Antonio Biasiucci nasce in provincia di Caserta nel 1961. Nel 1980 si sposta a Napoli, dove comincia il suo percorso di fotografo, lavorando tra gli spazi delle periferie e una sfera più personale, ripercorrendo i luoghi della memoria: fotografa riti, ambienti e persone del paese d’origine. Quelli scelti da Biasiucci non sono soggetti belli ma reali e, per questo, degni di essere fotografati. La scelta del fotografo, infatti, non è né estetica né legata al filone del reportage, poiché egli non riprende “abbastanza” dei suoi soggetti: l’osservatore non vede il soggetto della fotografia, ma vede altro, oltre. Infatti, già dalle prime serie – Vapori (1983/1987) e Vacche (1987/1991) – capiamo che l’interesse di Biasiucci è incentrato sullo sguardo. L’intento è quello di far riconoscere in questi ravvicinamenti il corpo dell’uomo malformato, forme altre.

Immagine dalla serie Vacche (1987/1991), Antonio Biasiucci

Nel 1984, l’Osservatorio vesuviano gli chiede di collaborare a un grande lavoro di ricerca sui vulcani attivi in Italia. Il progetto convergerà in Magma, una serie di immagini per nulla convenzionali. Le fotografie, infatti, raccontano meno del vulcano in sé e si concentrano, invece, sulla condizione dell’uomo e della materia, in bilico su questa terra. Anche piccoli segni, grazie all’uso sapiente del bianco e nero, riescono a portarci in un’altra dimensione, non facendoci dimenticare mai del tutto però il reale.

Immagine dalla serie Magma (1987/1995), Antonio Biasiucci

Fondamentale per Biasiucci sarà l’incontro con Antonio Neiwiller, attore e regista di teatro. Tra i due nasce una collaborazione che durerà fino al 1993, anno in cui Neiwiller viene a mancare.

Sugli scatti del fotografo, Neiwiller scriveva:

(…) vorrei parlarvi 

della particolare luce

nella quale a volte gli oggetti 

vengono a trovarsi,

di come solo illuminati

o si suppongono illuminati e 

di come altre volte

essi stessi sembrano emanare

uno strano chiarore.

Vorrei parlarvi 

del sortilegio dell’inquadratura,

di ciò che miracolosamente include, e

di ciò che è stato escluso

ma in qualche modo ha partecipato 

a questa immagine e

di come tutto ciò ha un tempo,

cioè il tempo interno di una fotografia.

(…)

Vorrei parlavi 

dello sguardo che torna 

e scopre misteri.

(…)

Vorrei parlavi

di come un altro sguardo

prende corpo

di come per un attimo

la vita scorre diversa più ampia

(…)

Bisogna inventare.

Una stalla può diventare

un tempio e

restare magnificamente una stalla.

Né un Dio,

né un’idea,

potranno salvarci

ma solo una relazione vitale.

Ci vuole

un altro sguardo

per dare senso a ciò

che barbaramente muore ogni giorno

omologandosi.

– da Per un teatro clandestino, maggio 1993

Nel 2012 prende forma LAB\per un laboratorio irregolare, un laboratorio a cura di Antonio Biasiucci, nato in modo spontaneo dall’incontro dell’artista con un gruppo di giovani fotografi. Per circa due anni, a cadenza bisettimanale, Biasiucci segue gratuitamente i ragazzi nel loro percorso artistico, guidando ognuno nella produzione di un progetto di ricerca personale. LAB è dedicato alla città di Napoli, ai suoi abitanti, al rapporto tra le nuove generazioni e la cultura contemporanea. L’esperienza nasce dall’esigenza di creare un percorso per giovani artisti. L’idea di Antonio Biasiucci è di trasmettere loro un metodo che eserciti a una costante azione critica sul proprio lavoro.

Il laboratorio spinge a guardarsi dentro, e dall’approfondimento generato da questo sguardo emergono differenti punti di vista. Chi si guarda dentro, infatti, non può che produrre diversità.

Immagine dalla serie Pani (2009/2011), Antonio Biasiucci

Nel corso della sua carriera, dalla metà degli anni Ottanta, Antonio Biasiucci ha composto e studiato diverse serie declinando ogni volta la metodologia di lavoro e pensiero a soggetti differenti. Nella serie Pani (2009/2011), immerge delle forme di pane in un buio assoluto. La sua analisi della forma rende possibile vedere in questi pani altre cose: meteoriti, paesaggi, profili umani, corpi… È come se Biasiucci attuasse una sorta di previsualizzazione: egli predispone in studio i pani posizionando le luci in un certo modo, ma prima di mostrarceli in queste vesti, egli già ha visto qualcos’altro.

Non c’è mediazione performativa, non c’è ricostruzione, ma unicità. Quando ci si trova davanti a questi scatti, bisogna avere nello sguardo un concetto di trascendenza e trasfigurazione, non solo un datoLe immagini di Biasiucci richiedono tempo, silenzio: contemplazione.

È nella penombra 

che la vista

diventa più acuta;

mostra l’anima,

nuovi sentieri,

favorisce l’incontro

di mondi lontani.

(…)

Nella semioscurità,

bisogna calmarsi,

abituarsi

sciogliere le proprie paure.

(…)

Un altro sguardo,

poco prima sepolto dal buio,

svela confini nascosti;

offre un’altra possibilità 

di conoscere.

– da L’altro sguardo, Antonio Neiwiller, marzo 1993


FONTI

Antonio Biasiucci

Antonio Biasiucci, “La fotografia come paesaggio interiore. Dialogo tra Antonio Biasiucci e Antonio Greco sul teatro di Antonio Neiwiller e la fotografia di Biasiucci

LAB\per un laboratorio irregolare