Il mondo ha bisogno di un museo della vagina.

L’idea di aprire il primo museo al mondo dedicato alla vagina è partita a marzo del 2017, proprio da questo tweet provocatorio e ironico di Florence Schechter, scienziata inglese, youtuber, femminista e attrice. La donna aveva appena scoperto dell’esistenza in Islanda dell’unico museo al mondo del pene, notando la totale assenza dell’equivalente femminile.

Un atto di sessismo discriminatorio,

ha detto la Schechter, lanciando così la sfida sul mondo dei social.

Ha poi individuato nella città di Brighton, a sud di Londra, il luogo dove creare il museo. L’idea in pochissimo tempo è diventata virale: non sono mancate le critiche e le battute sarcastiche, che però hanno convinto la scienziata ancora di più nel perseguire la sua idea, proprio per andare contro tutti i vecchi retaggi culturali che impediscono, per lo più alle donne, di parlare di sessualità. La mission del progetto, infatti, è proprio quella di fornire un contributo reale al dibattito sul femminismo, l’emancipazione, la parità di genere, la violenza sessuale, le mutilazioni genitali femminili; sdoganando tabù come l’omosessualità o le mestruazioni; il tutto creato conciliando informazione e prevenzione a gioco, divertimento e arte. La Schechter ha quindi dato vita a una campagna di raccolta fondi, sulla piattaforma crowdfunder.co.uk, per ottenere supporto economico.

Oggi, a due anni dal suo tweet, grazie al flusso di consensi sempre più elevato, la raccolta è arrivata a ben 10 mila sterline e, come si legge su Insider, lo spazio espositivo potrebbe aprire i battenti già il prossimo autunno.

Una parte del museo sarà dedicata alle opere d’arte ispirate alla vagina, ma è in programma anche un percorso più scientifico dedicato all’anatomia, alla storia e la cultura dell’organo femminile. L’idea di Schechter è però più ampia e si evolve costantemente: sono state prese in considerazione anche serate con letture, workshop, seminari e la creazione di gruppi d’ascolto per vittime di violenza sessuale. Ha dichiarato la scienziata inglese su Insider:

Desidero che, una volta uscite dal museo, le persone pensino che le vagine siano normali e che non ci sia nulla di cui vergognarsi. È una parte estremamente stigmatizzata del corpo e questo porta a conseguenze davvero terribili nel mondo reale, perché lo stigma può far davvero male alle persone.

Quindi, penso che un museo sarebbe un ottimo modo per arrivare a pensare che la vagina sia in realtà una parte del corpo che dovremmo celebrare, qualcosa di cui dovremmo parlare, e spero che quest’apertura avrà conseguenze a catena e renderà le persone più self confident con il proprio corpo. Quindi, la priorità numero uno per me è davvero la destigmatizzazione dell’anatomia ginecologica,

ha aggiunto chiarendo ancora una volta il suo obiettivo.

Ovvero, la nascita di un museo che sia inclusivo e intersettoriale, perché tutti hanno bisogno di conoscere le vagine, non importa se ce l’hai o no; e perché, fondamentalmente, tutti veniamo fuori da loro.

La Schechter sostiene fermamente che tutti dovrebbero avere la libertà di decidere cosa fare con i propri corpi, ed è molto chiara su ciò che vuole mostrare nel museo di Brighton: percorsi inclusivi di genere, racconti di storie, il tutto in un clima di positività e rispetto verso la sessualità e il corpo di ognuno.

La parola stessa, vagina, non è una parola cattiva: è una parola scientifica, e il fatto che le persone ridano ancora al solo sentirla, è esattamente il motivo per cui abbiamo davvero bisogno del Museo della Vagina.

La realizzazione di aree dedicate come questa e l’incremento dell’educazione sessuale nelle scuole del nostro Paese, aumenterebbe di certo la consapevolezza e l’informazione, facendo diminuire al contempo in modo considerevole i casi di infezioni sessualmente trasmesse e di gravidanze indesiderate. Secondo il rapporto del 2013 Policies for Sexuality Education in the European Union, non educare alla sessualità ha soltanto effetto negativo:

Gli esperti hanno affermato in numerosi studi e rapporti che un’educazione sessuale insufficiente porta a un aumento del tasso di gravidanze in età adolescenziale e a una maggiore quantità di persone che soffrono di Aids e malattie sessualmente trasmissibili.

