Il libro di Behrouz Boochani intitolato No Friend but the Mountains: Writing from Manus Prison –Nessun amico se non le montagne: racconto dalla prigione di Manus– ha vinto il più importante premio letterario australiano, il Victorian Prize for Literature, che consiste in 125 mila dollari australiani, cioè 79 mila euro. Normalmente questo premio può essere consegnato solo a chi ha la cittadinanza o la residenza australiana. Nel caso di Boochani, la giuria ha fatto una grossa eccezione: lo scrittore trentacinquenne è infatti da cinque anni detenuto nella prigione off-shore di Manus, in Papua Nuova Guinea, colpevole soltanto di essere un migrante clandestino.

Prima di essere un detenuto, Boochani è giornalista, scrittore, regista iraniano e di etnia curda. Nel 2013 la polizia fece irruzione nella sua redazione arrestando alcuni colleghi giornalisti accusati di avere posizioni filo-curde; così Boochani fuggì dall’Iran. Cercò rifugio prima in Indonesia, in seguito tentò di imbarcarsi per l’Australia, ma la sua nave venne intercettata dalle autorità e fu così trasferito nel carcere di Manus. Ha raccontato in seguito di avere tentato una richiesta di asilo affermando di essere uno scrittore, ma le autorità avrebbero risposto ridendogli in faccia: questa fu una grande umiliazione per lui.

Quando, nel 2013, ci fu un picco di immigrazioni illegali in Australia (circa 20 mila migranti), il governo conservatore del primo ministro Tony Abbot approvò regole più rigide sui migranti clandestini. La nuova legge stabilì che i richiedenti asilo arrivati illegalmente dovessero essere trasferiti in centri di detenzione off-shore, come quelli di Manus e Nauru, in attesa che fosse esaminata la loro richiesta (anche se pochissimi di loro ottengono poi asilo politico). Questi centri negli ultimi 15 anni hanno trattenuto più di tremila detenuti ed in condizioni a dir poco disumane. Nel 2016 la Corte suprema di Papua Nuova Guinea ha definito queste organizzazioni illegali e, nello stesso anno, il Guardian ha aperto un’inchiesta sui suddetti centri, denunciando una situazione drammatica di precarietà, abusi e violenze sessuali, spesso anche su minori.

Al telefono con il New York Times Boochani ha affermato di “sentirsi un paradosso”: lo è senz’altro  dal momento che lo stesso governo che gli ha negato e continua a negargli l’asilo ora lo ritiene degno del premio letterario più importante. La giuria ha deciso di premiare Boochani ritenendo la sua storia una vera e propria storia australiana. Il direttore del Wheeler Center, il centro che si occupa dell’assegnazione del premio, ha commentato così l’opera di Behrouz:

«un contributo indelebile all’editoria e all’arte narrativa australiana».

Il libro di Boochani racconta della sua vita da detenuto. Il testo è un ibrido difficile da definire, che unisce giornalismo, poesia e teoria della critica. Lo ha scritto durante i cinque anni di detenzione, inviando il testo frammentato in singoli messaggi WhatsApp a Omid Tofighian, un amico che lo ha aiutato assemblando il libro e traducendolo dal farsi all’inglese. Lo scrittore iraniano ha raccontato di non essersi servito della carta perché spesso le guardie facevano irruzione nelle stanze appropriandosi di ciò che possedevano i prigionieri: temeva di perdere tutto, così ha pensato di scrivere e di volta in volta di inviare tutto all’amico.

Sempre tramite messaggi, scrive riguardo il suo libro:

“Il mio scopo principale è sempre stato far capire agli australiani e a tutto il mondo come questo sistema abbia torturato delle persone innocenti a Manus e Nauru sistematicamente e ininterrottamente per quasi sei anni. Spero che questo premio faccia più luce sulla nostra situazione, che produca un cambiamento e che ponga fine a questa barbarie”.

A Boochani non è stato nemmeno concesso di ritirare il premio, è stato lo stesso Omid a ritirarlo, il quale ha commentato:

“Non potete sottovalutare l’impatto che questa vincita avrà sulle politiche dei rifugiati in Australia, non solo qui ma anche per tutte le persone esiliate del mondo[…] E’ una delle forme più orribili di oppressioni neocoloniali del momento – e porre il libro in questa direzione, riconoscerlo e far riconoscere questo tema alla narrativa moderna avrà molte ripercussioni per le prossime generazioni.”

Lo scrittore, non potendo essere presente alla cerimonia di assegnazione del premio, ha registrato per l’occasione un discorso in cui dimostra orgoglio e allo stesso tempo grande umiltà, dando prova di una fiducia quasi rivoluzionaria nella forza della letteratura.

Nel messaggio ha raccontato di aver creato un’altra immagine di sé durante gli anni di prigionia: quella di uno scrittore rinchiuso in una prigione remota. Quest’immagine mantenuta fissa nella mente gli ha consentito, anche nei momenti più umilianti, di conservare la dignità di essere umano, ignorata da un sistema che tiene prigioniere persone innocenti. Behrouz confessa poi di essere molto felice per questa vittoria, non tanto per sé stesso, quanto perché questo premio prova che le parole possono ancora qualcosa contro un sistema sbagliato, che non rispetta i diritti umani. Non ha mai smesso di credere nella forza delle parole e della letteratura, perché queste ci possono ancora dare la libertà e lui ne è la dimostrazione: nonostante sia da anni detenuto, la sua mente non ha mai smesso di produrre parole, e proprio queste gli hanno permesso di evadere a mondi sconosciuti, oltre le sbarre di una prigione. Tiene a precisare di non essere un idealista e di non voler diffondere un messaggio ottimista qualunque, ma lui è la prova che anche un prigioniero possa, seppur in assenza, con la sola forza delle parole, pronunciare un discorso in occasione di un’importante premiazione come questa. Si tratta di una vittoria per tutti i prigionieri, di una vittoria per la letteratura e l’arte, ma prima di tutto si tratta di una vittoria per la dignità umana, una vittoria contro una sistema che questa dignità.