Sarà capitato a chiunque di giungere al termine di un film e assistere a un colpo di scena inaspettato, solo per ricordarsi all’improvviso di un dettaglio che, giudicato in precedenza irrilevante, acquista in retrospettiva un significato profondo, tanto da spiegare a posteriori tutti gli eventi successivi. Tale espediente corrisponde a una precisa tecnica narrativa chiamata foreshadowing, termine traducibile con anticipare, prefigurare, adombrare.

L’anticipazione, o foreshadowing, consiste dunque in un dettaglio introdotto nella storia come suggerimento o implicazione di ciò che avverrà in seguito, un elemento che sul momento passa inosservato ma è destinato a rivelarsi decisivo nella risoluzione della trama. Esempio classico, i gadget tecnologici presentati a James Bond a inizio film: già da subito sappiamo che saranno fondamentali per salvare il protagonista da una situazione disperata. In questo caso, in realtà, si parla piuttosto di pistola di Cechov, concetto simile ma più limitato. Il foreshadowing ideale, invece, non dovrebbe risultare ovvio fin dalla sua comparsa, ma restare celato alla coscienza dello spettatore, sedimentarsi nel suo subconscio ed essere recuperato solo dopo la rivelazione finale che l’elemento stesso serviva ad anticipare e giustificare. In tal senso, è un dispositivo fondamentale dell’invenzione drammatica, intesa nel suo significato etimologico di creazione finzionale, perché capace di rendere plausibile la storia e garantire solidità coesiva alla narrazione.

Contrariamente alla vita vera, infatti, soggetta al caso e all’imprevedibilità, ciò che si ricerca in una storia è un certo grado di consequenzialità, di ordine, di regolarità nei rapporti di causa ed effetto. Non una completa predicibilità, ma un livello sufficientemente elevato di organicità e congruenza della struttura narrativa. È questa la ragione per cui risultano tanto sgraditi i cosiddetti deus ex machina, ed è per lo stesso motivo che il foreshadowing è così importante: se ben utilizzato, dimostra la profonda e necessaria interdipendenza tra gli eventi, i protagonisti, i temi della trama. Permette di rendere credibili fatti bizzarri, plot twist e comportamenti inaspettati, giustificandoli a ritroso con la sua esistenza. Rinsalda il meccanismo di sospensione dell’incredulità e l’implicito patto di fedeltà tra narratore e spettatore, contribuendo a migliorarne l’esperienza emotiva ed intellettuale. Quanto infatti è più soddisfacente, giunti al termine del film, realizzare che tutti i pezzi della trama si incastrano alla perfezione, che la risoluzione finale non è frutto di una trovata di sceneggiatura senza fondamento bensì di un’attenta costruzione architettonica edificata attraverso minimi dettagli lungo l’intero arco del film? La sensazione di aver assistito a una vicenda dotata di profonda coerenza, e non a una successione di scene confuse e incongruenti, è parte essenziale dell’appagamento drammaturgico.

Il foreshadowing, dunque, si apprezza pienamente solo alla conclusione dell’opera, o meglio ancora durante una seconda visione, perché le conoscenze maturate nel corso della prima permettono di cogliere le sottili anticipazioni sfuggite in precedenza. Tuttavia, può servire anche come strumento per creare un’atmosfera di suspense e tensione nello spettatore, prefigurando i possibili svolgimenti futuri della trama. In questa funzione risulta simile a un altro meccanismo: il flashforward, o prolessi, dal quale però si differenzia per un decisivo aspetto. Il foreshadowing è un suggerimento di ciò che potrebbe avvenire in seguito, ma integrato naturalmente nel tempo della storia in cui compare; il flashforward è invece una scena ambientata nel futuro che interrompe la sequenza cronologica degli eventi spezzando la coincidenza tra fabula e intreccio.

Per comprendere meglio queste tecniche, e in particolare la prima, si analizzerà come caso studio un film che ne fa ampio uso: The Prestige, di Christopher Nolan. Nel capolavoro del regista londinese, il foreshadowing assurge a meccanismo fondamentale della storia, ne rivela l’eccezionale coesione e consequenzialità e arriva ad abbracciare un’ampia riflessione metacinematografica. Per la natura dell’analisi, saranno inevitabili pesanti spoiler sulla trama del film: si consiglia quindi di proseguire la lettura solo a visione già avvenuta, condizione del resto necessaria per seguire appieno lo sviluppo del discorso.

