Dare alla luce, ovvero mettere al mondo, dare la vita. Questo il titolo scelto da Amy Friend per uno dei suoi progetti fotografici.

Amy Friend nasce nella periferia di Windsor, nell’Ontario (Canada). Studia all’OCAD University di Toronto – scuola d’arte visive e design – e prosegue la sua carriera accademica conseguendo una laurea con lode presso la York University. Durante gli studi, non perde occasione di intraprendere numerosi viaggi in Europa, Africa, Cuba e Stati Uniti. Oggi continua la sua attività come assistente al dipartimento di Belle Arti della Brock University di St. Catharines (Ontario). Parallelamente, però, porta avanti progetti personali, ottenendo riconoscimenti a livello internazionale. Amy Friend ha esposto infatti in molte città, tra le quali Parigi, Brooklyn, Boston, Guatemala, Corea del Sud e Portogallo, solo per citarne alcune. I suoi lavori spaziano dalle arti visive alla fotografia vera e propria, talvolta unendo le due tecniche. Le sue opere sono il risultato di una continua sperimentazione e interazione tra più media.

Before the War, dalla seria Dare alla luce, Amy Friend

Il suo progetto Dare alla luce va proprio in questa direzione. Una serie di immagini che l’artista canadese seleziona, buca e rifotografa illuminandole da dietro, così che siano attraversate dalla luce. Detta così, può sembrare un’operazione ludica, ma il tutto nasce con un fine molto più profondo. Nel 2015 la rivista «California Sunday Magazine» commissiona ad Amy Friend la foto di copertina, collegata a un articolo che prende in esame una nuova immagine della morte. Amy decide di realizzare un ritratto con la stessa tecnica, per dare a quel volto non solo un senso di speranza, ma nuova vita. Ebbe un grandissimo successo.

Copertina della rivista «The California Sunday Magazine», dicembre 2015

La fotografa decide così di continuare questo progetto e di sviluppare una vera e propria serie. Amy Friend comincia a lavorare con fotografie in suo possesso, ma con le quali non aveva un rapporto diretto, allo scopo di sperimentare e affinare il suo lavoro. Inizia poi a utilizzare anche immagini private e di famiglia, caratterizzate da un coinvolgimento personale. Da quel momento in poi inizia a cercare nei mercatini di antiquariato, su internet e alle aste. Le immagini di Amy non si pongono l’obiettivo di catturare una realtà concreta, bensì di esplorare il rapporto tra ciò che vediamo e ciò che invece rimane invisibile.

In un’intervista per «Artnoise», racconta:

Sono sempre stata affascinata dai vecchi album di famiglia e dalle collezioni fotografiche private. Molti dei miei album familiari sono pieni di vecchi scatti di persone con le quali abbiamo una relazione ma che non abbiamo mai incontrato. Qualsiasi storia personale e connessione è perduta, ed è proprio quello che non sappiamo di loro che ispira gran parte del mio lavoro.

Ecco che tra le opere troviamo un padre che abbraccia la figlia, un gruppo di bimbi, una donna dal volto enigmatico…Ogni soggetto però sembra riuscire a mostrare la propria essenza, come se la fotografa potesse leggerne i tratti reali e profondi e riuscisse a metterli in luce, appunto.

They still Bloom, dalla serie Dare alla luce, Amy Friend

Sempre nella stessa intervista, spiega:

[La scelta delle immagini] è piuttosto casuale, scelgo immagini che mi affascinano. Ci sono milioni di fotografie nel mondo e ognuna di loro causa in noi sensazioni diverse. Alcune volte un’immagine mi ricorda qualcosa e la scelgo per quel motivo, ma altre volte, al contrario, è ciò che non conosco ad attirarmi. Non ho alcuna idea aprioristica di come tratterò le stampe, lascio che sia il tempo a farle parlare.

Tilda, dalla serie Dare alla luce, Amy Friend

Il passo successivo è quello di dare un titolo a ogni fotografia, per cui la presenza o la mancanza di annotazioni sui vecchi scatti gioca un ruolo significante. Se ci sono dettagli scritti sul retro delle fotografie, solitamente li include nel titolo. Se, invece, non ve ne sono, Amy usa la mancanza di riferimenti per cercare una connessione tra i suoi pensieri e il mezzo o il processo fotografico con le quali sono state realizzate in origine. La fotografa si propone di parafrasare la fragilità dell’oggetto fotografico, così come l’instabilità delle nostre vite. Nella vita di tutti i giorni, è facile venire inghiottiti dal tempo: si rischia di non riuscire più a guardare e farsi guardare con chiarezza. In un modo scherzoso, ma allo stesso tempo poetico, Amy restituisce i soggetti delle sue immagini alla luce; li toglie dall’immobilità del buio e li rimette in circolo.

Late Summer Evening, Ontario, 1927, dalla serie Dare alla luce, Amy Friend

Amy Friend non dona nuova vita solamente ai soggetti dei suoi scatti, ma – rendendoli portatori di luce – regala a chiunque li osservi un momento di reminiscenza.

Luce: virtù che emana dal sole, dalle stelle, dal fuoco e ci rende visibili gli oggetti […]. Dicesi Luce ancora la lastra di cristallo, che fa da specchio, dove si vede la propria figura.