Tutti i lettori forti avranno almeno una volta nella vita provato il desiderio irresistibile di sfogliare un libro per sentirne l’odore e lasciarsi trasportare dalle suggestioni suscitate. Ecco, Desy Icardi è partita da questa immagine per costruirvi intorno un romanzo intrigante che sta facendo moltissimo parlare di sé. Pubblicato da Fazi Editore, L’annusatrice di libri è una storia che riesce abilmente a coniugare la profonda introspezione dei personaggi a una narrazione che si fa sempre più tesa, fino a esplodere sul finale in pagine che risuonano come un omaggio ostinato al potere salvifico dei libri.

Noi de Lo Sbuffo abbiamo intervistato l’autrice.

Ciao Desy, innanzitutto complimenti per il romanzo. Iniziamo subito: da dove è arrivata l’ispirazione per una storia così intensa, così stratificata?

Da una decina di anni leggo con l’e-reader perché mi permette di ingrandire i caratteri, cosa che torna utile a chi, come me, ha seri problemi di vista. Una volta, sul tram, una lettrice “tradizionale” mi disse che non avrebbe mai abbandonato i volumi cartacei per non perdere il profumo dei libri. Io ho annuito pensando: «Il profumo dei libri è poetico, d’accordo, ma non posso leggere col naso!». Così è nata l’idea di una storia la cui protagonista potesse leggere con l’olfatto: all’età di quattordici anni, Adelina perde misteriosamente la capacità di lettura ma, altrettanto inspiegabilmente, scopre di riuscire a leggere con l’olfatto.

C’è un libro che associ sempre a un determinato odore, proprio come Adelina?

Sì, associo uno dei miei romanzi preferiti, Le notti bianche di Dostoevskij, all’odore fresco e salmastro di un fiume. In realtà associo uno o più odori a quasi ogni libro che leggo o che scrivo; L’annusatrice di libri, per esempio, è un mélange di rose, cipria e naftalina.

Il tuo è un romanzo che mescola diversi piani temporali. Le atmosfere della Torino di inizio anni Sessanta si alternano a scene ambientate durante il ventennio fascista. La Storia, pur rimanendo sullo sfondo, gioca un ruolo piuttosto importante nel corso della narrazione. Quanto è stato complesso fare ricerca storica? Di quali fonti ti sei avvalsa?

La ricerca storica è stata complicata per alcuni aspetti apparentemente marginali, per esempio quantificare la paga settimanale di una modista degli anni Trenta. Le ricerche dei dati sono state condotte in gran parte attraverso Internet, mentre alcune indagini più “di atmosfera”, come per esempio l’ambiente del varietà, derivano da racconti di testimoni diretti, che ho avuto modo di ascoltare da ragazzina.

Quasi tutti i personaggi del romanzo – fatta eccezione per Adelina, Ferro e pochi altri – dimostrano a lungo andare di essere diversi da quel che sembravano. Coloro che sembravano avere l’animo più nobile, si macchiano di intenzioni meschine, mentre i più severi sono coloro che dimostrano di avere il cuore più magnanimo. La natura umana che descrivi è dunque complessa, sfaccettata e sicuramente ammaccata dal male. Una speranza però sembra risiedere nelle generazioni future, nell’innocenza di chi si è appena affacciato alla vita. Il mondo sano dei piccoli sembra essere corrotto dall’avidità inguaribile dei più grandi. È questo il messaggio che volevi comunicare? C’è effettivamente una denuncia nei confronti delle generazioni dei padri che sfruttano e soffocano l’ingenuità dei più giovani?

In realtà no. Ogni personaggio ha le sue motivazioni per essere “buono” o “cattivo”, o per apparire tale. Il severissimo reverendo Kelley, per esempio, non è malvagio ma solo molto in difficoltà nel trattare con gli altri, problema che risolve ammantandosi di un’aura burbera. Adelina e Luisella sono certamente più pure di quanto non lo fosse Amalia da giovane, ma le prime due hanno una vita decisamente più facile, frequentano una scuola privata, e non devono preoccuparsi del proprio mantenimento. I miei personaggi non sono buoni o cattivi in maniera assoluta, così come non potrebbe esserlo una persona in carne e ossa. Anche Adelina, nel suo infinito candore, dà spesso giudizi taglienti – se non altro col pensiero – e, in un certo frangente, non esita a rubare un libro (la copia “odorosa” dei Promessi Sposi, che sottrae dalla biblioteca della sua scuola).

