Che si tratti di confronti reali o virtuali, la comunicazione non è mai cosa semplice. Quanto risulta ormai frequente sono piuttosto gli scambi di battute che scadono nella maleducazione, nel turpiloquio, nell’offesa. Certo non è un bel modo di interagire, ma perché dovrebbe essere anche considerato sbagliato?

La comunicazione viene solitamente intesa come un processo unidirezionale in cui un emittente trasmette un messaggio a un ricevente, esprimendolo in un certo codice attraverso un certo canale (detto mezzo) e all’interno di un dato contesto: è la cosiddetta tesi standard, elaborata dal linguista russo Roman Jakobson nel corso del Novecento. 

In questo modello, la buona comunicazione si appella ai criteri di economia e utilità: comunica bene chi fa passare il messaggio in modo efficace (cioè facendo sì che vada a segno, colpendo il destinatario-target) ed efficiente (operando il minor sforzo possibile). L’esempio più lampante di questo schema è la pubblicità.

La presunta bontà del processo lascia però scoperte altre esigenze, assai evidenti per i comunicatori di ogni epoca. In uno dei suoi saggi, Elias Canetti dichiarava:

“Compresi che gli uomini si parlano, sì, l’un l’altro, però non si capiscono; che le loro parole sono colpi che rimbalzano sulle parole altrui; che non vi è illusione più grande della convinzione che il linguaggio sia un mezzo di comunicazione fra gli uomini. Si parla a un altro, ma in modo che questi non comprenda. Si continua a parlare, e quegli comprende ancor meno. […] Le grida balzano qua e là come palle, colpiscono, ricadono al suolo. Di rado qualcosa penetra negli altri, e quando accade è qualcosa di distorto.”

Oggi tale disagio si riscontra soprattutto in relazione ad alcune dinamiche che vengono a crearsi sui social network. Uno studente statunitense di Scrittura Creativa, Therin Alrik, sintetizza così la sua esperienza:

“Iniziavo una discussione che sapevo di poter vincere su ogni post di argomento politico. Facevo cadere gli amici come mosche. Passavo ore su Facebook a fare questo, spesso scambiando centinaia di commenti con gli altri sotto a un singolo post. […] Sembrava che lo scopo del discutere non fosse impegnarsi in una conversazione reciprocamente costruttiva, approfondire la mia comprensione di una certa questione o le persone dall’altra parte. Era più simile ad un videogioco, in cui l’obiettivo era prendere più coins possibile, sotto forma di like e condivisioni, che erano garantiti solo quando umiliavo qualcuno sul piano intellettivo”.

Alla base di questo atteggiamento per Therin e molti altri c’è il presunto intento iniziale di smascherare la falsità delle convinzioni altrui, specie se manifestamente errate; atteggiamento che, tuttavia, finisce per essere

una cosa malata, che non otteneva proprio niente, eccetto rafforzare un ego che non ne aveva bisogno. […] Non facevo che discutere, semplicemente, e non era mai per il bene degli altri

Si pensi che perfino il termine blastare è entrato nel novero dei neologismi del Dizionario Treccani, con definizione: attaccare e zittire l’interlocutore dall’alto di una presunta superiorità intellettuale e morale.

Si potrebbe allora fare appello alla cosiddetta netiquette, il Galateo del web. Essa sconsiglia, ad esempio, l’uso delle maiuscole (che online equivalgono a gridare), lo spam, l’accanimento su altri utenti per errori di ortografia o grammatica e così via. Si tratta di norme che incoraggiano un clima disteso, uno scambio educato e corretto.

Di per sé, però, neanche la netiquette è sufficiente, dal momento che non fornisce una motivazione alla base delle sue prescrizioni. Analogamente a quanto avviene con le deontologie, essa presuppone l’etica e ne è l’enunciazione pratica.

Appare evidente, dunque, che a una buona comunicazione non si richieda semplicemente di essere utile, efficace, efficiente, rispettosa delle regole, ma anche di essere corretta dal punto di vista etico. Una riflessione in tal senso nasce nella seconda metà del secolo scorso ad opera dei filosofi tedeschi Jürgen Habermas e Karl-Otto Apel: è, appunto, l’etica del discorso o della comunicazione. E apre una prospettiva del tutto differente.

Come ha osservato in tempi più recenti il professor Adriano Fabris, docente di Filosofia morale all’Università di Pisa, il modello jakobsoniano rappresenta solo uno degli aspetti della comunicazione: l’informare, piuttosto che il comunicare in generale. La differenza non è poi così sottile, altrimenti la comunicazione sarebbe ridotta ad un mero scambio di informazioni. Ripartendo dalla matrice latina communicatiofar partecipe, Fabris precisa:

“Nell’ambito comunicativo avviene qualcosa di più […]: si verifica un vero e proprio coinvolgimento, si realizza un legame […]. Da questo punto di vista, comunicare significa dischiudere uno spazio comune di relazione fra interlocutori.”

Questo tipo di approccio sposta l’attenzione dalla realizzazione pratica e dallo scopo finale dell’interazione, al suo senso e alla sua essenza. Mentre negli esempi di Canetti e Therin gli interlocutori si sentono e risultano piuttosto solitari, quasi autoreferenziali, in una prospettiva eticamente connotata la comunicazione dovrebbe rispondere a tutt’altri canoni: solidarietà, giustizia e co-responsabilità secondo Apel; senso (o comprensibilità), verità, veridicità e giustezza secondo Habermas.

Ma come si fa a costruire una tale connessione, ad impostarla e mantenerla in modo che sia positiva? Innanzitutto, afferma Fabris,

“La comunicazione si basa sulla fiducia. […] Chi parla si presenta immediatamente come credibile […], chi ascolta sa che non tutto quello che gli viene detto è degno di fiducia. Ma sa anche che senza un’apertura preliminare di credito non si ha comunicazione.”

Per meritarsi questa fiducia, l’interlocutore ha due possibilità: persuadere oppure essere veridico. Nel primo caso, cercherà l’accordo con gli altri anche a costo di staccarsi dalla realtà dei fatti; la verità viene così subordinata all’efficacia del discorso, come avveniva per i sofisti. Nel secondo caso, invece, si cercherà l’accordo con gli altri e sulla realtà, che è in questa veste anche garante della comunicazione intercorsa.

Quanto ad una veridicità senza accordo, il rischio è quello visto in precedenza: di un ripiegamento su se stessi, perché l’evidenza senza condivisione resta insensata, non comunicata.

Perché ci sia etica nella nostra netiquette non basta l’apparenza: per comunicare bene bisogna innanzitutto mettere e mettersi in comune; rispettare l’etica della (e nella) comunicazione significa rispettare la comunicazione stessa, renderla possibile, favorirla. Senza buoni comunicatori non c’è proprio comunicazione.


FONTI
A. Fabris, Etica della comunicazione, Carocci.
A. Fabris, Etica della comunicazione oggi.
A. Fabris, I media e l’etica della comunicazione.
E. Canetti, La coscienza delle parole, Adelphi.
J. Habermas, Etica del discorso, Laterza.
K. O. Apel, Etica della comunicazione, Jaca Book.
Therin Alrik, Why I Stopped Arguing Politics on Social Media
Vocabolario Treccani