Sedici scatti della raccolta Guardians celebrano le guardiane dei musei russi, protagoniste di un mondo segreto e ancestrale. I loro profili sfuggono all’occhio distratto, ma testimoniano il mondo dell’arte da un altro punto di vista, quello di chi la esperisce quotidianamente attraverso un’intimità quasi materna.

Ritratto della Baronessa von Hildenbandt, Galleria Tretyakov

Il fotografo newyorkese Andy Freeberg dà alla luce nel 2001 la raccolta Guardians. Sceglie di ritrarre in sedici scatti le guardiane dei principali musei russi. Donne anziane, che sostano silenziose accanto alle celebri opere  del Museo Russo e dell’Hermitage a San Pietroburgo, tra le sale della Galleria Tret’jakov e il Museo di Belle Arti Pushkin, a Mosca.  Non hanno divise, vestono abiti e acconciature camaleontiche, che riposano mimeticamente sui colori delle sale e dei ritratti ancorati alle pareti. Il loro aspetto, così comune, familiare e anonimo spesso lascia indifferenti i visitatori. Questi vedono figure velate, fantasmi pervasi dalla trasparenza che contraddistingue la loro posizione. Guardano oltre, rimirano e contemplano i tesori artistici e quasi nessuno pone attenzione alle guardiane, il cui sguardo, perso nella vacuità quotidiana, non racconta tutto il loro sapere. Perché queste donne sanno molto di più di quanto traspare dalla loro anonimità apparente. Vivono giorno dopo giorno accanto alle icone, i dipinti, le sculture. Possono rimirare l’arte nella sua totalità più e più volte, concentrandosi su scorci, angolazioni e particolari sempre nuovi. Tuttavia, non parlano mai se non interpellate, e raramente vengono interpellate.

I’ve always loved the guardians of the museums. Sometimes it is worth visiting a show just to meet them

Parla così Freeberg, che dimostra di essere molto più interessato alle persone rispetto ai soggetti inanimati sulla tela. Soggetti la cui storia è limitata dai quattro lati di una cornice e viene comunicata in un unico impatto visivo, attraverso un’esperienza fruitiva in loco. Le guardiane, invece, hanno una storia in continua evoluzione, che si mesce con le opere a cui sono intimamente legate. Per loro il museo è una seconda casa, che accoglie il loro atteggiamento protettivo, materno.

Una donna nella Galleria Statale Tretyakov a Mosca ha detto che spesso ci ritorna nel suo giorno libero per sedersi di fronte a un dipinto che le ricorda la sua casa d’infanzia. Un’altra guardia viaggia tre ore ogni giorno per lavorare, dal momento che a casa si sarebbe semplicemente seduta sulla veranda a lamentarsi delle sue malattie, come fanno le vecchie donne. Preferiva essere al museo e osservare le persone, circondata dalla storia del suo Paese.

Mosè di Michelangelo e lo schiavo morente, Museo Pushkin

Un museo non è solamente un archivio del passato. È un luogo di comunione, condivisione di un’esperienza estetica che si concretizza soggettivamente per ciascun individuo che la esperisce. Ognuno ritrova in un quadro un odore, un sapore, una sensazione, una storia. L’arte non si definisce solamente nell’esercizio tecnico, ma anche nella supervisione, nella tutela di un scrigno culturale destinato a essere vissuto nel tempo. E tutto questo avverrà sotto gli occhi vigili di donne concatenate le une alle altre in una staffetta generazionale. Loro conserveranno sempre quelle posture studiate, integrate armonicamente con lo spazio circostante. La perfetta unione di sfumature cromatiche tra soggetto umano, dipinto e sfondo, ciò che conferisce equilibrio e armonia allo scatto fotografico. Ciascun volto femminile è pervaso da una luminosità sottile, timidamente intraprendente, che esalta la loro immagine stagliata sulla parete dipinta. Non si potrebbero immaginare quelle stesse stanze senza di loro.

Ritratto di Malevich, Museo Statale russo

Un museo è un nascondiglio, un rifugio iniettato di cultura, che allontana il mondo circostante creandone uno nuovo. In questo microcosmo le guardiane incorniciano sovrane le stanze, incanalate in un percorso labirintico, un non luogo, attraversato dal crocevia frenetico dei visitatori. Quelli che guardano opere a loro volta guardate. Un intreccio di sguardi dove si fonde la novità e la curiosità dello spettatore con la tradizione ancestrale dell’istituzione museale e delle sue guardiane. Tutto questo si corona in un progetto fotografico, che ha conquistato nel 2010 il Critical Book Award Messa, promosso dall’arts noprofit Photolucida. Una testimonianza dell’originalità dell’idea, indirizzata a celebrare un mondo nascosto, segreto, sconosciuto. Quel mondo che invita a cogliere l’invisibile all’interno della celebrazione della piena visibilità del museo d’arte. Una realtà che unisce l’uomo e l’opera d’arte in una comunione duratura, embrionale per sua natura. Come afferma Goethe:

Non vi è alcun metodo più sicuro per evadere dal mondo che seguendo l’arte, e nessun metodo più sicuro di unirsi al mondo che tramite l’arte.