La gerarchia delle sostanze è abolita.
Una sola le sostituisce tutte: il mondo intero può essere plastificato, e perfino la vita.

 Roland Barthes

 

Soup 500, Mandy Barker

Su una spiaggia dell’isola giapponese di Okinawa, un paguro usa un barattolo di plastica per coprire il suo piccolo corpo, molle, indifeso. Su quella stessa spiaggia gli uomini raccolgono le conchiglie e abbandonano i pezzi di plastica. Il loro lascito per un futuro che sta inghiottendo le sue speranze. È un messaggio molto forte, immortalato da uno scatto di Shawn Miller, uno dei fotografi che partecipano alla mostra Planet or Plastic? a Bologna, nel complesso museale di Santa Maria della Vita. Il progetto fotografico è promosso da National Geographic, Genus Bononiae e Fondazione Carisbo. Sarà accessibile al grande pubblico dal 13 aprile al 22 settembre 2019, sulla guida proposta dalla scrittrice e documentarista Alessandra Viola.

Le fotografie dei reporter del National Geographic si intervallano agli scatti di Mandy Barker, che indaga il problema dell’abbandono incontrollato della plastica, soprattutto sulle spiagge. Tale interrogativo la segue sin dall’infanzia, da quando ha visto i frammenti industriali sostituirsi alle conchiglie. Frammenti che impiegheranno decine, centinaia, migliaia di anni per degradarsi. Lei ha scelto di raccoglierli e di invitare anche altre persone a farlo, per costruire il suo personale archivio artistico. Mandy conserva gli oggetti di plastica raccolti e poi li fotografa, raggruppandoli per dimensioni. Tutti gli insiemi di oggetti fotografati vengono poi uniti in un’unica immagine con Photoshop.

Le sue immagini più celebri sono galassie di utensili quotidiani, inghiottiti da uno sfondo nero e abissale. Sembrano persi in un’altra dimensione, così lontana da poterne ignorare la pericolosità. Ma in realtà è ormai troppo vicina. Come i palloni da calcio dell’opera Penalty (Rigore). 769 palloni, da 41 paesi, ritrovati su 144 spiagge internazionali e inviati alla fotografa da 89 cittadini. Sono oggetti comuni, che appaiono sotto i nostri occhi come rifiuti in maniera sporadica e frastagliata. Se accomunati in un’unica immagine, però, trasmettono un messaggio potente e agghiacciante. Come nello scatto che ritrae l’interno di uno stomaco di un pulcino di albatro. Si intitola Soup 500, perché sono 500 i pezzi di plastica trovati nel tratto digestivo del pulcino, morto nel Vortice subtropicale del Nord Pacifico.

Sì, perché sono gli animali marini i primi a rimettere dell’ingente abuso di plastica. Lo testimonia la fotografia di Jordi Chias, che ritrae una tartaruga impigliata in una rete da pesca. Così come quella di Justin Hofman: un cavalluccio marino che tiene un cotton fioc tra la coda attorcigliata. Sono immagini che non necessitano di alcuna didascalia. Parlano da sé, perché sono gli stessi animali, indifesi e inerti, a comunicare con lo spettatore. A lanciare una richiesta di aiuto. La plastica è dannosa per loro. Può ingabbiarli o essere digerita, soffocandoli o avvelenandoli. Sembra strano, ma le statistiche mostrano che il 90% delle spiagge è occupata da bicchieri, piatti di plastica e cannucce. Le stesse cannucce usate da Francesca Pasquali per la sua scultura Iceberg, al termine della mostra bolognese.

Yiwu, Richard John Seymour

Accanto al quadretto da picnic, compaiono anche sacchetti, bottiglie, contenitori, tappi e altri oggetti ancora, ancora, ancora. Ma il problema più grande è che questi rifiuti, grandi e visibili, non scompaiono. Si trasformano in frammenti inferiori ai 5 millimetri: le cosiddette microplastiche. A intervenire nel processo metamorfico sono i raggi UV, le onde del mare, gli agenti atmosferici. La loro parcellizzazione è capillare, distruttiva. Invisibile. Per questo la fotografia assume un’importanza fondamentale. Mostra quello che sfugge allo sguardo indifferente. Lo fa in maniera limpida, trasparente, senza lasciare nulla all’immaginazione. Perché l’arte deve afferrare crudamente le nostre consapevolezze. Non c’è semplice sfarzo cromatico nelle fotografie della città cinese di Yiwu. C’è la volontà di mostrare come la plastica passi di mano in mano nel commercio internazionale attraverso gesti rituali e inconsapevoli.

Parte tutto da lì, da un gesto. Un uomo che sceglie di buttare la bottiglietta di plastica nella differenziata. Una famiglia che raccoglie gli avanzi di un pranzo dalla spiaggia. Piccoli gesti quotidiani costruiscono una catena collaborativa. È ciò verso cui protende l’iniziativa di Planet or Plastic?. Al termine della mostra, gli spettatori sono invitati a depositare un oggetto di plastica, in modo che questo possa essere riutilizzato per un’installazione architettonica itinerante, volto del concorso internazionale Plastic Monument– Architectural Design Competition.

 


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CREDITS

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