Da più di trent’anni Steve McCurry è considerato una delle voci più autorevoli della fotografia contemporanea. Celebrato non solo per la maestria nell’uso del colore, ma anche per la profonda e commovente empatia e umanità dei suoi scatti. Nasce nel 1950 in un sobborgo di Philadelphia, studia cinema e storia all’università, prima di iniziare a lavorare per un giornale locale. Dopo molti anni come freelance, arriva la svolta: il primo di una lunghissima serie di viaggi nel subcontinente indiano. Con solo uno zaino per i vestiti e uno per i rullini, McCurry inizia a esplorare il paese con la sua macchina fotografica.

Dopo alcuni mesi, incontrerà in Pakistan un gruppo di rifugiati dell’Afghanistan, che lo aiutano a entrare clandestinamente nel loro paese, proprio quando l’invasione russa sta chiudendo i confini a tutti i giornalisti occidentali. Così, dopo settimane tra i Mujahidin, McCurry porta al mondo le prime immagini del conflitto in Afghanistan, dando finalmente un volto umano a ogni titolo di giornale. Particolarmente noto è lo scatto del 1984 intitolato Ragazza Afgana, pubblicato l’anno dopo sulla copertina della rivista National Geographic Magazine, diventato simbolo dei conflitti medio orientali degli anni Ottanta:

Mi trovavo in un campo di rifugiati, sentii un vociare allegro proveniente da una tenda e scoprii che si trattava di una scuola. Non ho impiegato più di una manciata di secondi a fotografarla: lei guardava il mio obbiettivo in modo curioso, era la prima volta che vedeva una macchina fotografica e dopo poco è scappata via.

Ragazza Afgana

Il progetto esposto al MUDEC di Milano, invece, si chiama Animals ed è iniziato nel 1992, quando McCurry decide di documentare il disastroso impatto ambientale prodotto dalla guerra nel Golfo, vincendo un importante World Press Photo Award. Come spiega Biba Giacchetti, curatrice della mostra di Milano:

McCurry ha sempre focalizzato i propri progetti sui soggetti più vulnerabili, come la condizione dei bambini e dei civili nelle zone di guerra. Ha inoltre documentato le etnie in via di estinzione e gli effetti delle catastrofi naturali. Durante tutta la sua carriera ha fotografato animali, guardando a loro con empatia. Per la première di Animals ci siamo addentrati nello sterminato archivio del fotografo per selezionare una raccolta di immagini di animali. I visitatori sono liberi di esplorare la mostra a loro piacimento, e al tempo stesso si è delineata un’invisibile mappa su tre registri emozionali, alternando immagini più tese ad altre più lievi, più positive. Ci sono immagini dure, quando la natura scatena la propria forza e modifica per sempre le condizioni di un territorio. Altre sono immagini di animali che raccontano storie di umana sopravvivenza. Ci sono anche, comunque, molte piccole storie simpatiche, poetiche o ironiche, come i ritratti di animali orgogliosamente in posa a fianco dei loro padroni.

McCurry ci guida in un viaggio globale alla scoperta della contiguità tra noi e il mondo animale mettendo in luce legami emotivi, oltre che le conseguenze del coinvolgimento dell’uomo nell’ambiente naturale. Sebbene le sue immagini siano senza tempo, egli sembra provare nostalgia per un mondo in continua e pericolosa trasformazione che lui può solo documentare.

Al Ahmadi. Kuwait 1991

 

Costa dell’Arabia Saudita 1991. Le immagini di McCurry del peggiore disastro ecologico di tutti i tempi, avvenuto durante la Guerra del Golfo, hanno fatto il giro del pianeta. Le esplosioni di 600 pozzi petroliferi ordinate da Saddam Hussein in ritirata coincisero con la migrazione degli uccelli che, scambiando per acqua i riflessi del petrolio, scendevano a ristorarsi e trovavano così una fine orribile.

 

Costa dell’Arabia Saudita, 1991. Organizzazioni di volontari corsero sul posto da tutto il mondo per prestare soccorsi. Intere specie di uccelli rischiarono l’estinzione.

 

Al Ahmadi, Kuwait, 1991. L’immagine dei cammelli su un fondale infuocato risale alla fine della prima Guerra del Golfo. McCurry aveva dedicato l’intero servizio all’impatto della guerra sull’ambiente. La foto vinse il primo premio della Children Jury del World Press Photo Contest 1992. Bambini di tutto il mondo avevano votato questa immagine che continua a essere un’icona assoluta, un monito sui rischi che l’uomo arreca al futuro del pianeta.

 

 

Katmandu, Nepal, 2013.

 

Mazar-i-Sharif, Afghanistan, 1991.

 

Chiang Mai, Thailandia, 2010. L’immagine del ragazzino con il giovane elefante in un centro di ripopolamento thailandese è la copertina di On Reading di McCurry: un’immagine che il fotografo ama in quanto induce alla riflessione. Crediamo di scorgervi un rapporto tra i due protagonisti; in realtà l’elefantino si sta solo grattando: è l’immaginazione dell’osservatore a produrre la storia istantaneamente colta da McCurry. Non sempre ciò che crediamo di vedere avviene realmente. È la magia della fotografia.

Animals ci invita a riflettere sul fatto che non siamo soli in questo mondo, in mezzo a tutte le creature viventi attorno a noi. Ma soprattutto lascia ai visitatori un messaggio: ossia che, sebbene esseri umani e animali condividano la medesima terra, solo noi umani abbiamo il potere necessario per difendere e salvare il pianeta.

 


FONTI

Mostra Steve McCurry Animals, MUDEC- PHOTO, Museo delle culture, 16/12/2018-14/04/2019.

CREDITS

Copertina: foto della redattrice

Immagine 1

Immagine 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8: foto della redattrice