All’interno della Curia Iulia, al Foro Romano di Roma, ha avuto luogo un’iniziativa culturale che ha coinvolto numerosi e importanti esperti della mitologia classica. L’iniziativa è finalizzata all’esplorazione degli antichi miti che hanno appassionato per secoli le civiltà greche e romane. Gli incontri si fondano sull’analisi da parte di esperti dei classici della mitologia: temi e problemi dell’oggi che ci rimbalzano da un’antichità che pareva remota”.

Il penultimo incontro della stagione si è svolto il 9 marzo 2019 e ha avuto come ospiti il classicista Simone Beta e il giornalista Stefano Bartezzaghi, i quali hanno analizzato uno tra i più conosciuti miti dell’età classica: il mito legato alla tragedia dell’Edipo Re – in greco antico Οἰδίπoυς τύραννoς- . Tragedia appartenente al cosiddetto ciclo tebano, ossia la storia in chiave mitologica della città di Tebe, messa in scena dal drammaturgo greco Sofocle tra il 430 e il 420 a. C.

La tragedia narra la triste storia di Edipo, figlio del re di Tebe Laio e di sua moglie Giocasta. Dopo il concepimento di Edipo, un oracolo rivela al re che il nascituro è destinato a ucciderlo e a unirsi con la madre. Laio ordina quindi a un servo di uccidere il neonato. Questo, impietosito, decide però di lasciare il bambino a un pastore che a sua volta lo cederà al re di Corinto e sua moglie. Edipo cresce quindi nella convinzione di essere il figlio dei sovrani di Corinto, fino a quando non gli viene fatta una profezia:

“Apollo però non rispose apertamente alla mia domanda, e mi predisse, invece, lacrimevoli e orribili sciagure: essere mio destino mescolarmi in amore a mia madre, e aver da lei prole nefanda; inoltre avrei ucciso mio padre.”

Sconvolto, il giovane scappa da Corinto, convinto di rappresentare un pericolo per i sovrani della città e presunti genitori, dirigendosi verso Tebe. Sulla strada incontra Laio, che si sta recando a Delfi per consultare l’oracolo. Nessuno dei due uomini vuole lasciare il passo all’altro e durante la lite Edipo uccide il vecchio Laio. La prima parte della profezia quindi si avvera.

Edipo giunge poi a Tebe, dove la popolazione è tormentata da una Sfinge, un mostro con la testa di donna e il corpo di leone, che ogni anno esige in tributo giovani vite. La creatura fa ai tebani alcuni indovinelli a cui è quasi impossibile rispondere e i malcapitati pagano con la vita. Edipo si offre volontario per vincere il mostro, risolvendo l’enigma e liberando la città. Alla vittoria segue l’incoronazione come re di Tebe e il matrimonio con Giocasta, moglie di Laio e madre di Edipo. Si è avverata così anche la seconda parte della tragica profezia.

Ed è qui che prende vita l’importante fulcro della tragedia: l’incesto, conseguenza di un enigma risolto, che rende la stessa vita di Edipo un affascinante enigma:

“Un’unione che genera e viene generata. “

Sconvolto quando scopre la verità, Edipo reagisce accecandosi, perdendo il titolo di Re e chiedendo di andare in esilio.

Ne parlano anche i versi 134-137, appartenenti all’opera di Seneca Le Fenici:

“Genero del proprio genitore e rivale del proprio padre,
fratello dei propri figli e padre dei fratelli;
la genitrice ha, con un unico parto, dato figli al marito
e i nipoti a sé. Chi mai saprà spiegare tale mostruosità?”

E’ facile trasformare una situazione familiare tanto intricata in un enigma. Questo perché, come afferma lo stesso Diomede, grammatico latino vissuto alla fine del 4 secolo d.C, l’enigma è un’affermazione confusa costruita per mezzo di affermazioni incredibili. Egli cita come esempio:

“La nonna dei figli che è la madre del marito.”

L’Enigma non è quindi da considerarsi solo una frase, in questo caso si compone dagli stessi protagonisti della tragedia. Anche la Sfinge è di per sé un enigma: figura mitologica spaventosa, dal corpo di leone, volto di donna e dotata di ali. Essere unico, mostruoso, che siede alle porte dell’antica città, di cui è carceriera. La creatura, inviata da Era, impedisce l’ingresso alla città formulando il noto indovinello:

“Chi è quell’animale che al mattino cammina a quattro zampe, al pomeriggio con due e alla sera con tre?”

