Il capo unisex rivoluzionario made in Italy compie 100 anni. La tuta, figlia del futurismo, un cult del mondo operaio e non solo, portatrice di valori importanti, dopo un secolo di vita, continua ad essere un capo immancabile nell’armadio di tutti i tipi di tasche.

Nel 1919 Ernesto Michahelles, in arte Thayaht, inventa la TuTa: il tuttofare fiorentino, arruolato da Marinetti nel suo gruppo avanguardista, di ritorno da Parigi, dove i vestiti costavano davvero troppo, decide di creare un capo ‘democratico’. Chiamato al principio semplicemente T, rimandando alla sua forma, si diffuse principalmente in blu ed in kaky. Il suo successo fu rapido: il valore democratico fu sostenuto da un quotidiano virale di quell’epoca, che pubblicò il cartamodello usato da Ernesto. In questo modo tutti potevano comprare la stoffa e confezionare il nuovo must-have a casa propria. Una volta riconosciuto il valore di questo artista-sarto, si passò alla versione femminile.

L’invenzione era carica di messaggi rivoluzionari: volendo essere un capo accessibile a tutti, inventato da un futurista, diventò simbolo di eversione contro la borghesia. Inoltre, per quanto riguarda la versione femminile, Ernesto dedicava il suo capo alle ‘donne più sportive’. L’idea di sportività associata alla tuta, la si ritrova anche tra gli anni ’50 e ’60. In questo periodo il suo successo va scemando, ma la tuta rimane un segno identificativo per atleti o operai: un’uniforme, sempre portatrice di valori per un certo gruppo sociale.

Compiendo 100 anni, la tuta è un vero e proprio pezzo di storia da museo: di lei si parla presso il Museo del Tessuto a Prato, ma anche a Roma, presso la Galleria d’Arte Moderna, dove fino ai primi di maggio sarà esposta la collezione ‘Tute d’acciaio’, dedicata alla questione dell’Ilva di Taranto. Tornando al funzione identificatrice di un gruppo, durante il costruttivismo russo, il partito adottò la tuta come sua uniforme, adattandola all’estetica dell’epoca. Inoltre, negli anni ’80, grazie all’unione di streetwear e haute couture, sulle passerelle appare la versione con quattro tasche, firmata da Armani o Bikkembergs.

Attenzione non solo ai valori o alla sua storia, ma anche al nome! In italiano c’è un solo termine, nonostante le varianti infinite; in inglese esiste jumpsuit, dungaree è il modello con pettorina, romper con gli shorts, bodysuit è aderente e la tracksuit è quella da ginnastica. Modelli diversi per corpi diversi, funzionalità trasversale.

Con la tuta, illimitate sono le combinazioni per creare un outfit impeccabile: sneakers e tuta con pantaloni lunghi, stivali con una bodysuit, sandali con una dungaree o una romper. Se troppo larga, ci si può aggiungere una cinturona ad altezza fianchi, o nel caso di pettorine una camicetta sotto. Questa versatilità è sfruttata al massimo dalle star: negli anni ’70 Raffaella Carrà, le Charlie’s Angels e gli Abba portavano la tuta. O ancora, nel mondo dello spettacolo, la troviamo in ‘Flashdance’ o in ‘Mamma mia’, ancora oggi musical itineranti di successo.

Durante questo primo secolo di vita, la tuta si è dimostrata utile in campo sociale per dare voce a valori importanti e nel campo del fashion continua a vincere per la sua comodità. Il successo sta proprio nel suo fine originario: essere un capo universale, adatto a vestire tutta la persona.