Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò.

Don Lorenzo Milani, Lettera a Pipetta

Tra i celebri stralci delle opere di don Lorenzo Milani, questo frammento di lettera è forse uno dei più incisivi, veri e rappresentativi del messaggio globale di uno dei preti più scomodi di metà Novecento.

Ma l’opera più celebre e ricordata di don Milani è Lettera a una professoressa, libro che è diventato baluardo della scuola democratica e vademecum per molti insegnanti. L’opera, un opuscolo celato sotto le spoglie di missiva e minuziosamente corredato da statistiche e grafici, vide la luce nel 1967, poco prima che don Lorenzo Milani si spegnesse a Firenze, dopo una lunga e sofferta malattia. Un libro che è diventato un lascito, un addio i cui echi serpeggiano ancora oggi, tra le aule e i banchi delle nostre scuole.

Don Lorenzo Milani, di natali fiorenti e borghesi, dopo una maturità classica e un periodo dedito alla pittura sacra presso l’Accademia di Brera, nel 1943, grazie al provvido incontro con don Raffaele Bensi, entra nel Seminario Maggiore di Firenze e nel ’47 viene ordinato prete. Mandato a San Donato di Calenzano (FI), don Milani fonda lì una scuola popolare serale per i giovani contadini e operai della sua parrocchia. Pochi anni dopo, nel 1954, viene chiamato a Barbiana, un paesello che forse non si può dire nemmeno paesello, ma un luogo dimenticato da Dio che raccoglie una manciata di anime, riunite sparsamente sul cucuzzolo di una montagna.

Nominato priore della piccola parrocchia di Barbiana, don Milani decide di protrarre il suo impegno anche in quella terra desolata, raccogliendo i giovani intorno alla parrocchia e dando vita così a una scuola popolare molto simile a quella fondata a San Donato: la scuola di Barbiana. Quegli anni sono per don Milani segnati da un’attività prolifica ma spesso mal accolta dalla comunità cristiana coeva. Nel 1958 nasce Esperienze pastorali, che viene subito messo alla gogna dalla curia romana che ne impedisce la pubblicazione, in quanto «lettura inopportuna»; nel ’65 scrive L’obbedienza non è più una virtù, una lettera aperta a un gruppo di cappellani militari fiorentini, che porterà poi don Milani in contumacia in tribunale e gli costerà una condanna post mortem.

Ed è sempre in questi anni che nasce Lettera a una professoressa, frutto della collaborazione tra Don Milani e alcuni ragazzi della scuola.  Il libro – come è precisato nella premessa al testo – è un invito all’organizzazione, rivolto più ai genitori che agli insegnanti. Una denuncia alla scuola pubblica, che, così come era – o come è? – in quegli anni, sembrava fatta su misura per gli studenti ricchi, mentre tagliava fuori quelli poveri, presentandosi loro come luogo inospitale e ostile. Bisogna allora avvicinarsi a questo opuscolo con piena consapevolezza della sua natura, tenendola sempre ben chiara: un appello ai genitori di quegli studenti che mai andranno all’università, nemmeno al liceo, e per i quali la scuola è l’unico luogo ove poter formare una coscienza e acquisire gli strumenti necessari per trovare un posto all’interno della società.

«La scuola sarà sempre meglio della merda», si legge in un passaggio all’interno del libro: ma cosa succede se la scuola pubblica per i poveri equivale, o è addirittura peggio, della presunta «merda»? Il libro è una forte rivendicazione da parte di coloro che sono figli incolpi della povertà, dell’emarginazione, dell’ignoranza. Rivendicano il loro diritto allo studio e all’educazione, un bisogno che però non viene soddisfatto dalla scuola statale tradizionale, quella fatta su misura per i ricchi, per i figli di papà, venuti su a pane e cultura. Così la scuola non è altro che una «guerra ai poveri», laddove l’educazione, per i figli dei contadini, è l’unica ancora di salvezza alla costrizione prematura al lavoro, l’unico reale strumento per formarsi una coscienza, emanciparsi e far sentire la propria voce. Ma come è possibile che ciò avvenga se nelle scuole tradizionali non si parla la lingua dei poveri, ma solo quella dei ricchi? Come possono le classi più povere trovare rappresentanza, mettere parole ai loro diritti, se poi è riconosciuta solo l’imperante koinè dei benestanti?