In Olanda l’attenzione per l’educazione sessuale è viva fin dagli anni Sessanta e il Paese ha il più basso tasso di gravidanze in età adolescenziale in Europa. Sempre nello stesso rapporto, si legge che l’Italia ha invece dovuto e deve tuttora fare i conti con l’opposizione della Chiesa: è infatti uno dei pochi Stati membri in cui l’educazione sessuale non è obbligatoria, insieme a Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia e Romania. All’epoca della stesura del Rapporto, nell’elenco figurava anche il Regno Unito, che però nel 2017 ha provveduto a renderla materia inderogabile in tutte le scuole. L’assenza di educazione sessuale non è certo priva di conseguenze per il Paese: dal 2007, le vendite di profilattici sono calate del 13%; dal 2000 a oggi, i casi di sifilide sono cresciuti del 400%, e quelli di gonorrea sono raddoppiati dal 2008 al 2013.

L’Unesco ha sottolineato l’importanza di rendere l’Educazione Sessuale Onnicomprensiva (Cse) – già attiva in buona parte d’Europa, specialmente in Olanda – obbligatoria in tutti i Paesi del mondo. La Cse fa parte delle iniziative dell’Unfpa, l’Agenzia di salute sessuale e riproduttiva delle Nazioni Unite. L’accesso a questo tipo di educazione sessuale è riconosciuto dall’Onu nel novero dei diritti umani ed è stato ratificato da diversi trattati internazionali, dal Comitato sui Diritti del Fanciullo, dalla Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna e dal Comitato sui diritti economici, sociali e culturali. La Cse ha un approccio scientificamente corretto, scevro da ogni giudizio, appropriato all’età del bambino e sensibile alle questioni di genere. È stato dimostrato come abbia contribuito alla prevenzione dell’HIV, alla diminuzione delle gravidanze in età adolescenziale e alla parità di genere in molti Stati, compresi quelli africani dove l’Aids è ancora diffusissimo.

Come afferma Jennifer Guerra in un articolo su The Vision, i genitori italiani spesso rivendicano il diritto di poter educare i figli a questi temi come meglio credono, principalmente perché reputano la sessualità una questione privata e un tema troppo delicato per poterlo delegare ad altri. Questa convinzione è estremamente fuorviante. Pensare che la sessualità sia una questione privata non ha alcun fondamento: il sesso non si fa da soli e le scelte educative oscurantiste hanno ripercussioni significative sulla relazione con l’altro. Inoltre, se ogni genitore pretendesse di poter educare i propri figli come preferisce, il sistema scolastico non avrebbe senso di esistere. L’educazione alla sessualità non insegna altro che innegabili verità: le persone fanno sesso, si riproducono, hanno peni, vagine, orgasmi, erezioni, esistono le malattie a trasmissione sessuale, esistono i contraccettivi, esiste l’aborto, si può fare sesso con persone dello stesso genere… Tenere nascoste queste cose non serve a nulla, ma anzi, conduce solo al disastro educativo.

In Italia – dove c’è – l’educazione alla sessualità e all’affettività è spesso affidata a enti esterni, come associazioni culturali e consultori. Questo non significa affatto che venga fatta nel modo corretto, dato che non esistono linee guida precise su come affrontare il tema del sesso in classe e ognuno lo fa come vuole. Tali enti sono liberissimi quindi di predicare l’astinenza, di mortificare gli adolescenti sessualmente attivi, di fare campagne antiabortiste oppure di escludere dai loro discorsi la questione LGBTQ+.

Informazione è libertà, libertà di scegliere sul proprio corpo, della propria sessualità e della propria vita: questa è l’indicazione dei Paesi che hanno adottato l’Educazione Sessuale Onnicomprensiva. Arriverà anche in Italia un Museo della Vagina?