Si è compiuto durante il mese di marzo l’anniversario di nascita di Philip Roth (19 marzo 1933 – 22 maggio 2018), autore americano e vincitore del premio Pulitzer per la narrativa nel 1998 con il suo romanzo Pastorale americana, da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2016. Per ricordarlo, riportiamo all’attenzione uno dei suoi racconti meno conosciuti ma tra i più significativi, che condensa in poche pagine (meno di ottanta) diversi spunti di riflessione tra espliciti riferimenti letterari e considerazioni sulla condizione umana.

Parliamo de Il seno, pubblicato per la prima volta nel 1972. È la storia paradossale di un professore di lettere ipocondriaco ma perfettamente sano, David Kepesh, che a un certo punto della sua vita e senza alcuna ragione nota si trasforma in un seno. Una mammella a misura d’uomo, con tanto di areola e capezzolo, senza occhi per guardare ma con ancora la possibilità di parlare debolmente e ascoltare.

Dicono che sono un organismo più o meno con la forma di una palla da football, o di un dirigibile; dicono che sono di consistenza spugnosa, che peso settanta chili (prima ne pesavo settantatré) e che misuro, ancora, un metro e ottanta di altezza.

La trasformazione è solo fisica, mentre permane la dimensione psicologica del protagonista narrante, perfettamente consapevole del suo stato e incapace di accettare la realtà dei fatti, tanto da convincersi prima di essere in un sogno e poi di essere diventato pazzo. Alla dolorosa impossibilità di comprendere le ragioni della sua metamorfosi si aggiunge la frustrazione di un desiderio sessuale compulsivo – tipico dei personaggi di Roth, primo tra tutti Alexander Portnoy in Lamento di Portnoy – che è costretto a reprimere per non mettere in fuga la sua fidanzata Claire. Ad affiancarlo in questa grottesca situazione ci sono suo padre, che si comporta stoicamente come se nulla fosse e gli racconta la cronaca degli ultimi episodi in paese, Claire che si prodiga per assecondare i suoi desideri e il dottor Klinger, medico nella clinica presso cui è ricoverato, che vigila con assoluta lucidità sulla sua condizione e finisce per essere consigliere e confidente del protagonista.

“Più kafkiano di Kafka”, Kepesh si interroga sulle ragioni della sua metamorfosi e le interpreta come una punizione per il suo eccessivo coinvolgimento nelle vicende oggetto dei suoi studi, da Ovidio a Gogol’, passando per Shakespeare. Quella stessa cultura a cui attribuisce il suo infausto destino è la sola in grado di recare sollievo e distrazione nelle giornate che si rincorrono tutte uguali, intervallate solo da episodiche crisi. Ma soprattutto la cultura è l’unico elemento che consente al protagonista di restare aggrappato a se stesso, di rimanere coscienza e individuo e non solo un ammasso di carne sensibile. Sono le sue lezioni appassionate a una classe di studenti coinvolti, quando ancora poteva dirsi umano, a raccontare chi Kepesh sia stato e ciò che spera di tornare a essere.

Lo stile della narrazione è vorticoso, le speculazioni disperate del protagonista si caricano di amara ironia per il lettore che è trascinato nel suo punto di vista. Come lui si fa cieco e come lui dubita della sua stessa attendibilità, come lui vede insinuarsi la possibilità di un sogno e poi della follia, poiché come lui riconosce l’assurdità e l’impossibilità biologica e anatomica di quanto accade. Eppure accade, e non sembra esserci via d’uscita.

Nonostante i due autorevoli modelli, largamente citati nel racconto, come Kafka e Gogol’, autori rispettivamente de La metamorfosi e Il naso, Roth è stato abilissimo nel conferire al tema della trasformazione una personalissima originalità, rintracciabile sia nell’oggetto stesso della trasformazione – il seno – sia grazie allo sviluppo di due filoni paralleli: da una parte quello erotico e compulsivo, nella descrizione del desiderio istintivo frustrato dall’impossibilità di realizzarsi nella sua normalità; dall’altra quello psicologico e razionale, che permette al personaggio di rimanere saldo nella sua condizione cosciente ma allo stesso tempo lo porta a chiedersi se la vera follia non sia, in realtà, continuare a essere ragionevoli in una situazione così estrema.

Il risultato è un racconto che si divora in brevissimo tempo, concedendo una giusta dose di divertimento e che lascia aperti numerosi interrogativi. Sta al lettore cercare di rispondere.

 


FONTI
P. Roth, Il seno, Einaudi, 2015