Lontani gli uni e gli altri da noi che non si parla e s’ha bisogno di una lingua d’oggi e non di ieri, di lingua e non di specializzazione.
Perché è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui.

La scuola di Barbiana vuole proporre un nuovo modello di insegnamento, dove la scuola non è «un ospedale che cura i sani e respinge i malati», ma uno spazio di accoglienza universale che offre strumenti e possibilità a tutti: se un ragazzo viene bocciato, il fallimento non è del ragazzo ma della scuola e degli insegnanti che non sono stati in grado di aiutarlo. Ma la realtà è nettamente diversa e di bocciature ve ne sono tante: vengono respinti sempre i più poveri, quelli che non si possono permettere le ripetizioni, quelli che non si possono permettere di invecchiare sui banchi, perché il lavoro è lì fuori che li chiama, li pretende, e «invecchiare è proibito». Gli studenti di Barbiana auspicano degli insegnanti che abbiano a cuore il destino del singolo alunno – spesso ridotto a un insignificante numerino sul registro –, che si facciano in tre per farli passare, a differenza delle maestre conosciute che descrivono come «i preti e le puttane. Si innamorano alla svelta delle creature. Se poi le perdono non hanno tempo di piangere».

Nella lettera vengono passati in rassegna diverse criticità della scuola di quegli anni – con sicuramente alcune condanne a oggi anacronistiche – ma sono tanti i punti dibattuti che attualmente rientrano ancora all’interno del dibattito scolastico e su cui vale la pena soffermarsi a riflettere.

Molti sono i passaggi che mettono in risalto il carattere fine a se stesso insito nel sistema scolastico: una scuola disinteressata, avulsa dalla realtà, dove non si leggono i giornali ma si legge Petrarca; dove si studia storia – ma solo fino alla Prima guerra mondiale – e filosofia ma non si parla di politica né si fa educazione civica.

Le materie più belle e diverse tutte finalizzate lì. Come se non appartenessero a un mondo più vasto che non quel metro quadro tra la lavagna e la cattedra.

Viene messo qui in luce un germe epidemico che sussiste e infetta ancora oggi la scuola. Il sistema scolastico tende ad assumere la forma di una bolla di cristallo, perfetta e intoccabile, nella quale si studia, si conosce, ci si arricchisce, lasciando gli studenti confinati nei limiti asserragliati dell’astratto, in un irraggiungibile e beato empireo, che non si infrangerà mai con il terreno della realtà.

Altro punto su cui vale la pena soffermarsi, in quanto di forte interesse attuale, è lo studio dei classici, messo in dubbio oggi più che mai. Necessaria però, per una riflessione lucida ed equa, per evitare fraintendimenti, una debita premessa che ricorda e tiene conto, ancora una volta, della natura e della ragion d’essere del libro di don Milani. Lettera a una professoressa – come è già stato precisato più volte – dà voce ai figli dei contadini e degli operai, che hanno determinati bisogni e necessità, legati a una vita destinata per lo più a lavori manuali e con il primo e sacrosanto scopo di difendere, rivendicare i propri diritti e impadronirsi di una lingua che sia prima di tutto viva e utile. E allora effettivamente a cosa serve leggere e studiare l’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, si chiedono i ragazzi di Barbiana?

Quella stessa professoressa a italiano voleva a tutti i costi le strane fiabe d’Omero. Ma almeno fosse stato Omero. Era il Monti.
E il Monti chi è? Uno che ha qualcosa da dirci? Uno che parla la lingua che occorre a noi? Peggio ancora: è uno che scriveva una lingua che non era parlata neppure a tempo suo.
Un giorno insegnavo geografia a un ragazzo cacciato fresco fresco dalla vostra media. Non sapeva nulla di nulla ma per dire Gibilterra diceva Colonne d’Ercole.
Se lo immagina in Spagna a chiedere il biglietto a uno sportello ferroviario?

