C’è sempre stata una vera e propria spaccatura tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, un gap creatosi anni fa e allargatosi ulteriormente tra gli anni ’80 e oggi, in particolare nel mondo scolastico.
Detachment” di Tony Kaye, vuole analizzare proprio questo: il progressivo allontanamento dei giovani da quelli che dovrebbero essere i loro mentori per la vita.

Henry Bartes è un professore di letteratura che viene inviato a fare supplenza in un liceo della periferia americana, a seguito della malattia di un suo collega. Appena giunto nell’istituto, Bartes si rende conto di quanto sia ingestibile la situazione nella scuola, frequentata prevalentemente da ragazzi provenienti da ambienti di bassa criminalità e situazioni familiari difficili (se non del tutto assenti). Gli studenti sono privi di ogni senso morale, non hanno ambizione né voglia di mettersi in gioco, e passano il loro tempo a ridicolizzare gli insegnanti. Bartes mette tutto se stesso in gioco per sbloccare la situazione di stallo di una classe, tentando di suscitare il suo interesse.

I docenti della scuola vivono una vera e propria sconfitta quotidiana, nel pubblico e nel privato. Uno di essi, totalmente ignorato dai suoi studenti, vive la medesima situazione a casa, con una moglie ipnotizzata dalla televisione e un figlio assorbito dall’elettronica; una condizione che lo porta a pensare di essere seriamente invisibile. Bartes, dal canto suo, fa ciò che può per stimolare la curiosità dei suoi ragazzi, riuscendo a trovare un punto di contatto persino con le identità più difficili e andando a scoprire il loro lato creativo, quello che nessuno aveva mai sfruttato. Ma se nel mondo del lavoro Henry ha una sorta di successo, è la vita privata a colpirlo più duramente. Suo nonno, affetto da demenza, viene malamente seguito in ospedale e una infanzia traumatica lo tormenta quotidianamente.

Solo dopo aver conosciuto Erika, una prostituta minorenne, le cose sembrano migliorare. Dopo averla tolta dalla strada, Bartes è convinto di poterla aiutare passando del tempo con lei, forse anche per aiutare se stesso a dimenticare il suo passato. Il “distacco” vero e proprio è quello che Henry ha deciso di usare come scudo contro tutto e tutti, per evitare di essere ferito. Le ingiurie degli studenti non possono toccarlo, così come le tragedie del mondo.

Il pensiero di Henry viene espresso mediante la tecnica della intervista fuori e dentro lo schermo. Il personaggio, e in qualche modo anche l’attore, rispondono costantemente a delle domande indirette, in cui esprimono liberamente un’idea su qualcosa presente o assente nella pellicola. Lo spettatore è quindi reso costantemente partecipe del disagio esistenziale vissuto dal protagonista o dai suoi compagni; viene così a crearsi una sorta di documentario esistenziale di tutte le identità del film, da un punto di vista prevalentemente negativo. Questo pessimismo cronico sembra essere il pensiero finale del regista, che chiude la sua opera con Bartes intento a leggere un testo poetico davanti ad una classe vuota e distrutta, metafora del sistema scolastico americano. O del sistema scolastico in generale.

“Detachment” è un film estremamente potente dal punto di vista significativo, che merita più di una visione per scorgere piccoli e talvolta insignificanti elementi che in realtà sono chiave per tasselli ancora più grandi. Il tutto ambientato in un mondo in cui il distacco (nel senso di “distanza”) tra docenti e studenti va via via allargandosi mentre il distacco emotivo si riduce, rendendo vulnerabili gli uni e gli altri a ingiurie e fallimenti.

“Ci vorrebbe un manuale d’istruzione per essere genitori” -Henry Bartes