Quando Robert Levy arrivò per la prima volta a Tahiti, nel 1961, venne subito a conoscenza di un fatto particolare: il numero di suicidi, nelle isole polinesiane, era estremamente più elevato che nel resto del mondo. L’antropologo, pur incuriosito dal fenomeno, non riuscì a trovare subito una spiegazione; dovette aspettare il secondo periodo di studio trascorso nell’arcipelago, dal 1964 al 1966, per capire cosa affliggeva così tanti isolani al punto di togliersi la vita. 

Scoprì, con suo grande stupore, che in Reo Tahiti, la lingua tradizionale polinesiana, non esiste alcuna parola per definire la sofferenza psicologica. Gli isolani provavano come qualsiasi altro essere umano profonda tristezza, depressione, malessere interiore; tuttavia mancavano loro gli strumenti semantici per definire tale condizione dello spirito, che dunque non riuscivano a comprendere, né tantomeno a comunicare.

La vicenda portò Levy a coniare una nuova parola, tuttora utilizzata in semantica e psicologia, ovvero ipocognizione, per indicare la condizione di chi non ha le parole necessarie per definire la propria vita interiore e parlarne con altre persone. Parallelamente, fornì al mondo una plateale dimostrazione del fatto che il peso della depressione, e delle patologie psichiatriche più in generale, è tanto più opprimente quanto meno se ne parla ad altre persone – vuoi per l’impossibilità di farlo o per la vergogna  di mettere a nudo le proprie debolezze.

E ancora oggi, secondo la DBSA, Depression and Bipolarism Support Alliance, più del 60% di chi è affetto da depressione non cerca – e dunque non riceve – supporto appropriato. Il dato, già preoccupante di per sé, assume tutt’altra proporzione se lo si affianca ad un’altra statistica, quella relativa all’aumento delle diagnosi: tra il 2013 e il 2016, infatti, il numero di millennials che soffrono di depressione o ansia è cresciuto del 55%. Spostando il focus sui soli adolescenti, spaziando quindi dai 12 ai 18 anni, il numero è un ancor più pesante 67%. E sebbene anche nelle fasce più anziane della popolazione sia stato registrato un aumento delle diagnosi, l’incidenza è nettamente minore. 

Il quadro restituito da queste percentuali, insomma, è fin troppo chiaro: sempre più giovani e giovanissimi sono depressi, e due su tre non parlano dei propri problemi a nessuno, nemmeno  ai genitori o agli amici. Ma quali sono le cause di quella che ormai può essere definita un’emergenza a livello globale?

Il maggior responsabile, com’è prevedibile, sembrano essere i social network. Secondo lo scrittore e motivatore inglese Simon Sinek, infatti, i giovani cercano rifugio dalle insicurezze e dalle difficoltà quotidiane su Instagram e Facebook: l’unico risultato è quello di ricevere – nella migliore delle ipotesi – una gratificazione solo temporanea; il grosso rischio, invece, trovarsi di fronte coetanei più belli, ricchi, e famosi, e sentirsi così ancor più inadeguati. 

E c’è un altro problema nascosto nei social – continua Sinek – e cioè il fatto di porre filtri tra le persone, rendendo troppo facile nascondersi dietro una maschera, un profilo creato ad hoc per nascondere le proprie fragilità, rimandando ad un “poi” indefinito il momento di affrontarle per cercare di superarle.

Ma i portali in cui condividiamo buona parte delle nostre vite potrebbero non essere gli unici responsabili da additare, almeno per quanto riguarda la sofferenza dei millennials. È ormai assodato, infatti, che l’università e il lavoro sottopongono i giovani a pressioni molto pesanti; pressioni che diventano quasi insostenibili nel momento in cui non sono seguite da un appagamento – sia esso la certezza di avere un lavoro dopo gli studi, o il ricevere una retribuzione equa e dignitosa se si è riusciti a trovare un impiego.

Una ricerca condotta nelle università inglesi ha rivelato che, nel biennio 2014-2015, 1180 studenti hanno abbandonato l’università dopo essersi scontrati con forti ansie ed episodi depressivi. Cinque anni prima, nel biennio 2009-2010, erano stati solo un quarto. E il numero di studenti che abbandona effettivamente gli studi rappresenta solo una minima frazione di chi si trova a fare i conti con problemi di salute mentale.

La portata del problema è tale da aver spinto uno dei maggiori quotidiani al mondo, il Guardian, ad inaugurare una rubrica online dal titolo “Mental health: a university crisis”, aggiornata periodicamente con ogni nuovo articolo che affronta il delicato tema.
Sembra che anche le università, seppur non tempestivamente, si stiano impegnando per affrontare l’emergenza dall’interno. Sempre più facoltà, italiane ed estere, offrono ai propri studenti aiuto psicologico qualificato e con la giusta garanzia di assoluta riservatezza. 

Anche l’opinione pubblica, fortunatamente, è sempre più attenta al tema, grazie anche ai personaggi famosi che trovano il coraggio di raccontare le proprie esperienze: gli ultimi di questa lunga lista sono Bruce Springsteen, Dwayne Johnson e J-Ax.

La strada da fare per sconfiggere le malattie mentali è ancora lunga, e stando ai report dell’OMS l’emergenza è destinata a peggiorare nei prossimi anni: la depressione è stata addirittura ribattezzata “malattia del secolo”.

Noi però, a differenza dei tahitiani, abbiamo la possibilità di raccontare i nostri problemi. Ai genitori, agli amici, allo sportello di ascolto della nostra università, a psicologi e psichiatri qualificati. La depressione si può combattere, e parlarne è il primo passo da fare!