Se a trentatré anni hai faticato tanto per realizzare i tuoi sogni, sei diventata giornalista Rai e fai il tuo dovere con professionalità e passione, non ti aspetti di essere uccisa a colpi di kalashnikov, anche se sei in un Paese in guerra. Ma soprattutto non ti aspetti, né tantomeno meriti, che la verità sulla tua morte rimanga avvolta in una fitta cortina di omissioni e depistaggi.

Sono trascorsi venticinque anni dalla morte di Ilaria Alpi, 33 anni, e di Miran Hrovatin, 44 anni, in Mogadiscio. Venticinque anni di silenzio sulle indagini riguardanti i mandanti dell’omicidio. Venticinque anni durante i quali è stato incarcerato un innocente, colpevolizzato soltanto perché venisse chiuso in fretta il caso e non fossero fatte più domande. Si parlò di depistaggio istituzionale, poi più nulla. Ancora oggi non si sa se i due giornalisti abbiano scoperto qualcosa, ma se così fosse, è certo che questo qualcosa fosse un vespaio, e che desse fastidio a molti.

La mamma di Ilaria, nel suo libro Esecuzione con depistaggi di Stato, scriveva che probabilmente la posta in gioco delle indagini era altissima e che i crimini vennero occultati dall’omertà istituzionale, perché coinvolgevano poteri forti difficili da scalfire.

Era il 20 marzo 1994 quando Ilaria e il suo Cineoperatore Miran Hrovatin vennero uccisi a colpi di kalashnikov a poca distanza a nord di Mogadiscio, in Somalia. I due inviati del TG3 stavano seguendo una pista di inchiesta sul traffico di armi e smaltimento di rifiuti tossici che vedeva coinvolti vari governi; le indagini vertevano anche sull’utilizzo dei fondi della cooperazione italiana in Africa.

Su uno dei pochi bloc-notes di Ilaria rimasti, si legge:

“Dov’è finita questa immensa mole di denaro, 1400 miliardi, che Italia ha dato alla Somalia per la cooperazione?”.

Prima di diventare giornalista Ilaria studiò arabo all’università e intraprese diversi viaggi in Africa e in Medio Oriente per approfondire i propri studi. Lavorò come inviata al Cairo per Paese Sera e Unità fino a quando vinse il concorso da giornalista in Rai. Diventata inviata del TG3, iniziò a seguire le vicende somale. Dal 1992 in Somalia era iniziata l’operazione Restore Hope, per cui gli Stati Uniti con le forze dell’ONU portarono aiuti umanitari alla popolazione locale, senza tuttavia risolvere la sanguinosa guerra civile che continua ancora oggi.

Le cronache di Ilaria erano sempre perfette e non prive della sua grande sensibilità: cercava di avvicinarsi con empatia alle persone intervistate. Non appariva quasi mai in video, preferiva piuttosto che i protagonisti del reportage fossero i luoghi e le persone con le loro storie.

Ilaria e Hrovatin erano appena tornati a Mogadiscio da Bosaso, città costiera ad una centinaia di chilometri a nord da Mogadiscio, dove avevano intervistato un sultano locale. Un’automobile li ha intercettati nei pressi dell’hotel Amana, vicino all’ambasciata italiana, qui il fuoristrada su cui stavano viaggiando è stato crivellato a colpi di kalashnikov. il Cineoperatore morì sul colpo, mentre la Alpi morì poco dopo, sopravvissero solo l’autista e l’uomo che li scortava.

Le indagini sulle cause della morte di Ilaria sono formalmente ancora in corso, ma in realtà sempre ferme.

La famiglia di Ilaria dopo l’omicidio si è mossa con diverse pressioni mediatiche, in seguito alle quali l’allora governo Prodi incaricò l’ambasciatore italiano in Somalia Giuseppe Cassini di dare impulso alle indagini. L’ambasciatore nel 1998 portò in Italia il cittadino somalo Omar Hassan Hashi. C’era un testimone oculare, un certo Ali Ahmed Ragi, il quale poi in realtà sostenne di non aver mai visto Ilaria, e la testimonianza dell’autista del fuoristrada, che risultò sin da subito poco credibile: cambiò infatti più volte versione e sparì prima della testimonianza in tribunale. Altri tre cittadini somali invece testimoniarono a favore di Hassan, avendolo visto a 200 km dal luogo dell’omicidio quel giorno.

Il tribunale di Roma, non avendo prove sufficienti, lo assolse. Ma inaspettatamente nel 2000 Hashi viene condannato a ventisei anniLa madre di Ilaria non lo ha mai ritenuto colpevole, per questo si è sempre battuta con tutte le sue forze per la sua scarcerazione. Instaurò con lui un legame particolare, lo andava a trovare in carcere e i due si sostenevano vicendevolmente.

Nel 2004 il Parlamento istituì una Commissione d’inchiesta sul caso Alpi. Questo creò immediatamente scompiglio: Carlo Taormina, deputato di Forza Italia mandò subito a perquisire i documenti dei giornalisti della Rai che se ne stavano occupando, dicendo con crudele sfacciataggine che la Alpi e Hrovatin erano in Somalia “in vacanza”. L’inchiesta non proseguì.

Nel 2013 si scoprì che i servizi segreti avevano scritto una nota in cui si diceva che la Alpi fosse stata uccisa per aver condotto indagini “tra militari somali e cooperazione”.

Dei due testimoni, l’autista, tornato in Somalia, è stato trovato morto nel 2003; Ragi fuggì dal Paese finché nel 2015 la trasmissione Rai Chi l’ha visto? lo ha trovato e intercettato a Birmingham, in Inghilterra, dove ha ammesso di aver accusato un innocente in cambio di un visto per lasciare la Somalia e si è lasciato sfuggire che “gli italiani volevano chiudere il caso”.  Fu così che nel 2016 Hashi venne scarcerato dopo 16 anni di carcere.

Nel 2017 la procura di Roma ha riaperto nuovamente le indagini, dopodiché ha cercato di ottenere l’archiviazione del caso; ma la famiglia si è opposta con determinazione. Nel 2018 la madre di Ilaria muore, senza aver saputo ancora la verità, il padre era già morto nel 2010. Lo scorso febbraio la procura di Roma ha chiesto nuovamente l’archiviazione del caso.

La madre la descriveva così:

“Fin dai suoi primi anni di vita la ricordo come una bambina di carattere, tosta, molto sensibile. Una bambina che voleva imparare, ma che aveva anche le idee chiare”.

Noi ce la ricorderemo così, come una ragazza professionale e determinata a rivelare la verità, “pulita” così come era pulito il suo giovane viso, nelle foto sempre nascosto dai capelli scompigliati dal vento di quella Somalia che tanto l’attraeva.

Ilaria era tra le eccellenze del nostro Paese, è stata uccisa anche se non è mai morta perché muore ogni giorno, senza giustizia e senza dignità. Non dimentichiamocelo.

 

FONTI:

  • ilpost.it
  • Serena Dandini-Il catalogo delle donne valorose, Mondadori, 2018