Ugo Mulas nasce in un paesino del bresciano nel 1928. All’età di vent’anni si sposta a Milano per studiare Giurisprudenza, ma dopo qualche anno preferisce di gran lunga l’ambiente dell’Accademia di Brera, che finisce col frequentare assiduamente, lasciando la Facoltà. In quegli anni, gli artisti e gli intellettuali avevano un loro punto di ritrovo in città: il Bar Jamaica. Mulas, sempre più affascinato dal mondo dell’arte, entra a contatto con questa realtà e inizia ad appassionarsi di fotografia, formandosi da autodidatta.

La fotografia è inizialmente per lui un mezzo per poter testimoniare la società a lui contemporanea, che stava vivendo il dopoguerra. Per questo motivo, i primi soggetti immortalati sono proprio le periferie milanesi, la Stazione Centrale e quegli amici conosciuti al Bar Jamaica. Questo locale rappresenta per Mulas un luogo davvero importante, sia per la sua vita lavorativa che privata. Qui infatti conosce molte delle persone con cui collaborerà, ma incontra anche quella che poi diventerà la sua compagna di vita, sua moglie Antonia Buongiorno, che lo affiancherà negli anni successivi nella gestione di uno studio fotografico.

Bar Jamaica, Milano, 1953-1954, Ugo Mulas

Altro ambiente – questa volta in senso figurato – importante per il percorso artistico di Ugo Mulas è stato quello teatrale. Intorno al 1957 inizia, infatti, una collaborazione con il regista Giorgio Strehler, grazie al quale pubblica pochi anni dopo le fotocronache degli spettacoli L’opera da tre soldi e Schweick nella Seconda guerra mondiale. La sua vicinanza al teatro lo porta a sperimentare sempre più, fino a realizzare delle vere e proprie scenografie grazie all’ausilio della macchina fotografica: prima per Giro di vite con la regia di Virginio Puecher e poi per Wozzeck, sempre con la regia di Puecher. La poetica di Mulas si contrappone a quella del momento decisivo di Henri Cartier-Bresson: a Mulas non interessa l’attimo, crede invece che il suo soggetto debba essere elevato grazie al lavoro del fotografo stesso, attraverso il modo in cui egli lo inquadra.

La testimonianza di questo suo approccio al mondo si ritrova fino a quello che sarebbe stato il suo ultimo lavoro: Verifiche. Intorno al 1970, il fotografo scopre di essere gravemente malato e, chiuso in ospedale, decide di portare avanti una riflessione sulla sua carriera e sulla storia della fotografia, attraverso una rilettura del tutto personale. Questo progetto ha come fine quello di individuare gli elementi costitutivi della fotografia e di trovarne soprattutto il valore. In un’epoca infatti sempre più a contatto con le immagini, non è semplice tenerne ben presente il senso. Seppur tutte andrebbero menzionate e discusse a lungo, in questa sede se ne selezioneranno solo alcune.

Verifica #1, Ugo Mulas

Omaggio ai pionieri della fotografia, e in particolare a Niepce, è la Verifica#1. Ugo Mulas inquadra la pellicola di un negativo. Come egli stesso spiega, la prima cosa con cui si dovette confrontare da fotografo fu proprio la superficie sensibile, quindi è giusto che la pellicola diventi essa stessa protagonista di uno scatto.

Verifica#2, Ugo Mulas

La Verifica#2, invece, è il primo autoritratto della serie. La luce riflessa sullo specchio impedisce la visione del suo volto. Quest’immagine testimonia un atteggiamento del fotografo secondo Mulas: colui che tenta di superare il mezzo stesso del suo lavoro e del suo metodo di conoscenza dell’intorno.

Verifica#3, Ugo Mulas

Verifica#3 è invece dedicata a un’installazione di J. Kounellis. Qui Mulas riporta l’intera striscia del negativo, riproponendo tutti i 36 scatti realizzati durante la mostra dell’artista. Il protagonista di quella performance, il pianista, appare sempre nella stessa posizione pacata. A variare sono i numeri sotto i vari riquadri, sono questi a indicarci l’incombenza e lo scorrere del tempo.

Fine delle verifiche, Ugo Mulas

Interessante segnalarvi come Mulas decide di chiudere questa serie. Citando questa volta il Grande Vetro di Duchamp, il fotografo decide di prendere la Verifica#1, di apporvi un vetro e di frantumarlo. Il lavoro si conclude con ciò con cui aveva iniziato. La rottura del vetro non è dedicata solamente alla singola opera di Duchamp, ma a tutto il suo modo di approcciarsi al passato, che ha influenzato il fotografo.

La carriera di Ugo Mulas è stata ricca di incontri, sguardi e influenze diverse, che lo hanno ogni volta messo in discussione. Mulas, infatti, sembra non aver mai smesso di chiedersi quale fosse la sua posizione rispetto al contesto in cui si trovava, come fotografo e come uomo.