Qualche giorno fa il ministro dei Trasporti e delle Risorse idriche indiano Nitin Gadkari ha annunciato la decisione del governo di Nuova Delhi di deviare il corso dei fiumi indiani che proseguono il loro percorso in territorio pakistano. Diversi corsi d’acqua infatti, tra cui l’Indo sorgono tra le montagne del Tibet, per poi proseguire il loro “cammino” nella regione calda del Kashmir, attraversare l’intero Pakistan e concludere il lungo percorso sfociando nel Mare Arabico. È dunque da secoli che Pakistan e India sfruttano queste immense risorse idriche, ma, a causa delle ricorrenti tensioni geopolitiche, il 19 settembre 1960 il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e il presidente pakistano Ayyub Khan firmarono il Trattato delle acque dell’Indo a Karachi, Pakistan, per dirimere una volta per tutte la controversia.

L’accordo prevede che l’India abbia il controllo sui fiumi Beas, Ravi e Sutlej, mentre il Pakistan mantiene il controllo dell’Indo, Chenab e Jhelum. Sebbene il trattato sancisca una spartizione specifica delle acque, l’India ha la possibilità di utilizzare in modo limitato le acque “pakistane” per l’agricoltura e illimitato per uso domestico e creazione di energie, dato che i fiumi di diritto del Pakistan nascono o scorrono anche nel territorio indiano.

Eppure a seguito della posizione assunta dal governo indiano, sembra che il Trattato delle acque dell’Indo, riconosciuto mondialmente per essere il modello migliore di condivisione delle acque, stia vacillando a seguito dei dissapori mai estinti tra i due paesi. La tensione, infatti, si è risvegliata a seguito di un attacco pakistano avvenuto il 14 febbraio scorso, ai danni di un pullman al cui interno sedevano paramilitari indiani e rivendicato dai terroristi irredentisti islamici. Il bilancio è stato di quaranta vittime, ma la risposta del governo di Nuova Delhi non si è fatta attendere. Il 26 febbraio il governo indiano ha sferrato un attacco ad una postazione di ribelli pakistani nella regione del Kashmir, provocando diverse vittime, ma il ministro degli Esteri indiano, Vijay Gokhale, ha subito precisato che non è stato colpito alcun civile.

La volontà di deviare il corso dei fiumi indiani è stata quindi una diretta conseguenza degli attacchi militari, ma impedire alla popolazione pakistana l’approvvigionamento idrico sarebbe una conseguenza ben più grave. Innanzitutto serrare, attraverso la costruzione di dighe il corso dei fiumi, apporterebbe immensi danni all’agricoltura di quelle zone e costringerebbe all’abbandono di numerosi villaggi di contadini. In secondo luogo gli stessi abitanti del territorio indiano antistanti verrebbero inondati a causa del raccoglimento di acqua provocato dalla chiusura delle dighe, distruggendo le loro case, i loro campi e le loro tradizioni; in quel luogo sono, infatti, stanziate popolazioni antichissime tra cui i Dard-Shina. All’interno di questa tribù vivono ancora gli ultimi discendenti degli Aryans, i quali parlano lo shina, lingua da cui deriva il sanscrito. Ma non solo, in quest’area vi sono numerosissimi siti archeologici tra i quali sono ancora visibili iscrizioni rupestri in ebraico, tibetano, brahmi e kharoshthi. Tutt’al più la conseguente formazione di bacini idrici, dopo la chiusura delle dighe, sarebbe un ulteriore schiaffo al Trattato delle acque dell’Indo, poiché tra le altre clausole, esso vietava all’India di costituire bacini al fine di immagazzinare acqua o per limitare il flusso dei fiumi.

Non bisogna dimenticare anche un altro aspetto di rilevante importanza: madre natura. La deviazione dei fiumi per fini politici sarebbe l’ennesimo esempio di come gli esseri umani pretendono di piegare il regolare corso della natura. Durante tutto il XX e XXI secolo abbiamo vissuto e stiamo vivendo gli irrimediabili effetti di ciò che l’uomo ha provocato a causa dello sfruttamento incondizionato e incosciente di tutte le risorse che ci ha offerto. Abbiamo assistito ad alluvioni, frane, inondazioni, insoliti fenomeni atmosferici che hanno pian piano costretto l’uomo a piegarsi di fronte alla rabbia della natura e una simile impresa provocherebbe ennesimi danni alla flora e alla fauna dell’area in questione.

Dunque il desiderio secolare di India e Pakistan di apporre definitivamente la propria bandiera sulla regione del Kashmir non è destinata ad esaurirsi e la velocità con cui si sono susseguiti gli eventi delle ultime settimane dovrebbe far scattare il campanello d’allarme non soltanto delle nazioni circostanti, come la Cina, la quale aspetta soltanto il precipitare degli eventi per poter consolidare la propria influenza in Pakistan al fine di trovare uno sbocco sicuro sull’oceano Indiano, ma dovrebbe coinvolgere anche il resto del mondo per evitare un irrimediabile danno ambientale e sociale.

 

 

 

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