Il semaforo appeso ai cavi dell’alta tensione sopra alla strada ondeggiava; rosso, verde, arancione contro il cielo nero della sera. Si muoveva lentamente, sospinto dalle intermittenti folate di vento freddo e pungente, in alto, così imponente sopra al suo sguardo umido. Passarono due o tre macchine solitarie senza quasi far rumore.

Guardò a sinistra, a destra, e di nuovo a sinistra prima di attraversare con passo spedito la strada. In un attimo fu sul marciapiede opposto, sotto la luce opaca dei lampioni coperti di polveri sottili. Camminò in fretta, facendo attenzione a non inciampare nell’asfalto sconnesso dove le piogge e le radici degli alberi avevano lasciato crepe più o meno larghe e profonde, piccole voragini, strette fessure attraverso le quali forse sarebbe stato possibile vedere gli strati più interni della terra, e scorgere tutto quello che sta sotto, sotto ai passi, ai piedi, al peso dei corpi che percorrono le strade in tutte le direzioni.

Strinse le mani in tasca e affondò il mento nella sciarpa, raggiunse l’angolo dove si incrociavano due strade strette e deserte, lì dove il marciapiede finiva bruscamente e sull’asfalto c’erano delle strisce pedonali ormai sbiadite, l’angolo da cui si riusciva a scorgere il corso principale illuminato, i fari delle auto che sfrecciavano e le luci nelle case degli altri, nei palazzi più alti, dietro alle finestre senza tende.

Doveva attraversare: guardò a sinistra, a destra, e di nuovo a sinistra. Nella frazione di secondo in cui girò la testa e gli occhi, la sua visione periferica lo vide. Riportò lo sguardo verso destra. Era sicura di averlo visto, di sfuggita, o forse era solo la sua ombra, lungo il marciapiede. Ed effettivamente un uomo stava camminando in fretta dal lato opposto, venendo nella sua direzione e uscendo da un ammasso informe di buio, luci fioche, contorni indefiniti di palazzi, portoni, macchine parcheggiate, pali dei cartelli stradali. Ma non era lui. Rimase immobile mentre l’uomo le passava davanti senza sollevare lo sguardo dalle scarpe, assorto nei suoi pensieri. Quando lo rivide scomparire nell’oscurità al fondo della strada ricominciò a respirare. Eppure in quella frazione di secondo, poco prima, era stata convinta: le era sembrato davvero che fosse lui.

Rimase per un attimo confusa, come se fosse stata buttata lì, in quel momento, in quel posto, dopo essere stata in un altro luogo più lontano, sia nel tempo che nello spazio. In quei pochi secondi in cui la sua vista le aveva giocato quel brutto scherzo, lei era stata altrove. Ci aveva creduto. Aveva davvero creduto che fosse lui.

Esattamente come le era successo quella mattina, mentre aspettava l’autobus. Il cielo era pulito e il sole era accecante nell’ora del suo picco massimo. I raggi cadevano obliqui attraverso i portici e le vetrate del palazzo alla sua destra; annodati, intrecciati, tessevano una ragnatela di luce davanti al suo sguardo. Tutto era filtrato da un velo opaco ma brillante. Aveva fatto roteare gli occhi verso l’ombra della palina della fermata per guardare a che ora sarebbe passato il suo autobus. Poi li aveva riportati sul marciapiede di fronte a lei: era lì, era lui che camminava raso al muro, con le mani in tasca e la testa leggermente inclinata in avanti. Meno di un secondo. Dovette mettere a fuoco la vista con uno sforzo fastidioso: il passaggio dalla luce all’ombra e poi di nuovo alla luce l’aveva resa parzialmente, momentaneamente, cieca. Eppure nella sua cecità si era prodotta quell’allucinazione visiva. C’era davvero un ragazzo che camminava con le mani in tasca, ma non era lui. Era tornata a guardare la strada nella direzione da cui sarebbe dovuto spuntare l’autobus e non ci aveva più pensato.

Ma in quel momento, quella sera, all’angolo tra le due strade, nell’ombra, provò una sottile ma pungente sensazione di delusione. Delusione perché non era quello che pensava. Delusione delle aspettative, delusione di quello che per un attimo aveva creduto di vedere. La bassezza dello scherzo che le aveva giocato la sua vista era proprio la convinzione, la certezza che per una frazione di secondo le aveva instillato dentro al corpo.

Era quello dunque, lo scarto da sempre esistente tra lei e il mondo, tra gli uomini e la realtà. Piccole, continue, potenti visioni che, da qualcosa di reale e di vero come la figura di un uomo che cammina, distorcono le immagini che arrivano al cervello, creando un’aspettativa e la sua medesima delusione allo stesso tempo. Qualcosa va storto durante il processo, qualcosa viene perduto e rimpiazzato con qualcos’altro.

Due volte in un giorno. Riprese a camminare, scavalcò il bordo di un marciapiede, scese i gradini due a due, quasi correndo. Solo quando raggiunse la piazza illuminata si sentì al sicuro. Affondò la punta dello stivale nell’incavo terroso tra due lembi di asfalto spaccato, spinse più forte, facendo scivolare tutto il peso del suo corpo su quel punto preciso. Cosa c’era in profondità? I grumi di terra erano solo la punta dell’iceberg, tutto il mondo era sotto, più sotto ancora, infinitamente sotto, esattamente come le sue visioni erano la parte visibile di un terreno mai esplorato, la sua interiorità, i pensieri intrecciati, i nervi aggrovigliati, i ricordi confusi a fare da sostegno a tutta l’impalcatura del suo inconscio.

 


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