Il termine totalitarismo indica la tendenza di un regime verso un dominio assoluto e incontrastato della vita politica e amministrativa. Fu usato per la prima volta negli anni Venti, dagli oppositori liberali e socialisti italiani, per definire l’ascesa del fascismo e la sua sprezzante politica nei confronti delle minoranze e dei fondamenti della democrazia. Giovanni Gentile, teorico del fascismo, cercherà successivamente di trasformare il concetto di totalitarismo in un’apologia dello stato totale fascista in cui lo stato è sintesi di ogni individuo, della sua libertà e spiritualità e, in questo senso, una forma estrema di “stato etico”. Sulla stessa falsariga, anche la presa del potere di Hitler in Germania col nazionalsocialismo verrà definita da Joseph Göebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, una rivoluzione con l’obiettivo di creare uno stato totalitario in ogni ambito della vita pubblica.

Durante gli anni Trenta prenderà avvio tra gli intellettuali europei anche la caratterizzazione totalitaria, in senso negativo, del regime sovietico e monopartitico di Stalin. Le prime definizioni totalitarie dello stato comunista che monopolizzava tutte le istituzioni e la gestione del potere politico, economico e culturale in una casta di burocrati staliniani, rivelavano lo stravolgimento delle finalità originarie della rivoluzione di Lenin. Tradita nella sua ambizione socialista e contro il modello capitalistico, la Russia si presentava in quegli anni come una nuova forma di tirannia, molto simile a quelle naziste e fasciste che facevano perno su personalità forti e carismatiche tese a costituire uno stato oppressivo e accentratore.

Le riflessioni dopo il conflitto mondiale negli anni Cinquanta riportarono in auge il concetto politico e filosofico di totalitarismo attraverso l’opera della scrittrice americana di origine ebraica Hannah Arendt col suo saggio Le origini del totalitarismo. Nel suo libro, la Arendt sostenne la tesi che sia il regime di Hitler sia quello di Stalin potevano fornire il riferimento storico concreto della categoria del totalitarismo, spiegabile oltre i parametri della politica, dell’etica o della filosofia. A partire dal concetto dello stato-nazione in cui le minoranze etniche – in particolare quella ebraica – non avevano pari diritti e dignità rispetto agli altri cittadini, il totalitarismo si impose come strumento di potere che andava oltre il dispotismo e la dittatura. Esso si realizzava attraverso la concentrazione massima di tutti gli ingranaggi del potere nelle mani di un solo capo e di una ristrettissima cerchia di collaboratori che, di fatto, sostituivano lo stato e le sue istituzioni.

Per la Arendt il totalitarismo fu una forma politica radicalmente nuova e diversa dalle altre forme conosciute di regimi autoritari del passato, basati sul potere personale. Un aberrante progetto politico che aveva portato, al proprio apice, il concetto di società di massa, con la trasformazione e la subordinazione della vita privata degli individui nella vita politica attraverso il pensiero ideologico indotto con il terrore. Con la pretesa di costituire una forma superiore di legittimità, distaccata dalla realtà, i regimi totalitari costruirono un mondo fittizio in cui si cancellava l’idea di stato al servizio dei cittadini.

Il totalitarismo che la Arendt riscontrò nei regimi nazisti e stalinisti si differenziava dall’autoritarismo di quegli stati che, seppur violenti, si servivano ancora dei mezzi di potere tradizionali che miravano all’obbedienza ed al silenzio degli oppositori. Regimi fascisti come quelli di Mussolini in Italia, Franco in spagna o Salazar in Portogallo mantennero ancora una forma di legalità che fu totalmente abolita nel nazismo e nello stalinismo, che si ponevano con le loro ideologie al di sopra della legge e dei suoi limiti. Infatti, il fulcro del funzionamento totalitario si identificò nel campo di sterminio e nei gulag come strumento di annientamento giuridico-morale umano e di eliminazione fisica che, per la Arendt, fa da spartiacque tra un regime totalitario ed uno autoritario di “semplice” dittatura.

Il lager diventa quindi lo strumento ideologico della distruzione sistematica della diversità e della pluralità individuale come teoria della cancellazione di ogni legge e valore umano. Si tratta di un modello di deterrente al negativo per sistematizzare la produzione uniformata di un tipo di genere umano inteso come “ideale sociale del regime”, poiché solo tramite l’azzeramento delle coscienze è possibile il dominio totale sull’uomo. Lo scopo dei campi non è quindi quello di punire o prevenire gli ipotetici “crimini” contro il regime, ma di operare un definitivo sradicamento dal tessuto sociale della dissidenza. L’uso della polizia segreta, delle deportazioni di massa e della banalizzazione della morte altrui diventano pratiche e procedure funzionali al progetto totalitario ed al venir meno della tradizionale distinzione tra stato e società civile. Un apparato generato dall’irrazionale progetto di uccidere non un nemico che minaccia o combatte, ma persone indifese che avevano la sola colpa di fuoriuscire dai parametri di umanità stabiliti dal regime.

