Molto spesso i giornalisti, almeno per quanto riguarda l’Italia, si portano con sé il ricordo dell’autorizzazione preventiva e della censura, seppur ovviamente non ci sia più tale costrizione, talvolta sembra quasi che qualche mano potente dall’alto decida ciò che il popolo italiano debba e possa conoscere e ciò che invece è meglio mascherare, impedendo così ai cittadini una fruizione limpida, chiara e sincera delle immense informazioni che ogni giorno ci vengono somministrate.

Il 1° febbraio 2019 il governo ha deciso di revocare la scorta al giornalista d’inchiesta Sandro Ruotolo. Sistematicamente il governo fa un’analisi dei costi che lo stato deve sostenere per garantire la scorta ai ventuno giornalisti che ancora oggi si trovano sotto scorta in Italia. Assicurare una protezione continua, ventiquattro ore su ventiquattro, significa coinvolgere circa duemila agenti tra cui parecchi mezzi blindati, che ovviamente hanno un costo non indifferente. L’analisi viene condotta proprio per capire se il pericolo di morte e le minacce siano ancora un reale problema per i giornalisti coinvolti. Sembra dunque che quest’anno il taglio del personale abbia per un istante sfiorato Ruotolo.

La decisione di affidare una scorta anche a Ruotolo è stata determinata dopo le minacce inviate da parte del capo del clan dei casalesi, Michele Zagari, nei confronti del giornalista dopo che quest’ultimo aveva condotto oltre a precedenti inchieste in merito alla mafia e al sistema dell’organizzazione criminale, un’inchiesta riguardante i rifiuti tossici nella sua terra d’origine, la Campania. Probabilmente aveva ragione Giambattista Vico quando rifletteva sui corsi e ricorsi della storia, sostenendo appunto che la storia fosse un semplice cerchio destinato a ripetersi continuamente. La sorte per i giornalisti, magistrati, imprenditori che trattano o denunciano la mafia è sempre la stessa, destinati alla morte o alla scorta.

Dopo la “sentenza” del governo si è accesa una potentissima polemica in merito a tale fatto, poiché per molti, tra cui lo stesso Ministro del Lavoro Luigi di Maio, un simile provvedimento andava fuori da ogni logica poiché il rischio per il giornalista era davvero serio, tant’è che il 5 febbraio la revoca della scorta è stata sospesa.

Nei cinque giorni trascorsi tra la decisione di revocare la scorta e la sospensione di tale disposizione, il web si è infiammato. Tantissimi appelli e critiche si sono diffusi tra le pagine di Facebook invocando un immediato ripensamento. È come se ognuno ormai ciascuno si sentisse libero di proferire sentenza come se fosse un giudice, indipendentemente dall’autorità alla quale ci stiamo riferendo. Stiamo vivendo un’era altamente digitalizzata, nella quale ciascuno si sente libero di criticare con i peggiori appellativi un ministro, un giornalista o chicchessia. Il giornalismo stesso fatica a sopravvivere in un’Italia fatta ormai da milioni di giustizieri che sono subito pronti con un commento ad esprimere, con toni spesso poco civili, il proprio pensiero.

Interessante in questo senso l’intervista rivolta al direttore dell’Espresso Marco Damilano, in cui egli esprime il suo rammarico nel vedere quanto sia difficile il mestiere di giornalista, in un mondo e in un’Italia in cui le notizie circolano alla velocità della luce, senza che ci sia il più delle volte una reale contestualizzazione di tal fatto o tale evento. Damilano si è espresso proprio in merito alla difficoltà di svolgere questo mestiere, poiché secondo il Direttore un giornalista ha il compito di cercare in prima persona le notizie e diffonderle al pubblico con un’adeguata contestualizzazione, in modo da permettere al lettore di capire entro un’ottica generale gli eventi; il giornalista deve svolgere un compito arduo, affrancato da qualsivoglia posizione politica per dare al pubblico un’immagine veritiera.

Appunto per questo giornalisti come Sandro Ruotolo hanno bisogno della scorta. Si parla spesso dell’articolo 21 della nostra Costituzione, dunque di libertà di parola, di espressione e di pensiero, eppure nell’indice della libertà di stampa, classifica mondiale annuale in cui si valutano i paesi in base alla libertà di stampa e pubblicata da Reporter senza frontiere, l’Italia non occupa una brillante posizione, infatti nel 2018 ha guadagnato la quarantaseiesima posizione. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere, ma che in fondo riflette perfettamente una realtà in cui siamo costretti a vivere, una realtà fatta di paura e ripercussioni quando ci si addentra nel tema troppo scomodo e pericoloso della mafia.