Un’analisi sull’arte contemporanea attraverso il rapporto tra imitazione e diritto d’autore

Una panoramica breve e diretta sulla differenziazione qualitativa tra imitazione copista, amanuense e citazionismo come appropriazione critica dell’opera d’arte.

La società è organizzata non tanto dalla legge quanto dalla tendenza all’imitazione.
Carl Gustav Jung

Falso d’autore

Cos’è un falso d’autore? È la copia fedele di un’opera d’arte più o meno conosciuta, elaborata dalle abili mani di un altro artista. Concentriamoci ora sulla pittura e su colui che viene definito “falsario”. Si tratta di un termine velatamente inappropriato, dispregiativo per definire l’attività di un “copista”, soprattutto quando la copia di un’opera d’arte è tutelata dal diritto. Il riferimento immediato è al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, in particolare al Decreto Legislativo del 22 gennaio 2004, n. 42:

Non rientrano nell’ipotesi di contraffazione la vendita o la diffusione di copie di opere di pittura, scultura o grafica (ma anche di copie di oggetti di antichità o di interesse storico o archeologico), dichiarate espressamente non autentiche all’atto dell’esposizione o della vendita.

Il falso d’autore dichiarato è quindi una ramificazione dell’ampio panorama artistico. Non porta più la firma dell’autore originario, ma è accompagnato da un certificato di falso d’autore. L’irripetibilità e l’unicità dell’opera d’arte si smaterializza così nella serializzazione riproduttiva, nell’adorazione del feticcio, nella mercificazione della copia. Non c’è immediata correlazione tra il prodotto e la firma dell’artigiano che l’ha maieuticamente manipolato, ma vaporizzazione del gesto tra le mani degli sconosciuti che avvolgono con le loro creazioni i salotti dei collezionisti. Il falso d’autore dichiarato è legale. La contraffazione no, anche se è un fenomeno crescente negli ultimi quindici anni, con copie di Klimt sul mercato a poco più di 900 euro.

Is this the life we really want?, Roger Waters
Opera Sosia

Cos’è un’opera-sosia? Si tratta di una riproduzione identica alla creazione originale, che porta la firma dell’autore che l’ha riprodotta, ma prevede una tutela dei diritti dell’autore originario. L’artista ha diritto a percepire una percentuale sulla vendita delle opere-sosia per tutta la durata della sua vita e fino ai 70 anni dopo la sua morte, per favorire gli eredi. Si tratta del cosiddetto “diritto di seguito”, quindi  il «diritto a ricevere una percentuale sul prezzo pagato per l’opera nelle vendite, acquirente o intermediario un professionista del mercato dell’arte». Nel caso di Waters si tratta perciò di una riproposizione indebita della forma espressiva di Isgrò nella sua opera Cancellatura, che richiede il necessario accordo con l’artista, ancora in vita.

Infatti una diatriba recente che riguarda la violazione del diritto d’autore ha coinvolto l’artista della cancellatura Emilio Isgrò e l’ex bassista e cantante dei Pink Floyd, Roger Waters. Quest’ultimo è stato denunciato da Isgrò per aver plagiato la sua opera Cancellatura (1964) nell’ultimo disco del musicista Is this the life we really want?. In questo caso si tratta di un atto denunciabile perché inserito nella categoria “opera-sosia”.

Il caso del Citazionismo o Appropriation Art
Mona Lisa, Paul Giovanopoulos

Cos’è invece un’opera appropriativa? Non si tratta in questo caso di contraffazione o plagio, poiché è chiaramente espresso il riferimento alla creazione originaria. Si qualifica invece come rivisitazione creativa, originale del prodotto omaggiato. Rivisitazione, dunque, interpretazione, in modo tale che il risultato finale abbia un significato nuovo, diverso rispetto a quello promosso dall’artista originario. Nel caso di un apporto creativo che definisca degnamente la poetica dell’artista riproposto, si parla di opera d’arte autonoma. Quindi nuova, indipendente. Così come avviene nel caso di una rivisitazione che rielabori in chiave parodistica l’opera prima (Fair Use).

La fitta produzione di opere citazioniste si inserisce nella storia dell’arte lungo gli anni Ottanta con il termine di Appropriation Art o Citazionismo. Tra i suoi esponenti più noti spiccano Mike Bidlo e Sherrie Levine. Gli “appropriatori” si occupano della riqualificazione critica di un’opera d’arte esistente. Il loro gesto creativo implica una riflessione su ciò che si è già affermato nella storia. Un intervento artistico personale, che si riallaccia alla celebre frase di Kurt Cobain: «Uso frammenti del carattere degli altri per costruire il mio». C’è un’esigenza sottesa di indagare la società contemporanea attraverso i pilastri culturali che l’hanno cementata. Facendo questo, l’artista reiventa anche se stesso.  

Tutto il bagaglio artistico passato ha avuto una sua contestualizzazione storica, una sua definizione e fruizione in loco. Questa specificità si è persa nella vaporizzazione della riproducibilità tecnica, nella voracità famelica del consumatore. Un salto dal ready-made duchampiano, dalla riqualificazione dell’oggetto comune come opera d’arte, alla metamorfosi da opera d’arte a opera d’arte appropriativa.  Una copia sì, ma che si distingue dal falso d’autore, seppur dichiarato, e dall’opera-sosia, perché richiede un gesto rivoluzionario, non amanuense.