Nonostante i tragici e inevitabili epiloghi della caduta dei regimi totalitari nazista e stalinista, la storia ci ha presentato un altro esempio di totalitarismo perfetto nel terrificante esperimento di ingegneria politica della Cambogia di Pol Pot dal 1975 al 1979. Si trattava del folle utopismo rivoluzionario di impronta comunista che si pose l’obiettivo di distruggere completamente una società per costruirne una ex-novo attraverso l’uso del terrore come strumento di indottrinamento ideologico. La soppressione di ogni forma di proprietà privata e di qualsiasi idea e pensiero differente ai dettami del regime dei khmer rossi, orientato al puro ideale comunista, scatenò in un breve periodo un genocidio di proporzioni inaudite.

Anche in questo caso l’annullamento dell’individualità personale, per adeguarsi totalmente ai principi del partito comunista cambogiano, passò attraverso i lager e il più famigerato S-21 in cui si sono compiute le più terribili atrocità. L’ideologia del regime totalitario di Pol Pot si spinse fino ad abolire la nozione di coscienza individuale, nell’intento di cancellare ogni traccia della vecchia società attraverso il massacro, l’epurazione e uno sterminio di oltre un milione e mezzo di cittadini (secondo le stime più conservative): cifre pari al 25% dell’intera popolazione. La furia ideologica degli khmer non si limitò ad eliminare solo i collaboratori del vecchio regime filo-americano, ma per realizzare il loro progetto attuarono uno spaventoso sterminio di massa e la distruzione di qualsiasi istituzione esistente, giuridica, religiosa ed economica. In questo folle progetto rivoluzionario, che prevedeva lo svuotamento delle città e una collettivizzazione agricola forzata, ebbero un ruolo determinante i bambini e i ragazzi in qualità di aguzzini e guardiani di una utopica ortodossia.

L’assurdità finale di questo evento tragico fu la mancanza di un vero processo per genocidio e di crimini contro l’umanità, di fatto cadendo nell’oblio. Solo nel 2006 con il patrocinio delle Nazioni Unite venne istituito un tribunale speciale per le atrocità commesse dagli khmer rossi che, tuttavia, in oltre dieci anni ha emesso solo tre condanne definitive.

Khmer Rouge Tribunal

Da queste esperienze emerge il paradosso, ancora di difficile interpretazione, di società che riescono a coniugare guerra e omicidio, razzismo di stato e servitù volontaria dei cittadini, proiettati nell’esecuzione irrazionale di un potere totalitario che interagisce sul piano delle idee. Anche il riferimento filosofico all’utopia totalitaria di Platone e della sua Repubblica, indicata come radice culturale e storica del totalitarismo da Karl Popper nel suo saggio del 1945 La società aperta e i suoi nemici, scatenò un ampio dibattito intellettuale.

La tesi di Popper che tentava di dare una spiegazione dell’origine del totalitarismo intervallano della cultura e della tradizione occidentale, faceva infatti riferimento al modello della Repubblica. Platone proponeva uno stato di stampo comunistico, con l’abolizione della proprietà privata, che voleva organizzare totalmente la vita dei cittadini, la cui esistenza non aveva valore di per sé ma solo in funzione dello stato. Inoltre, assegnava allo stato anche la funzione eugenetica di scegliere gli individui adatti all’accoppiamento, ai fini di una discendenza perfetta. Temi e suggestioni che indubbiamente fecero presa sul regime nazista (gli ufficiali tedeschi tenevano nel loro zaino una copia della Repubblica) e su quello cambogiano (Pol Pot studiò Platone alla Sorbona di Parigi), ma non sufficienti a razionalizzare e giustificare, intellettualmente prima che moralmente, le aberrazioni prodotte da questi regimi.

 

 

Fonti:

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, trad. di A. Martinelli, Einaudi, Torino, 2004.

Simona forti, Il totalitarismo, Laterza, Bari, 2015.

Rithy Panh, L’eliminazione, trad. di s. Ballestra, Feltrinelli, Mila, 2014.

Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici. Platone totalitario, Vol. 1, trad. di R. Pavetto, Armando editore, Roma, 2018.