Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica! Quanto a voi bastardi al potere, non sperate che sia finita! Anni che vanno, anni che vengono e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo un posto migliore! Ma ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno sempre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni…
L’unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!

Philip Seymour Hoffman, nel ruolo del leggendario “Conte”, lancia ai fan di Radio Rock un ultimo appello ricco di pathos prima che la boat that rocked più famosa dell’Inghilterra degli anni ’60 affondi nei gelidi mari del Nord.

I Love Radio Rock non è solo un’originale commedia trasbordante musica. Il cult di Richard Curtis si ispira infatti alla vera storia di una delle prime radio pirata: Radio Caroline, che trasmise per la prima volta al largo delle coste dell’Essex, il 28 marzo 1964. Il nome? Quello della figlia del presidente Kennedy, da poco assassinato.

Nata per aggirare il monopolio della BBC, la stazione galleggiante si distinse fin da subito per il coraggio di trasmettere musica 24 ore su 24, proprio quella musica che sui tre canali ufficiali dell’emittente britannica non trovava spazio.

Con Not Fade Away dei Rolling Stones un vecchio battello passeggeri danese si trasformava in tempio del rock. Sono gli anni dei Beatles, dei Kinks e di Eric Clapton, dell’estasi all day and all of the night.

I love Radio Rock è una grande dichiarazione d’amore alla musica, una pellicola che affascina per quello spirito di ribellione, quella nostalgia di tempi mai vissuti che ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, porta con sé. Ebbene, la sfida di Radio Caroline fu lanciata per davvero. E il canale esiste tuttora, nonostante molte cose siano cambiate dalla swinging London degli anni ’60.

Dal 1964 a oggi

Il viaggio musicale di Radio Caroline, che comincia nel 1964 con il business man irlandese (nonché primo manager dei Rolling Stones) Ronan O’Rahilly, corre tra alti e bassi sui mari sfidando la legge inglese. La radiotrasmissione è infatti allora rigidamente regolamentata e l’unico modo per esercitare il diritto di trasmettere è violare l’embargo e comunicare in acque internazionali, al di fuori del territorio britannico.

Radio Caroline è solo una, la più famosa, delle neonate stazioni radio offshore. Trasmette da una serie di cinque navi legate a tre differenti proprietari. È l’unica a resistere strenuamente, sulle note di All you Need is Love dei Beatles quando, nel 1967, il Marines Broadcasting Offences Act decreta la chiusura delle radio cosiddette pirata, quelle che avevano infranto il monopolio dell’austera BBC.

Parliamo a volte di diritto di parlare, di cantare, di libertà di espressione. Per la radio è il diritto di far sentire la propria voce, di tenere vivo quel legame tra ascoltatore e amatore per cui ancora oggi, se ci sintonizziamo su RTL mentre guidiamo di ritorno dal lavoro, ci sentiamo un po’ meno soli.

Ronan O’Rahilly si sposta con le sue stazioni radio in Olanda, dove non vige il decreto anglosassone. Intanto gli ascoltatori continuano a crescere: nel 1966 sono otto milioni. Si diffondono musica pop e rock, ma anche pubblicità (vietate dalla legge fino agli anni ’70), giochi a premi, maglie e gadget personalizzati. Il problema delle norme di trasmissione è forse solo uno dei tanti problemi per cui oggi, forse, una radio modello anni ’60 non potrebbe più esistere. Il diritto d’autore, innanzitutto: gli autori non sono pagati, non c’è copyright. Ma poco importa, visto che Radio Caroline non lesina ascolti: nulla di più vantaggioso per molti artisti allora emergenti.

Mick e Jan Luvzit (1966)

Più importanti ancora degli autori sono i DJ, pagati poco, a birre e sigarette, ma venerati dal pubblico come star. Quando il noto speaker Mick Luvzit sposa la fidanzata in diretta, nel 1966, il mondo sintonizzato esulta. E il presentatore Grant Benson prima di spostarsi a Milano, dove tuttora lavora per Radio Number One, parlava dalla stazione pirata più famosa del mondo.

Radio Caroline rimane pirata a lungo. Sposta il suo quartier generale in Spagna, continua a battersi per un riconoscimento legale, fino al naufragio del 1991. Sembra finita, le trasmissioni sono sospese.
Finché, colpo di scena: nel 2017, dopo cinquant’anni dal Marine Broadcasting Offences Act, la radio di O’Rahilly ottiene la licenza di trasmettere in AM, 24 ore al giorno, 7 giorni su 7. Niente più pirateria, niente più acque lontane, ma una comoda postazione vicina a Londra. Bisogna stare al passo con i tempi. Mentre lo storico fondatore, oggi settantottenne, torna in Irlanda, Radio Caroline trasmette via satellite e si converte allo streaming.

www.radiocaroline.co.uk

Dall’Italia, un sito accessibile, un palinsesto nuovo, che spazia dai quiz alle playlist pop, e che ogni tanto racconta la propria storia.

Perché lo facevamo? Perché il nostro bisogno di comunicare attraverso la radio ci ha fatto passare trent’anni di problemi con la legge? Non è soltanto il fatto di poter trasmettere un disco dei Rolling Stones senza avere l’autorizzazione, è un fatto di libertà.

Così dichiara Peter Moore, dagli anni ’80 manager dell’emittente. La storia di Radio Caroline, che oggi compie 55 anni, è dunque una storia di libertà e di diritti contesi. Che poi la lotta per la libertà di trasmissione suoni al ritmo di Satisfaction è un tratto che continua ad affascinare anche chi, come noi, non è nato negli anni ’60.

Buon compleanno Radio Caroline!