Durante gli anni della dittatura mussoliniana, in tutto il mondo, compreso il nostro paese, il trinomio sport-abbigliamento-donna, legato indissolubilmente all’emancipazione femminile, acquistava sempre più terreno e insediandosi tra gli argomenti di maggiore discussione all’interno del discorso pubblico e politico. Intorno alla trasformazione dell’abbigliamento sportivo femminile si giocava una partita che aveva come promessa finale una maggiore liberazione della donna, una sua autodeterminazione corporea. Attraverso l’attività fisica, che prima le era preclusa, la donna acquista consapevolezza del suo corpo e inizia a creare un’immagine e un immaginario corporei direttamente, in prima persona. Niente più canoni imposti esternamente da altri.

Come rispondeva il regime fascista a questo fermento internazionale che penetrava all’interno dei confini italiani?
La politica fascista integrò perfettamente le sue politiche di crescita demografica con l’estensione dello sport al mondo femminile. Il pensiero sotteso a questa politica era la scoperta di quanto l’esercizio fisico portasse benefici alle donne e, di conseguenza, quanto questo avrebbe potuto dar vita a un incremento di nascituri forti e sani pronti alla guerra.

Questa apertura all’esercizio ginnico del regime doveva però essere sottoposta ad alcuni vincoli per evitare di inimicarsi la Chiesa, sua alleata, da un lato e, dall’altro, per evitare, attraverso l’eccessiva sportivizzazione, di accelerare l’emancipazione femminile. Lasciare troppa libertà di movimento sarebbe stato lasciar penetrare nell’immaginario della donna una rappresentazione esule dal compito di “spose fedeli e madri esemplari” tradizionalmente affidato alle figure femminili. Il 16 ottobre 1930 i vertici del partito fascista stabilirono quanto segue:

Il Gran consiglio del Fascismo dà mandato al presidente del comitato olimpico Nazionale Italiano (CONI) di rivedere l’attività fisica femminile e fissarne, in accordo con le federazioni competenti e con la Federazione dei Medici Sportivi, il campo e i limiti di attività, fermo restando che deve essere evitato quanto possa distogliere la donna dalla sua missione naturale e fondamentale: la maternità.

Una politica quindi che negozia la sua posizione.

donnaL’analisi dell’abbigliamento sportivo è un’ottima lente sotto cui valutare questa negoziazione tra spinta all’attività fisica e, allo stesso tempo, mantenimento del ruolo femminile come punto fermo della famiglia e del focolare. Questa tensione può essere notata, per esempio, nel dualismo che ci fu tra l’opzione gonna-pantalone o calzoncini corti. Nel 1932 la federazione di atletica leggera dichiarava:

Le atlete non dovranno per nessuna ragione oltrepassare il recinto dei campi sportivi senza indossare i calzoni lunghi e non dovranno abbandonare questi che al momento delle proprie gare. I calzoni di gara non dovranno mai essere eccessivamente corti e le maglie dovranno essere a mezze maniche.

L’anno seguente la federazione pallacanestro affermava:

Costume: tutte indistintamente le atlete devono, sia pure per semplici allenamenti, praticare il giuoco con le gonne di prescrizione.

Durante il primo europeo di basket, svoltosi a Roma nel 1938, le atlete della squadra di pallacanestro italiana furono le uniche a indossare la gonna-pantalone invece dei più pratici pantaloncini indossati da tutte le altre delegazioni (Lituania, Polonia, Francia, Svizzera).

Ancor più rigidità nell’abbigliamento fu riservato alle allieve dell’Accademia di educazione fisica femminile di Orvieto (1932-1943), che sarebbero poi andate a far parte dell’Opera nazionale balilla, principale e più importante organizzazione portatrice degli ideali fascisti. Le “orvietine”, così erano chiamate, possedevano uniformi per qualsiasi momento della giornata. Nel dettaglio abbiamo: una uniforme ufficiale da passeggio così costituita: gonna dritta blu, camicetta di piquè bianca con collo allacciato sulla spalla sinistra, giubbetto blu e basco blu; uniforme da lavoro: grembiule a riquadri a manica lunga o corta, gilet blu di lana per l’inverno mentre per l’estate era di filo e privo di maniche; uniforme sportiva: blusa bianca di cotone, calzoni scuri al ginocchio con cintura bianca. Tutte e tre le uniformi furono disegnate dalle sorelle Botta di Roma. Le regole d’abbigliamento sono piuttosto restrittive ma questi primi passi verso l’attività fisica permisero alle donne di sperimentare e portare avanti la loro lotta per l’emancipazione, che tutt’oggi si combatte. Conoscere il nostro corpo, vestirlo secondo il nostro gusto significa modellare il nostro mondo, ed essendo questa una pratica operativa-performativa, diventa anche un atto etico e, in ultima istanza, politico.

Chiudiamo con due citazioni. La prima di Simone de Beauvoir:

Non avendo mai praticato alcuno sport, tanto più piacere provavo ad utilizzare il mio corpo fino al limite delle sue forze; non pensavo a nient’altro che al piacere di avere delle gambe, uno stomaco, i polmoni per battere i miei record.

La seconda, un elogio allo sport come forza di liberazione, di una donna affascinata dalla bicicletta, Lina Cavalieri:

La donna di domani sarà sempre più liberamente e profondamente sportiva. Lo sport che l’ha liberata dalle pastoie pesanti delle sottane che le impedivano movimenti più agili e leggeri, la spingerà sempre maggiormente verso la libertà morale che è risultato di quella materiale.


Fonti

Sport e stile. 150 anni d’immagine al femminile (ed. SKIRA)