Are you watching closely?

The Prestige. Londra, fine ‘800. L’illusionista Alfred Borden (Christian Bale), detenuto in galera con l’accusa di aver ucciso il collega e rivale Robert Angier (Hugh Jackman) entra in possesso del diario del defunto e, leggendolo, ripercorre gli anni della loro rivalità, cominciata quando i due giovani erano semplici aiutanti dell’ingénieur John Cutter (Michael Caine), scenografo e creatore di trucchi. Da questo momento prende avvio un’intricata vicenda fatta di linee temporali alternate, prospettive incrociate e continui colpi di scena, con un montaggio a scatole cinesi in grado di mettere a dura prova la comprensione dello spettatore.

La trama di base vede l’amicizia tra i due protagonisti spezzarsi quando la moglie di Angier muore annegata durante un numero di magia a causa di un nodo sbagliato fatto da Borden, errore che il primo non gli perdonerà mai. Col passare del tempo i propositi di vendetta di Angier, inaspriti dall’invidia per la felicità familiare del collega, si trasformano in ossessione. Il suo scopo, dopo aver assunto il nome d’arte de il Grande Dànton, è diventare il miglior illusionista in circolazione. Gli si oppone Borden, il Professore, che con l’aiuto dell’inseparabile collaboratore Fallon acquista fama grazie all’incredibile numero del Trasporto Umano. Alla ricerca del segreto del rivale, Angier finirà in America, dove incontra l’inventore Nikola Tesla (David Bowie) a cui commissiona la costruzione di una macchina speciale per eseguire una versione migliorata del Trasporto Umano. La competizione tra i due illusionisti si accende in un’escalation di violenza destinata a provocarne il reciproco annientamento.

The Prestige è un film complesso da decifrare a causa della sua peculiare struttura narrativa a incastro, dispiegata attraverso continue prolessi e analessi secondo i punti di vista alternati dei due protagonisti. A una prima visione, non si può che essere sopraffatti dal metodico caos della storia; solo con successive rivisitazioni si inizia a comprendere davvero l’intricato viluppo delle sue vicende e a cogliere l’ininterrotta tramatura di anticipazioni che percorre la trama. Come Angier ha bisogno di una parola chiave per decifrare il diario del rivale, così lo spettatore necessita delle rivelazioni finali quali strumenti di decriptazione dell’intera opera. I principali colpi di scena svelati nell’ultimo atto sono tre: il segreto del numero di Borden, la vera identità di Angier, e il funzionamento della macchina di Tesla.

Il film si apre con un flashforward, l’inquadratura di una pila di cappelli a cilindro abbandonati sul terreno. Segue una scena collocata cronologicamente molto più tardi: tanti canarini uguali rinchiusi in gabbia, e l’ingénieur Cutter che intrattiene una bambina con un trucco di magia. Un voice over dello stesso Cutter (ma estrapolato da un frangente ancora diverso) spiega intanto i tre atti di un’illusione: Promessa, Svolta e Prestigio. Sono questi momenti iniziali che contengono l’essenza intera del film e ne svelano già le future rivelazioni; il pubblico però non possiede ancora le conoscenze necessarie alla loro corretta interpretazione.

Le due immagini d’apertura introducono intanto i fondamentali temi del doppio e della molteplicità: il primo riguarda Borden, il secondo Angier.  Il segreto nascosto dietro il numero del Trasporto Umano è in fin dei conti molto semplice: non c’è solo un Professore, ma due fratelli gemelli che si alternano a interpretare le identità di Borden e Fallon, il suo taciturno assistente. Ben prima di questa rilevazione, però, una serie di dettagli cementano la personalità dell’illusionista come volubile e incostante (lo nota Angier leggendo il suo diario, lo può constatare lo spettatore a più riprese). Per questo, i momenti di foreshadowing che suggeriscono la soluzione del gemello non vengono interpretati in tale direzione, ma semplicemente come espressione del carattere del mago. Ti amo, dichiara per esempio all’inconsapevole moglie, e lei risponde: No, oggi sei più innamorato della magia che di me: una reazione all’apparenza giustificata dalla passione di Borden per l’illusionismo e dell’incostanza del suo temperamento. Anche gli ambigui e alterni comportamenti con l’assistente Olivia (Scarlett Johansson) possono essere scambiati per gli oscillamenti di un’anima inquieta. Quando invece Angier gli domanda che nodo abbia fatto a sua moglie, il Non lo so ottenuto in risposta da Borden appare come un debole tentativo di sfuggire alle proprie responsabilità (ma lo sta chiedendo invece al gemello sbagliato).