L’annusatrice di libri è prima di tutto un romanzo sul potere dei libri, sul ruolo della letteratura. I libri letti dai protagonisti (si passa da I Promessi Sposi al Decameron, da Alice nel paese delle meraviglie alle poesie di Guido Gozzano e poi ancora da Jane Eyre a Le Notti Bianche di Dostoevskij – giusto per citarne alcuni) sono talmente centrali da cambiare il corso della narrazione o addirittura da riuscire a mescolarsi con essa. Inoltre, soprattutto verso la fine della storia, la letteratura sembra avere un ruolo salvifico: sveglia dal torpore, spinge alcuni personaggi a evolversi, cambia radicalmente le prospettive. In un periodo storico così complesso come quello in cui viviamo, in cui la cultura è vista come una minaccia e la lettura è considerata essenzialmente un passatempo da geriatria, quale pensi sia il ruolo della letteratura?

Esattamente il medesimo: le storie salvano, siano esse stampate su carta, in formato digitale o in audiolibro. Non bisogna poi dimenticare le storie narrate da cinema, teatro, radio e TV. Anche quelle, se scelte con cura e ben dosate, possono fare la loro parte. Ascoltare storie è un’esigenza umana atavica. La storia è ciò che conta, il media è secondario.

Oltre alla scrittura ti occupi di cabaret e di comicità. A tal proposito hai fondato il blog Pataridens, interamente dedicato alla comicità femminile. Pensi che ancora oggi – tanto nel cabaret quanto in letteratura – le donne fatichino maggiormente per far sentire la propria voce rispetto agli uomini? Cosa è cambiato a riguardo negli ultimi anni?

Negli ultimi anni l’approccio alla comicità femminile è molto cambiato. Fino a una dozzina di anni fa, nelle kermesse di cabaret i presentatori erano soliti annunciare le comiche con toni sensazionalistici: «E ora passiamo al prossimo artista che – pensate un po’ – è una donna!». La parola donna veniva pronunciata col tono stupito di chi dichiara di aver avvistato un unicorno. Stupore a parte, non vi era ostilità nei confronti delle donne; quella probabilmente l’hanno percepita le cabarettiste degli anni Settanta e Ottanta. Oggi, fortunatamente, si parla meno di comicità femminile e sempre più di comicità, senza precisazioni di genere.

Come sei riuscita a coniugare la scrittura ironica tipica del cabaret alla prosa ammaliante di questo romanzo? Il teatro, la comicità, il cabaret sono entrati in qualche modo nel processo di scrittura?

Assolutamente sì. Ne L’annusatrice di libri ho celebrato tutte le mie più grandi passioni: la lettura – il romanzo è in primis un omaggio ai lettori di ogni tempo, l’umorismo – che pervade tutto il romanzo, e il teatro – che ricordo nel filone narrativo dedicato ad Amalia e alla sua carriera di subrettina del varietà.

 Quali sono – se ce ne sono – gli autori/le autrici ai quali guardi quando scrivi?

In realtà non mi ispiro soltanto a scrittori e scrittrici, ma anche ad autori in senso più ampio. Le mie muse ispiratrici sono Tina Fey (autrice comica, attrice e produttrice televisiva), Mae West (attrice, autrice comica e sex symbol degli anni Trenta e Quaranta), e Angela Carter (scrittrice inglese surreale e ironica).

Lo Sbuffo è un giornale letto e gestito principalmente da millennials. Ti andrebbe ti consigliarci un libro per te imprescindibile?

Dipende da cosa si vuole trovare in un romanzo. Se parliamo di costruzione dell’intreccio, sicuramente Guerra e pace. Se privilegiamo l’indagine psicologica dei personaggi, assolutamente Madame Bovary. Se cerchiamo umorismo e ironia allora bisogna procurarsi Tre uomini in barca, Guida Galattica per autostoppisti e – non protestate se non l’avete letto! – Moby Dick. Ho letto molto tardi Moby Dick, perché tutti mi ripetevano quanto fosse “bello ma pesante”. Be’, gente, non so cos’abbiano letto “quelli là”, ma Moby Dick è un libro scorrevole.

 


FONTI
Intervista con l’autrice