17 anni. Un’età difficile, un’età straniera. Marina Mander ci presenta così la giovinezza, nel suo libro L’età straniera, edito per Marsilio. Quella narrata dall’autrice è la storia di un’adolescenza, segnata da traumi – chi non ne ha avuti – e da fatti che nella loro straordinarietà finiscono per rientrare nella quotidiana routine del protagonista. Leo è il drammatico e complicato personaggio di questo romanzo che si potrebbe definire “di formazione”. Si tratta di una storia che non segue lo schema narrativo classico: nelle prime pagine si trova l’evento dal quale scaturisce la narrazione, l’arrivo di Florin, seguito dalla vita del protagonista raccontata nei suoi aspetti più quotidiani, inframezzata da riflessioni e osservazioni. Di difficile interpretazione è il finale: non assistiamo infatti alla ricomposizione dell’equilibrio iniziale – forse mai realmente sconvolto –  ma è come se il racconto sfumasse fino a dissolversi. La maturazione del personaggio, invece, si delinea nel corso dei capitoli e il finale del libro non consiste in una vera e propria risoluzione della trama.

L’età straniera | Premio Strega 2019

Non c’è dunque un evento conclusivo che segna lo scioglimento del racconto ma si ha un’esposizione di fatti che ripercorrono la vita di una famiglia che potrebbe essere quella di chiunque e che in quanto tale ha un suo equilibrio, fragile e imperturbabile al tempo stesso. Il punto di vista è quello di Leo, adolescente difficile – chi non lo è stato – che descrive gli eventi che lo circondano e cerca di capirli, interpretarli e inserirsi in un flusso di avvenimenti che spesso finisce per travolgerlo.

Margherita, madre di Leo e ormai vedova, pur essendosi rifatta una vita al fianco del tassista Antonio (soprannominato dal protagonista “Tango-12-in-2-minuti”), sente l’esigenza e la necessità di aiutare il prossimo e lo fa collaborando con un’associazione umanitaria. A un certo punto però, ed è proprio qui che il romanzo ha inizio, l’associazione si vede tagliare i fondi e Margherita si ritrova sola e senza nessun modo per aiutare gli altri. La donna allora decide di adottare, o meglio, invitare a casa sua, Florin, uno dei ragazzi che seguiva con gli altri volontari.

Florin è un ragazzo difficile, viene dalla Romania, parla poco l’italiano e per sopravvivere si prostituisce ai bordi delle strade milanesi. Anche lui ha 17 anni, ma fa una vita completamente diversa da quella di Leo.

Esistono persone che hanno un’aria da imprigionate anche quando sono libere, spaccano le pietre dei lavori forzati anche quando guadagnano una fortuna, non è una questione di ricchezza, o di miseria, alcuni la prigione se la portano in faccia, il cielo a scacchi stampigliato negli occhi, nessuna speranza che arrivi qualcuno ad aprire la porta.

È questa la descrizione che Leo fa di Florin: un ritratto amaro se si pensa che si parla di un diciassettenne che, nonostante la sua giovanissima età, ha già sofferto molto. Nel suo passato infatti ci sono abusi, traumi e una vita di stenti, tutte cose che Margherita ha intenzione di fargli dimenticare. Tutto ciò che il lettore sa su Florin, questo misterioso ragazzo venuto dall’Est, viene detto da Leo, e si tratta per lo più di informazioni pratiche. Infatti il personaggio del giovane rumeno non si può dire essere dotato di una vera e propria psicologia, ma è piuttosto un espediente narrativo.

Leo dal canto suo non è entusiasta della decisione della madre di accoglierlo, ha già i suoi problemi, i suoi drammi, la sua rabbia: «Perché ti ostini a essere buona? Perché parli al plurale, perché non la smettiamo con questa farsa? Perché credi che la sofferenza renda più buoni? Ti pare logico? La sofferenza e la miseria non rendono più buoni, rendono solo capaci di fare qualsiasi cosa pur di sopravvivere. Sono forse il guardiano di mio fratello?».

Florin non è nemmeno Marina Manderuno dei problemi più grandi per Leo: la sua vita sembra essere segnata da due grandi ossessioni. La prima riguarda il fatto che si ritiene troppo grande per essere ancora vergine; l’idea di non avere mai fatto sesso lo tortura, facendolo arrivare a provare quasi invidia nei confronti di Florin, che invece del sesso sa fin troppo per i suoi 17 anni. La seconda invece riguarda la morte di suo padre. Si sente colpevole, forse avrebbe potuto salvarlo, aiutarlo, e invece no: lo ha visto dirigersi verso il mare nel quale è poi annegato, e non ha fatto nulla, non si è alzato dal letto ma si è riaddormentato. E questo sembra perseguitarlo, il senso di colpa lo segue nei sogni e lo accompagna durante le sue giornate.

L’intero romanzo è scritto secondo la tecnica del discorso indiretto libero e il punto di vista è ovviamente quello di Leo. Alla mera descrizione dei fatti si alternano delle riflessioni che sembrano farsi sempre più approfondite via via che il romanzo va verso la conclusione, quasi a indicare una sorta di maturazione da parte del personaggio. Una maturazione che avviene quasi in modo improvviso, segnando uno stacco netto tra le due parti del romanzo. Questo punto di vista quasi claustrofobico di Leonardo viene inframezzato da degli excursus in corsivo – sogni o forse solo immaginazione – dai quali emerge tutta l’angoscia che il protagonista prova per i suoi disagi adolescenziali.

Il romanzo propone delle tematiche complesse ma molto attuali, con Milano che fa da sfondo alla narrazione: Marina Mander cerca di proporre da una diversa prospettiva, quella di un adolescente, temi come la prostituzione, l’immigrazione, la vita di strada e gli abusi. Ma ciò che ne emerge è una visione quasi capovolta in cui è Leo a essere la vittima, e non Florin.

Qui nessuno è nessuno. Almeno questo comincio a capirlo, nella città dove sono nato e cresciuto esistono oasi di niente, anfratti dove è possibile acquattarsi, dove tu sei l’emarginato, l’immigrato clandestino.

Il libro di Marina Mander è candidato al Premio Strega 2019, su proposta di Benedetta Tobagi. La giornalista spiega la scelta di proporre L’età straniera per il prestigioso premio letterario:

Perché leggiamo romanzi? (…) Per vivere “vite che non sono la mia”, incontrare l’alterità totale, estendere l’empatia oltre i confini dei territori a noi familiari, diranno altri. Più spesso, tutt’e due le cose. Il primo elemento di grande fascino de L’età straniera di Marina Mander sta nel fatto di consentirci entrambe le esperienze, trascinandoci – sospesi, incerti – nella penombra di uno spazio liminale, nella schiuma tra terraferma e mare, come nell’immagine di copertina.

 


FONTI
L’età straniera, Marina Mander, Marsilio Romanzi, 2019
Premio Strega
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