Indovinello a cui troverà risposta il solo Edipo, liberando così Tebe:

 “l’Uomo, che nell’infanzia striscia a quattro zampe, poi cammina su due piedi in età adulta, e infine utilizza un bastone da passeggio in età avanzata”.

Come Battezzeghi ha fatto notare durante la conferenza, l’enigma si compone di due momenti: il primo, in cui si chiede conoscendo la risposta e sapendo bene che nessuno sarà in grado di rispondere; e il secondo, quello della cosiddetta interazione pragmatica, che vede colui che pone la domanda come una vera e propria autorità. In questo caso la Sfinge.

La Sfinge

Ed è sempre tramite la Sfinge che si manifesta un fondamentale concetto, proprio dell’enigma stesso: “l’enigma è la descrizione di un fatto da un punto di vista inedito, è uno sguardo straniato che solo chi non possiede le forme di uomo può concepire”. La Sfinge è un mostro, e solo in quanto non umana può mostrare agli esseri umani la loro stessa natura, può analizzare l’uomo e la sua evoluzione. Allo stesso tempo però, come dice Eschilo nel Prometeo, “l’enigma è il linguaggio che si adopera con i nemici”: anche in quest’opera, infatti, la creatura ha come fine ultimo quello di cibarsi degli uomini.

L’enigma diviene così:

“una visione che ci inganna, composta di molteplici sensi, un senso apparente e uno reale, una menzogna e una verità: una deformazione di un rispecchiamento”.

Di opere che vedono l’enigma come protagonista ne esistono moltissime: basti pensare a Turandot di Giacomo Puccini. L’opera infatti narra la vicenda della bellissima principessa cinese Turandot, figlia dell’imperatore di Pechino, che per sfuggire all’obbligo del matrimonio costringe i pretendenti a rispondere a tre difficilissimi enigmi: se essi non riescono nell’impresa, la principessa ordina che gli vengano tagliate le teste.

Turandot è liberamente ispirata a sua volta da Storia di Appollonio re di Tiro, opera della letteratura latina di autore ignoto, composta ipoteticamente tra il II e III secolo d. C. La storia racconta infatti lo stratagemma del re di Tiro affinchè nessuno possa sposare la figlia: l’uomo pone a tutti i pretendenti lo stesso quesito:

 “Sono trascinato dal male, mi nutro dellacarne della madre, cerco mio fratello, figlio di mia moglie, marito di mia madre, e non lo trovo”.

L’enigma fa riferimento al legame incestuoso che lega lo stesso Appollonio alla figlia. Non deve stupire che sia proprio l’incesto a essere oggetto di un enigma, dato che, come afferma Lévi-Strauss, “enigma e incesto sono omologhi”: come l’incesto rappresenta un cortocircuito nelle relazioni familiari, l’enigma rappresenta un cortocircuito nelle relazioni semantiche. Esso si fa sempre portatore allo stesso tempo di un occultamento e di una rivelazione, il cui senso e la cui funzione mutano a seconda della natura del soggetto che di quell’atto è protagonista. Esprime l’ineffabile, proponendo all’ascoltatore una prova che solo in parte può essere raccolta, e vale anzitutto come prova di un limite. Può rappresentare una sfida che presuppone una soluzione, facendo rientrare a pieno titolo i suoi meccanismi nel campo della retorica; quando però vi trova posto l’indicibile assume necessariamente misura umana, diventando molto pericoloso, spesso concludendosi in tragedia.

Riportiamo un ultimo noto enigma, che secondo la mitologia sarebbe stato formulato dalla stessa sfinge:

“Ci sono due sorelle: la prima dà alla luce l’altra e questa, a sua volta, dà vita alla prima. Chi sono le due sorelle?”

Sapreste rispondere?


 

Fonti

Seneca, Phoenissae

Sacchi L., Variazione enigmatiche per Apollonio di Tiro

Conferenza Mythologica

Sofocle, Edipo Re