Anche quest’anno la Milano Design Week ha portato a maturazione i suoi frutti acerbi; il panorama commerciale e le sue provocazioni si sono fuse nuovamente, dando vita – come al solito – a un frastagliato frastuono di pro e contro tra chi accetta, comprende e acquista i prodotti di design contemporaneo, e chi invece si scaraventa contro alcune proposte innovative, ma non troppo.

Quest’anno ha fatto sicuramente discutere la controversa e ingigantita installazione di Gaetano Pesce in piazza del Duomo, la Maestà sofferente.

Nel 1969, esattamente cinquant’anni fa (ed ecco spiegata la ragione del misfatto), Gaetano Pesce progettò una poltrona che divenne sin da subito un’icona: una seduta rotondeggiante e dalle sembianze femminili, simili alle Veneri Preistoriche, e con una palla poggiapiedi collegata a una catena.

La forma curvilinea e materna della poltrona gigante del 2019 diventò in realtà, a dimensioni funzionali nel 1969, il vessillo di un significato e di una denuncia importantissima e purtroppo sempre di moda: la donna-prigioniera che non può muoversi e non si dimena perché è afflitta da un mondo sessista e animalesco.

Misoginia a parte, il problema qui non è l’etica del messaggio, ma il suo apporto antiestetico molto controverso; non si tratta per niente di un’opera maschilista, piuttosto di una realizzazione anti-femminista, ricoperta da una carica e da un messaggio politico che lascia il tempo che trova, benché sia ancora il suo sgomento a far traballare gli attoniti contemplatori, i passanti e quei fruitori che alle spalle hanno le palme piantate da Starbucks che hanno diviso l’Italia due anni fa, mentre e di fronte a sé svetta il vero simbolo della coscienza milanese di quasi mille anni di storia.

Questa poltrona è infatti un prodotto industriale che aveva sin da subito portato con sé un significato chiaro e conciso. Il problema qui è un altro: questo 50º anniversario, pur denunciando la violenza contro la donna trafitta dalle lance e costretta alla cattività, non riesce tuttavia a risaltare le qualità fluide e creative di tutta la natura femminile, riproponendo sicuramente una capacità generativa della donna, ma costringendola a una condizione di obiettiva, fastidiosa e inesprimibile bruttezza.

Se le quattrocento frecce mirano a ricordare i dardi dei numerosi abusi che la donna è costretta a subire quotidianamente, l’immagine della poltrona-femminilizzata ricorda un automa seduto davanti a un popolo ignorante e disinteressato, ricordando per di più e paradossalmente un paio di didimi maschili, alterandone l’osservazione dello schienale.

Se è sempre più complesso far combaciare il binomio bello e utile, l’opera del maestro Pesce ribadisce tutto il contrario di questa premessa, denunciando sicuramente e con convinzione che la libertà delle donne deve essere invero una libertà universalizzata, creando però in questo modo il feticcio plastico e depotenziato di un prodotto che provoca, per mezzo delle sue forme e non solo per mezzo dei suoi messaggi, e che scuote quel poco che avanza della sensibilità estetica comune, esposta alla mercé dei più nella principale piazza di Milano.

Tutta questa abbondanza, morbida e pungente al contempo, è il grembo materno di una donna costretta alla schizofrenia, una Grande Madre che ospita i fantasmi del presente e del passato.

Vittorio Sgarbi fa riflettere su come questa poltrona sia «il luogo dell’ozio, della meditazione, di tutti i pensieri e ora anche il mezzo di una profonda e grave denuncia (…), che vede una donna-poltrona ben ancorata a terra». Da parte nostra non possiamo negare che la Poltrona della donna con la sfera al piede sia un’utilissima e funzionale denuncia che trafiggere le cornee di chi crede che le guglie del Duomo siano le uniche forme in grado di emozionare, nel bene o nel male. Tuttavia, senza un Christo che nel novembre 1970 impacchettava per due giorni il monumento a S.A.R. Vittorio Emanuele II, pochi avrebbero calcolato di striscio il bronzo di Ercole Rosa…

E se fosse stata ingigantita invece la Proust Chair di Mendini? Sarebbe stato esteticamente più ‘instagrammabile’, certo, meno provocatorio nel messaggio e in generale, e forse persino più apprezzato per iconicità. Forse perché troppa denuncia stroppia e la gente si abitua semplicemente a tollerare e dimentica di valorizzare e godere visivamente del decolté della Fornarina o delle soavi espressioni della Venere botticelliana.

Ma è proprio questa la differenza tra arte e design! Si dimentica di onorare la donna nel suo attributo bello e misterioso, servendosi male del design per alterare un argomento che, anzi di portare i frutti della sua denuncia, angustia in un modo manieristicamente brutto.

Il vero augurio è che si possa un giorno recidere per sempre la palla al piede di quella poltrona, che non ci si abitui al mistero infinito della femminilità nell’arte e nel design, che non ci si annoi né ci si abitui troppo al decorativismo, senza ripensare troppo a una miglioria dell’ospitalità in piazza del Duomo.

Non abbiamo bisogno di selezionare opere esteticamente meno ambigue, concettualmente meno complesse e – perdonate se J’accuse – anche dotate di un messaggio attivamente rinnovato. Abbiamo bisogno di opere e di valutazioni personali, pubbliche, gridate a squarciagola e senza indifferenza.

 


FONTI

Ansa

Brochure: Cinquant’anni, Gaetano Pesce, Claudio Grenzi Editore, 2019

Il Cricco di Teodoro. Itinerario nell’arte, Versione azzurra, Zanichelli, 2012