La settimana dell’8 marzo a favore dell’empowerment femminile e dei diritti delle donne è stata l’occasione per porre l’attenzione su alcune battaglie sociali quasi dimenticate.

Al cinema Barberini, nel cuore di Roma, è stato proiettato il film I am the revolutionun documentario della regista e produttrice Benedetta Argentieri, che racconta la storia di tre coraggiose donne attiviste in tre diversi Paesi del Medio Oriente, legate tra di loro dalla difficile condizione delle donne nella società civile. Queste donne rischiano la vita tutti i giorni, cercando di cambiare le cose. I luoghi in cui è ambientato il documentario sono l’Afghanistan, l’Iraq e la Siria: proprio tre Paesi noti per i massacri di civili e per i veli islamici spesso imposti alle donne.

“Tu sei una donna, devi stare al tuo posto!”

La prima testimonianza è quella di Selay Ghaffar, un’attivista politica afgana che lavora porta a porta affinché tutte le donne abbiamo uguali diritti, a partire dall’istruzione, che permetterebbe loro di trovare un lavoro e uscire così da un destino di violenza altrimenti già segnato. L’89% delle donne afgane, infatti, non è istruito. Selay va di villaggio in villaggio parlando con donne e ragazze, rendendole consapevoli dei loro diritti e della loro straordinaria forza, facendole sentire incluse nella comunità e raccogliendo le loro testimonianze. Molte non possono uscire di casa da sole o senza il permesso di un uomo. Molte si mostrano solamente interamente coperte, soprattutto se di fronte a una telecamera; spesso, sotto quei veli, nascondono profondi segreti di violenza, ma anche di resilienza. Le parole e la presenza amorevole di Selay danno la forza di lottare a queste donne.

Fare politica in Afghanistan, soprattutto per una donna, significa vivere ed agire in clandestinità: le manifestazioni autorizzate sono blindate e limitate per motivi di sicurezza e le donne sono spesso bersagli di attentatori talebani che si fanno esplodere nelle piazze e nei mercati gremiti di gente per fare più vittime possibili. Il terrore tiene in ostaggio la popolazione afgana. Ciò dimostra quanto un lavoro di advocacy sia importante: il dare sostegno pubblico a un’idea, a un modello di comportamento, a un specifica iniziativa, come quella di Selay. La donna in ogni suo spostamento viene scortata da uomini armati, è costretta a cambiare spesso abitazione e modo di vestirsi, così da evitare di essere riconosciuta e colpita dai talebani che mirano ad ostacolare la sua battaglia.

Donne al servizio di altre donne in uno dei paesi che più nega le loro libertà.

Il documentario poi si sposta in Siria, dove le combattenti curde si battono accanto ai colleghi uomini per liberare il paese dalla brutale violenza del califfato islamico. Un anno fa hanno liberato la città di Raqqa, insieme a centinaia di donne schiave sessuali dell’ISIS. Le combattenti sono donne che allenano altre donne alla guerra e che pretendono gli stessi diritti e trattamenti dei colleghi uomini per un’uguaglianza di fatto, senza fronzoli. Come mostra il documentario, le immagini reali sono ben lontane dallo stereotipo falsato che ha dipinto queste soldatesse come delle sexy combattenti: esse sono invece portatrici di un’idea pura di battaglia per l’uguaglianza e la libertà, priva di ideologia. Come Roja Felat, comandante di una delle truppe curde. Come è noto i curdi sono un gruppo etnico indoeuropeo che abita nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Tale territorio è compreso proprio in parti degli attuali stati di Iran, Iraq, Siria, Turchia e in misura minore Armenia. Essi costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici privi di unità nazionale, perseguitati soprattutto dal governo turco, che non li ha mai riconosciuti come una minoranza con una loro tradizione e cultura, stigmatizzandoli come un’organizzazione terroristica messa al bando.

Donne che combattono per altre donne in alcune delle zone di guerra più pericolose al mondo.

L’ultima storia è quella di Yanar Mohammed: architetto iracheno in Canada, ha deciso di tornare nel proprio paese di origine per aprire case rifugio per le donne vittime di violenza e per i loro figli, vittime di quella che si definisce violenza assistita. In questi luoghi, le donne vengono messe in sicurezza, viene fornita loro assistenza legale, un’istruzione e corsi di formazione al fine di renderle economicamente indipendenti, requisito fondamentale per uscire dal ciclo della violenza.

Donne vicino ad altre donne in uno dei Paesi dove queste sono ancora vittime di un sistema patriarcale che le usa come merce di scambio nei matrimoni combinati, i quali diventano per loro vere e proprie prigioni.

Yanar Mohammed durante un comizio in Iraq

Il film è in tour nelle sale cinematografiche di tutta Italia: presso il cinema Plinius a Milano, ad esempio, ha superato le sette repliche e l’inaugurazione è stata sold out.

Alla fine della proiezione romana di Cinema Barberini, il pubblico è stato coinvolto in un confronto aperto con la regista, presente in sala. L’evento è stato inoltre supportato da Onlus come CisdaCoordinamento Italiano per il sostegno delle donne afgane – che da anni sostiene progetti ed advocacy a favore dell’empowerment femminile in Afghanistan. Ciò che emerge sentendo parlare la portavoce della Onlus della sede di Roma, Simona Cataldi, anch’essa sul palco insieme alla regista, è che nelle attuali trattative di pace in Afghanistan le donne sono state escluse, così come sono tutt’ora escluse dalla vita sociale. Ma come è possibile costruire una nuova società dopo il logorante conflitto ventennale afgano, se non si parte dall’inclusione e dalla giustizia sociale? Queste donne chiedono solo questo: democrazia e uguaglianza.

Il documentario è dunque un’importante testimonianza: dimostra che le donne in Medio Oriente non sono solo vittime, come si vuole spesso far credere. Tra loro c’è chi, anche in questo preciso momento, sta lottando per la propria libertà e per quella di altre migliaia di donne. La rivoluzione è iniziata.


 

FONTI

Osservatorio Afghanistan

“I am the revolution” presso il Cinema Barberini, Roma il 5.3.19