Altro discorso allora è chiederci oggi se ha ancora senso insegnare i classici nelle nostre scuole. C’è un vasto corredo di risposte, sia positive sia negative, ma una di quelle più convincenti sembra provenire da Luca Serianni, che nel saggio L’ora di italiano asserisce che «il classico assolve anche allo scopo di garantire la coscienza identitaria e ha quindi un peso diverso in contesti culturali diversi». Richiamando quindi il messaggio di don Milani e la necessità di costruire una coscienza a partire dalla conoscenza e edificazione della propria lingua, in quanto italiani è ancora fortemente auspicabile dedicarsi allo studio dei classici, dei nostri antichi padri. E se non c’è presente, senza passato; se non c’è virtù, senza un vizio alle spalle; e se la Storia veramente fa da maestra, allora mantenere vivi i classici nella nostra scuola è un modo per perpetuare una memoria storica collettiva, sempre più liquida e fluttuante negli anni della globalizzazione 2.0. A cambiare allora dovrà essere il metodo e – scomodando ancora una volta Don Milani, che saggiamente ricorda nella sua Lettera ai giudici che «la scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi»  è proprio necessario recuperare, rinsaldare, o forse proprio reinventare, un solido legame tra lo studio e il vivere presente dei ragazzi. Anche l’autore Hermann Grosser fa di questo concetto l’anteposto al suo saggio Che fare del testo? Testo, metodo e storia nell’esercizio delle competenze:

Se il dibattito pedagogico degli ultimi cinquant’anni o giù di lì ha prodotto qualcosa di certo e stabile – a mio parere -, è che bisogna mediare tra le esigenze della disciplina che si insegna e la realtà dei discenti.

Appellarsi ai classici allora diventa paradossalmente una delle possibili risposte alle mancanze portate a galla in Lettera a una professoressa. La memoria storica è difatti sempre più a rischio, ridotta, nelle migliori delle ipotesi, a feticcio di intrattenimento, e la scuola ha come primo dovere quello di remare contro una società che volge verso l’interdizione della memoria condivisa. La scuola è investita infatti non solo di un ruolo didattico, educativo, ma anche di un valore etico e civile, e porta sulle spalle sia il dovere di fornire conoscenza utile, sia di formare buoni cittadini, e per essere tali è prima di tutto necessario essere uomini. Parte cospicua dell’identità dell’umanità risiede nella collettività e nel passato, e allora i classici sono gli unici strumenti che abbiamo oggi per ripescare e rispecchiarci nella nostra memoria storica collettiva.

Raccogliere il messaggio di fondo della scuola Barbiana è proprio in questi ultimi anni ancora più importante. Don Milani, e insieme con lui i ragazzi, credevano fortemente nel potere della scuola, della cultura e dell’educazione, come mezzo necessario di inserimento alla vita e al lavoro. Senza un maestro e una debita formazione, era impossibile in quegli anni affermarsi nel mondo e acquisire una rappresentanza. Un messaggio che di primo acchito può sembrare scontato ma che invece è oggi da riportare al centro dell’attenzione collettiva. Nello stato presente la formazione e la specializzazione stanno perdendo sempre più terreno e ciascuno si afferma e si rivendica come maestro di se stesso; essere autodidatti è diventato un vanto e tutti sembrano possedere le parole – quelle tanto anelate dagli studenti di Barbiana – e lo spazio per far sentire la propria voce, al punto da mettere in dubbio il valore della scuola stessa.

Lettera a una professoressa è un piccolo tesoro, che racchiude rabbia, urla ma anche lucide e pungenti analisi e constatazioni edificanti. Fare a meno del «padrone», del ricco, eliminare le gerarchie e le avversioni forse è impossibile, ma tendere la mano al nemico, questo sì che è realizzabile.

Così abbiamo capito cos’è l’arte. È voler male a qualcuno o qualche cosa. Ripensarci sopra a lungo. Farsi aiutare dagli amici in un paziente lavoro di squadra.
Pian piano viene fuori quello che di vero c’è sotto l’odio. Nasce l’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi.

 


FONTI
Don Lorenzo Milani, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina, Firenze, 1992.
Don Lorenzo Milani
Internazional
Don Lorenzo Milani, Lettera ai giudici
Don Lorenzo Milani, Lettera a Pipetta, 1950
Luca Serianni, L’ora di italiano
CREDITS
Copertina by Lo Sbuffo
Immagine 1