Hotel Pulp è il libro d’esordio del bergamasco Marco Ghilardi, classe 1981. Pubblicato da Leucotea Edizioni, piccola casa editrice sanremese “NO EAP”, termine con cui si identificano le case editrici non a pagamento, ovvero che non richiedono un contributo economico agli scrittori per le pubblicazioni.

Si tratta di una raccolta di quattordici racconti in cui le pagine sono porte che versano su scenari bizzarri e improbabili come stanze di un hotel degno di un film splatter low budget. Al di là della connotazione prettamente “pulp”, – con cui si fa riferimento a una scrittura dalle tinte forti, caratterizzata dall’abbondanza di scene violente, esagerazioni e ricerca del sensazionalismo – è difficile collocare la raccolta in un genere ben definito, poiché si spazia dal fantascientifico all’horror o al noir con differenti contaminazioni.

I personaggi muovono passi imprevedibili in sequenze rapide, talmente imprevedibili da risultare spesso poco credibili, poiché prendono decisioni avventate e hanno reazioni esagerate o eccessivamente inaspettate. Alcuni sembrano mostri che si rivelano umani, altri il contrario, altri ancora sono bestie o oggetti inanimati personificati.

Le situazioni sono descritte con ricchezza di dettagli e informazioni, talvolta non necessarie nella parentesi di un racconto, che dovrebbe mostrarsi al lettore come un quadro i cui elementi costituiscano un insieme armonioso e coerente e non necessariamente da argomentare.

Ben vengano, allora, i colpi di scena, la violenza e anche la follia insensata, ma può diventare faticoso andare avanti nella lettura quando si incespica nel più basso paradosso. È il caso, per esempio, del racconto Il venditore di ombrelli, in cui un’adolescente, in un giorno di pioggia, finisce per sbaglio in un negozio gestito da un vecchio per cercare riparo; dopo essersi spogliata interamente dei suoi vestiti fradici – azione, anche questa, poco credibile ma non del tutto assurda – viene picchiata e insultata, rispedita sotto la pioggia e, dopo essersi beccata una polmonite, ritorna al negozio una volta guarita perché innamorata del vecchio.

La nudità e la componente sessuale ritornano nei racconti, come in Cambio di carburazione, in cui il protagonista è scosso da dolori lancinanti al petto, nella sala d’attesa dello studio malmesso di un medico inaffidabile, ma non riesce a distogliere la sua attenzione dal seno prosperoso della segretaria al desk con cui immagina di avere rapporti sessuali. Ancora più ricorrenti sono le scene di violenza e il sangue, tanto sangue, sangue che sgorga, sprizza, cola. Trovano il loro posto anche un’abbondanza di junk food – come gli hamburger assassini in Essi vivono essi mangiano – e droghe di vario genere.

Il linguaggio di Ghilardi è colloquiale, diretto e senza fronzoli, talvolta più basso e volgare conformemente alla materia trattata e alle inclinazioni dei personaggi, ma comunque fluido e immediato. Spesso si incontrano modi di dire e frasi fatte, connotate dall’abbondanza di aggettivi, stilemi propri di un narratore alle prime armi.

La capacità di uno scrittore di racconti dovrebbe risiedere nel saper mostrare un ritaglio nel tempo, con un focus su una situazione o un personaggio che da soli siano carichi di senso e lascino spazio a una riflessione o a un’impressione nel lettore. I racconti di Ghilardi sono spesso un po’ confusi, estesi nella caratterizzazione di alcuni personaggi e frettolosi nello svolgimento delle vicende, per questo il risultato appare a volte poco riuscito.

Come suggeriva Kurt Vonnegut nell’introduzione alla raccolta Bagombo Snuff Box (1999), per scrivere racconti brevi occorre osservare otto regole d’oro; tra queste ci sono anche la necessità di desideri e obiettivi da raggiungere che dettino le azioni del protagonista oppure l’efficacia di ogni singola frase che serva alla caratterizzazione del personaggio o alla progressione della vicenda. Tra i consigli di Vonnegut, certo non si può dire che Ghilardi non abbia seguito quello relativo al sadismo: «non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi personaggi principali, fa’ che accadano loro cose tremende così che il lettore possa vedere di che stoffa sono fatti».

Infatti, nella raccolta non mancano di certo le sensazioni forti che suscitano reazioni di stupore e di incredulità nel lettore. Gli appassionati del genere apprezzeranno la creatività e l’immaginario dell’autore; i meno appassionati potranno inorridire davanti a personaggi riprovevoli e scenari disgustosi. Occorre fegato per entrare nelle stanze di questo albergo e continuare a percorrere il corridoio degli orrori senza desistere.

 


FONTI

M. Ghilardi, Hotel Pulp, Leucotea, 2019

8 consigli di Kurt Vonnegut (Il Post)