Altri momenti non destano sospetti perché perfettamente integrati nel contesto della narrazione: una ferita infetta può ben spiegare il moncherino che riprende a sanguinare dopo qualche giorno (invece, uno dei due Borden si è dovuto amputare le dita in seguito all’incidente che ha coinvolto l’altro). L’inspiegabile apparizione in casa della futura moglie un istante dopo averla salutata fuori dalla porta appare come un comune trucchetto di magia, e non uno studiato tempismo di coppia. Oppure, leggendo nel suo (loro) diario la seguente frase: Eravamo due giovani all’inizio di una grande carriera. Due giovani votati ad un’illusione. Due giovani che non avrebbero mai voluto fare del male a qualcuno, è naturale cogliervi un riferimento ai due illusionisti rivali (come fa lo stesso Angier) quando in realtà Borden sta parlando di sé e del gemello. E la lista di simili foreshadowing potrebbe proseguire ancora a lungo.

Analogo discorso vale per l’identità di Angier, alter ego del misterioso Lord Caldlow, ricco aristocratico nominato a più riprese nel corso del film ma mai mostrato fino alla fine. I riferimenti alla sua vita segreta non mancano: Cutter afferma di non conoscerne davvero il passato, e lo stesso illusionista ammette di aver cambiato nome per dedicarsi alla magia, passione che la famiglia non approverebbe. Anche la sua ampia disponibilità di denaro dovrebbe destare sospetti. Sono tuttavia accenni fugaci e facilmente ignorati, inseriti in momenti in cui l’attenzione dello spettatore è rivolta a tutt’altro. In alcuni frangenti si allude inoltre al futuro percorso di corruzione spirituale che attende Angier. Dovete sporcarvi le mani se volete raggiungere l’impossibile, lo esorta Cutter, ma certo l’ingénieur non si immagina neanche i tragici sviluppi profetizzati dal suo incoraggiamento.

Terza rivelazione: l’invenzione di Tesla. Il macchinario a corrente alternata che lo scienziato costruisce per Angier non risulta essere, come programmato, uno strumento per il teletrasporto; quello che fa è invece creare un clone dell’illusionista. Non una semplice copia, ma un doppio coincidente in tutto e per tutto con l’originale, con eguale statuto ontologico, con gli stessi sogni, ricordi, passioni, ambizioni. A ogni esibizione una versione di Angier muore annegata sotto il palco, mentre l’altra ricompare nel teatro; la tragicità del sacrificio emerge evidente dalle parole del mago: Ci voleva coraggio a entrare in quella macchina ogni sera, senza sapere se sarei stato l’uomo nella vasca… o l’uomo del Prestigio. Questo segreto è quello più esplicitamente annunciato dei tre, a partire dal flashforward iniziale dei cilindri identici passando per una serie di osservazioni sibilline (Magia. Vera magia! e Non c’è alcun trucco! È vera!). Eppure, per certi versi è il colpo di scena più celato, difficile da accettare e quindi prevedere, come si dirà tra poco. Prima, soffermiamoci un attimo su altri due momenti illuminanti per i loro significati simbolici e premonitori.

Il primo: Borden mostra a un bambino il classico trucco dell’uccellino in gabbia che viene fatto sparire e riapparire. Ma il piccolo capisce subito che l’animale del Prestigio non è lo stesso della Promessa, morto schiacciato nel meccanismo della gabbia (Dov’è il suo fratellino? chiede piangendo). La scena anticipa non solo il segreto dei gemelli Borden, ma anche il tragico funzionamento del numero di Angier, in cui ogni volta uno dei cloni si salva e l’altro muore.

