolata

Evento a casa Emergency 28.02.19, Schermi migranti: Sembra mio figlio.

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