Era il XVII secolo quando il metodo sperimentale cominciava ad affermarsi nel panorama scientifico, grazie soprattutto agli sforzi di Galileo Galilei. In particolare, sotto la voce Scienza della sua enciclopedia, l’istituto Treccani riconosce proprio al fisico pisano il merito di averla concepita come: sintesi di esperienza e ragione, acquisizione di conoscenze verificabili e da discutere pubblicamente (e quindi libera da ogni principio di autorità). Un concetto dal forte sapore democratico, in un’accezione che vale la pena riscoprire, seppur con le dovute cautele.

Rigore e scienza moderna

Dall’antica Grecia fino agli albori dell’empirismo, la storia della scienza è rimasta strettamente intrecciata a quella della filosofia: le due discipline si occupavano della natura, del suo suo ordine- in greco antico il κόσμος- e di quali potessero esserne le leggi. Verranno distinte in modo più deciso solo in concomitanza con la rivoluzione scientifica, quando a perno di ogni teoria assurgerà l’osservazione, l’esperienza appunto, dando così i natali alla scienza moderna (XVI-XVII secolo). Per dirla col celebre Hypotheses non fingo newtoniano:

“Qualunque cosa non deducibile dai fenomeni va chiamata ipotesi; e nella filosofia sperimentale non trovano posto le ipotesi.”

Autorità

La notevole portata di questo nuovo pensiero è nelle sue conseguenze: la validità di una teoria scientifica non dipende dall’autorità che la avanza, ma dai dati che la sostengono e la dimostrano.

Neanche la legittimazione del potere in uno Stato democratico può venire da un’autorità superiore, ma solo dai cittadini che ne fanno parte. In questo senso, sia i membri della comunità scientifica sia i cittadini sono considerati pari nei loro rispettivi contesti. E lo sono tanto nei diritti, quanto nei doveri: rispettare norme e linee guida in un caso, leggi e limitazioni nell’altro.

Limiti e democrazia

Tralasciare questa faccia della medaglia conduce a un errore abbastanza frequente: considerare la democrazia come un sistema fatto di soli diritti, in cui si decide per alzata di mano e la maggioranza ha dominio incontrastato. Già per i pensatori greci, invece, questa va sotto il nome di oclocrazia- il governo della folla– e rappresenta la degenerazione di un ordinamento virtuoso. Lo storico Polibio, riprendendo teorie comuni a Erodoto, Platone e Aristotele, scrive esplicitamente:

“Non è democrazia quella nella quale il popolo sia padrone di fare qualunque cosa desideri […]. Quando questa, a sua volta, si macchia di illegalità e violenze, col passare del tempo si afferma l’oclocrazia.”

Anche Aristotele, nel distinguere le forme di democrazia, precisa:

“Dove le leggi non sono sovrane, ivi appaiono i demagoghi, perché allora diventa sovrano il popolo la cui unità è composta di molti, e i molti sono sovrani non come singoli, ma nella loro totalità. […] Un popolo di tal sorta, in quanto signore assoluto, cerca di esercitare la signoria perché non è governato dalla legge, e diventa despotico.”

È per seguire il bene comune e non quello di un gruppo – per quanto maggioritario – che le democrazie moderne sono approdate alla tutela delle minoranze e a ben precise limitazioni, volte proprio a garantire i diritti di tutti.

Accessibilità

Ulteriore punto di contatto e confronto tra scienza e democrazia si trova nell’accessibilità, oggi in crescita soprattutto grazie alle nuove tecnologie.
Internet e i sistemi open access aprono le porte della letteratura scientifica a studenti e operatori scientifici, nonché al grande pubblico; per i primi si tratta di una grande comodità, per il secondo è una novità assoluta.

Quanto allo Stato democratico, è già una sua prerogativa quella di dare a tutti i cittadini le stesse possibilità di partecipazione: si tratta, cioè, del principio di equità. Sotto l’art. 3 della Costituzione italiana si legge:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Il progresso tecnologico sta spingendo la democrazia anche oltre, arrivando addirittura ad affiancarle la parola diretta. Un attributo che non è del tutto nuovo e che ora rappresenta un obiettivo da un lato allettante, con l’accorciarsi delle distanze tra istituzioni e popolo, ma dall’altro impegnativo, vista la complessità crescente della società.

Così, a nuove possibilità corrispondono nuovi quesiti, talvolta anche di natura etica: fino a che punto è possibile – o è giusto – spingersi in questa sempre più larga libertà? La sfida è comune alla nostra strana coppia. Paradossalmente, la ricerca di risposte può ripartire dalle limitazioni, considerabili come paletti che tengono teso questo elastico in espansione e al contempo ne definiscono la portata, evitando che si spezzi.

Due mondi diversi

Infine, a distanziare definitivamente scienza e democrazia è proprio la declinazione pratica delle regole del gioco: simili nella teoria, si realizzano poi in modo diverso.

Ad esempio, le modalità operative sono differenti. Sia politici che scienziati si occupano di temi specifici, i quali richiedono competenze e specializzazione. Mentre però la scelta dei primi avviene a suffragio universale, in nessun frangente i secondi contemplano metodi decisionali simili nella revisione delle varie teorie. Per quanto esperti, non esprimono preferenze, è solo l’evidenza a dettare legge.

Non solo, in ambiti diversi sono inevitabilmente diversi anche i cosiddetti giocatori: comunità scientifica e cittadini di un certo Stato non sono certo intercambiabili, così come non sono intercambiabili i rispettivi diritti e doveri, i rispettivi compiti e le rispettive competenze. Le due platee degli aventi diritto, insomma, non vanno confuse.

Oggi, per contrastare questa eventuale confusione, spesso si dice che la scienza non è democratica. Lo si fa, però, impropriamente, sottintendendo una svalutazione sia della democrazia, sia della rivoluzione scientifica stessa.

Come si è visto, invece, la scienza ha davvero un’impostazione democratica, ed è anche uno dei suoi punti di forza. Sono le rispettive regole a distanziare i due mondi; e, d’altronde, cambiare le regole significa cambiare il gioco.


FONTI
Dizionario di Filosofia ed Enciclopedia Treccani
I. Newton, Principi matematici della filosofia naturale
Polibio, Storie.
Aristotele, Politica.
Costituzione della Repubblica Italiana