Il secondo: Angier e Borden assistono al numero di un mago cinese e si interrogano sul suo metodo. Angier tenta invano di replicarlo ipotizzando la tecnica giusta (così farà anche per il Trasporto Umano), Borden invece intuisce subito la soluzione: l’esibizione è possibile solo grazie a una completa dedizione della propria vita alla riuscita dell’illusione (il mago cinese finge di essere storpio ma nasconde una grande forza fisica). Il Professore è in grado di capirlo perché condivide con lui lo stesso senso di abnegazione e sacrificio per la propria arte che va oltre il palcoscenico e pervade l’intera esistenza.

Com’è possibile, dunque, che le rivelazioni finali possano ancora coglierci di sorpresa, nonostante i tanti indizi? Il motivo è da ricercarsi nella sottile opera di distrazione attuata dal film: una tecnica nota come Red herring, spesso compresente al foreshadowing, consistente nella creazione di false piste e nell’uso di elementi che attirano l’attenzione su di sé per indirizzarla verso conclusioni errate. Ecco quindi che la parte dedicata al mago cinese ha il compito, oltre ad esemplificare le diverse mentalità dei due protagonisti, di dirottare il nostro interesse dall’allusione en passant circa la vera identità di Angier verso un segreto irrilevante ai fini della trama.

In magia si parla di misdirection, sviamento, una sottocategoria dell’inganno (deception): tali sono la bella assistente Olivia e la pallina “magica” che Borden presenta prima del Trasporto Umano per distrarre il pubblico dal vero meccanismo dell’illusione. Dovrete camuffarlo, alterarlo, dare loro dei motivi per dubitare, viene detto a un certo punto riguardo a un numero, e così avviene tanto all’interno della storia che a livello extradiegetico. A volte i due momenti si fondono: quando Olivia nota che Borden indossa sempre un guanto imbottito per nascondere la menomazione (dunque non di un sosia deve trattarsi, ma della stessa persona), convince Angier ma convince anche noi. E allora a niente vale la spiegazione di Cutter che fin dall’inizio ci rivela il segreto, l’esistenza di due Borden diversi. Come Angier, anche noi siamo portati a rifiutare la spiegazione più semplice, convinti che debba esserci qualcos’altro dietro al numero del Trasporto Umano.

Torniamo ora alla macchina di Tesla, il cui funzionamento trascende la scienza e raggiunge la vera magia. In questo caso non una singola scena, ma l’intero film funziona da enorme misdirection grazie alla sua particolare struttura narrativa: la storia ci abitua fin dall’inizio a smascherare i trucchi dietro ogni illusione, a perforare con sguardo analitico il velo del mistero per scoprire il fondo solido e prevedibile della realtà, a demistificare gli inganni del palcoscenico per rivelare un mondo banale e meschino. Non afferma mai esplicitamente che la magia non esiste (anzi, il contrario!), però ci induce a crederlo – salvo poi sorprenderci. Le struggenti parole di Angier sul potere dell’illusione, allora, sono anche una grande metafora sul senso del cinema in generale, sulla sua capacità di creare mondi e plasmare sogni, di andare oltre la sterile desolazione di ciò che appare alla vista per suscitare un commosso stupore nei nostri cuori.

You never understood why we did this. The audience knows the truth: the world is simple. It’s miserable, solid all the way through. But if you could fool them, even for a second, then you can make them wonder, and then you… then you got to see something really special. You really don’t know? It was… it was the look on their faces.

The Prestige è un immenso numero di magia, e Nolan l’illusionista che fin dall’inizio ne rivela a noi, il suo pubblico, tutti i segreti, nascondendoli in piena vista. È una sfida che ci lancia a cogliere gli indizi, a non lasciarci distrarre dalle false piste, a decifrare l’illusione. Fiducioso di riuscire comunque a sorprenderci, alla fine di tutto. Di poter cogliere, dipinta sui nostri volti, l’emozione della meraviglia di una magia che va oltre la realtà: la magia del cinema.

Perché in fondo, noi vogliamo essere ingannati.

Now you’re looking for the secret. But you won’t find it, because of course you’re not really looking. You don’t really want to know. You want to be fooled.