451 gradi Fahrenheit è la temperatura a cui bruciano i libri e 451 è anche il numero marchiato sull’elmetto di Montag, di mestiere incendiario e protagonista del celebre romanzo di Ray Bradbury. Fahrenheit 451, insieme ad altri classici come 1984 di Orwell e Brave New World di Huxley – solo per citarne alcuni –, appartiene al fronte dei libri di genere distopico che si schierano contro le repressioni e le censure dei regimi totalitaristici.

Inizialmente Fahrenheit 451 vide la luce nel 1950 sulla rivista di fantascienza statunitense Galaxy, per poi essere pubblicato in volume tre anni dopo. In Italia il romanzo trovò ospitalità nel 1956 grazie alla traduzione di Giorgio Monicelli e all’editore Aldo Martello che lo ribatezzò Gli anni della Fenice. Ma il grande successo di Fahrenheit è ascrivibile all’uscita nel 1966 dell’omonima pellicola di Truffaut, che segnò poi la pubblicazione del romanzo negli Oscar Mondadori e ne confermò il suo status di classico.

A quasi settant’anni dalla sua pubblicazione, oggi il messaggio di Fahrenheit è da raccogliere più che mai. È solo di pochi giorni fa il caso dell’avvocatessa e attivista iraniana Nasrin Sotoudeh, condannata a trentotto anni e centoquaranta frustate, accusata di propaganda contro lo Stato. Reato: libertà di espressione, difesa di diritti umani. È in regimi repressivi come quello odierno iraniano, o come quello distopico e leggendario di Fahrenheit, che arrivano in soccorso l’arte e la cultura, uniche armi i cui proiettili possono per lo meno provare a scalfire i muri a cemento armato del totalitarismo.

Nasrin Sotoudeh era stata una delle protagoniste del film Taxi Theran di Jafar Panahi, regista iraniano di fama internazionale che gira i suoi film clandestinamente. Impedito a uscire dal suo Paese e condannato a non esercitare più la sua professione, da anni si guadagna la vita come conducente di taxi, continuando così la sua riflessione nomade sulla società iraniana e la lotta alla censura.

E allora Nasrin Sotoudeh, Jafar Panahi, e tutti quelli che come loro continuano a resistere e combattere, trovano un antecedente paradigmatico proprio nel personaggio di Montag. Grazie all’incontro con Clarisse – a sua detta: «diciassette anni» e «pazza» –, Montag si sveglia da un lungo torpore letargico che gli aveva addormentato per anni la mente, trasformandolo in un automa sonnambolico del regime: l’incendiario numero 451. Montag, con suo gran stupore, si scopre allora un ribelle, un pericolo per lo Stato e la comunità, in quanto detentore e lettore di libri, quegli stessi libri che Montag aveva il compito di bruciare ogni giorno nel rogo quotidiano della carta stampata, ma anche quegli stessi libri che «hanno cucito le pezze dell’Universo per mettere insieme così un mantello di cui rivestirci».

Sovversivo, ricercato, latitante, in una folle corsa verso la liberazione, Montag scopre che sono in tanti come lui: intellettuali, artisti, uomini di cultura, professori, costretti a vivere ai margini della civiltà. Amanti dei libri ma impossibilitati a tenerli, in quanto reato capitale, si sono trasformati loro nei libri stessi, libri in persona, grazie all’enorme e silenzioso potere della memoria: «vagabondi all’esterno, biblioteche dentro».

Eroe romantico, Montag allora non è solo l’incendiario pentito e rivoluzionario ma rappresenta e incarna la miccia di speranza dura a morire – la Fenice –  che sempre abita l’uomo.

Ma questa è la cosa meravigliosa dell’uomo: che non si scoraggia mai, l’uomo, o non si disgusta mai fino al punto di rinunciare a rifar tutto da capo, perché sa, l’uomo, quanto tutto ciò sia importante e quanto valga la pena di essere fatto.

E così la cultura si afferma in tutto il suo valore liberativo, in grado di emancipare, un’ancora di salvezza a cui aggrapparsi per non andare a fondo sotto la superficie di parvente calma piatta di ogni mare totalitaristico.

Frequentatore di generi, Ray Bradbury qui dà prova di essere in grado di maneggiare la materia letteraria con sapienza e abilità, trasformando un romanzo di impianto fantascientifico in un romanzo d’amore. Fahrenheit è in fondo una grande e commovente storia d’amore: amore verso i libri, la cultura, la libertà e, prima di tutto, verso il prossimo. L’amore è infatti il primo grande principio, in quanto incontro di due essenze, che porta come fine ultimo alla maturazione, la compenetrazione di alterità che, addizionate, racchiudono una forza elevata alla doppia potenza.

La sua mente sarebbe finalmente maturata e un giorno non sarebbe stato più Montag, il vecchio gli diceva, lo assicurava, gli prometteva. Sarebbe stato Montag-più-Faber, fuoco più acqua, fino a quando, un giorno, dopo che tutto si fosse ben mescolato, avesse ribollito e si fosse decantato in silenzio, non ci sarebbe più stato né fuoco né acqua, ma vino. Da due cose separate e opposte, una terza.

 


FONTI

Ray Bradbury, Fahrenheit, 1966, traduzione di Giorgio Monicelli, Mondadori

Letteratura Rai