Non sottovalutare le conseguenze dell’amore.

A volte giriamo il coltello nella piaga, quando sappiamo esattamente che cosa fa male e continuiamo a premere proprio in quel punto. Perché lo facciamo? Cattiveria? Crudeltà? Difesa? Vendetta? Protezione? Istinto?

Lei era appoggiata con la schiena alla porta, lui si reggeva alla pertica di metallo dipinta di giallo, l’altra mano in tasca. Una, due, tre, quattro fermate, il tempo che basta per provare a immaginare una vita totalmente diversa.

Mai sottovalutare le conseguenze dell’amore, diceva il protagonista di un film; se n’erano resi conto anche loro. Si fa in fretta a innamorarsi, si fa anche relativamente in fretta ad amare, ma non ci si accorge abbastanza in fretta delle conseguenze che verranno da quell’amore: sofferenza, lacrime, liti, riconciliazioni, rattoppi, garze sulle ferite, speranze, gli attimi di felicità che non sapremo essere gli ultimi e che faranno per sempre male.

Gli aveva sfiorato il braccio con una mano cercando il suo sguardo.

«Prima, quando ti ho detto quella cosa, non volevo. Non volevo dirla.»

«E allora perché l’hai detta?»

«Non lo so…»

Perché diciamo cose che sappiamo fare male? Per fare del male, almeno tanto male quanto ne è stato fatto a noi. Per difesa. Per paura. Se i mali sono uguali, se riesco a farti soffrire come tu fai soffrire me, allora siamo pari.

«Tu mi vuoi male.»

«Non è vero.»

«Sì. Tu mi vuoi male. Tu mi odi. Io ho bisogno di una persona che mi voglia bene, tu non mi vuoi bene.»

Dipende solo da noi. In ogni rapporto, in ogni amore c’è la capacità di fare del male. Dipende solo da noi. Molto tempo prima, un giorno avevano camminato mano nella mano, con gli sguardi rivolti lontano e nella stessa direzione. Avevano sorriso davanti a loro, a loro stessi, a quello che speravano sarebbero diventati. Avevano camminato felici, sereni, spensierati, e dentro alle vene del collo, dentro alle vene dei polsi c’era il male, assopito, tranquillo, un mare calmo. Non alla prima tempesta, non alla seconda, non alla terza, ma alla decima il male sarebbe traboccato dalle loro bocche e sarebbe uscito fuori come lava incandescente a ricoprire il loro rapporto.

Dicono di non sottovalutare le conseguenze dell’amore, ma se sapessimo già come andrà a finire non inizieremmo neanche. Se avessero saputo che un giorno si sarebbero trovati in un vagone della metropolitana pieno di gente e senza aria, a guardarsi e a evitarsi allo stesso tempo, a cercarsi e a respingersi a vicenda, a turno sfiorarsi una mano o un braccio e subito ritrarsi, forse anni prima non avrebbero camminato felici guardando lontano.

Che cosa era andato storto? Che cosa, nel meccanismo, si era inceppato?

«Tu mi odi.»

Lei non aveva detto nulla, aveva visto le sue pupille nere allargarsi e gli occhi diventare lucidi, quasi trasparenti ed era rimasta in silenzio.

Tra tutte le conseguenze che aveva valutato, quella non c’era. Quella non l’aveva contemplata. Mai avrebbe immaginato che sarebbe andata così. Era troppo difficile, quasi inimmaginabile, accettare che le cose potessero avere una fine, che le cose potessero finire. Vorremmo avere scorte infinite di amore, per poterne attingere senza mai vedere il fondo, nero e opaco. La realtà che si era trovata davanti era diversa; il fondo era lì, proprio lì davanti ai loro occhi. Ci erano arrivati, alla fine.

«Non ti odio», aveva mormorato guardando il pavimento che ondeggiava sotto agli scrolloni dei binari.

Non volevo farti del male, aveva aggiunto nella sua testa.

Erano scesi alla fermata successiva.

 


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