«Adesso il successo è sdoganato dai sensi di colpa. Anzi, è diventato un must. Arride, ancora soprattutto, a signore un po’ sovrappeso che scrivono in inglese. L’ultima è Mrs. E. L. James, al secolo Erika Leonard. Ma le sue 50 sfumature di grigio, di nero e di rosso, non raccontano la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare, raccontano il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico. I tempi sono cambiati? Sì, sono cambiati. E in peggio.»

Così scrive Lidia Ravera nella Prefazione della ventisettesima edizione italiana di Paura di volare, di Erica Jong. Pubblicato nel 1973, in un periodo in cui le donne avevano ottenuto l’emancipazione sulla carta ma ancora molti passi dovevano essere fatti dal punto di vista dei sostrati culturali e delle pressioni sociali, tale romanzo ottenne un successo strepitoso, schizzando in breve tempo in vetta alle classifiche. Elemento fondante di tutta questa popolarità e della sua non scontata importanza dal punto di vista storico non è tanto il fatto che si parli in maniera esplicita di sesso. No, piuttosto l’evento inaudito è che sia una donna a farlo: una donna con dei desideri sessuali, capace e, addirittura, vogliosa di orgasmi.

La trama, in realtà, è abbastanza semplice: Isadora Wing ha ventinove anni, ed è sposata con uno psichiatra discepolo delle teorie di Freud. Benché l’intesa sessuale tra i due sia molto forte, il loro matrimonio è infelice, e la stessa Isadora ammette di essersi gettata tra le sue braccia per dimenticare il trauma del primo marito. Proprio a una conferenza di psichiatri, Isadora conosce Adrian, psicoanalista che segue le orme di Ronald Laing e, dopo i primi tentennamenti, decide di scappare con lui. Con Adrian, al contrario, l’intesa sessuale è pessima, ma dal punto di vista delle affinità, i due si ritrovano alla perfezione.

Erica Jong nel 1984

Il dramma sentimentale che Isadora vive la porta a riflettere sul suo passato, in cui aneddoti dell’infanzia e della prima giovinezza si mescolano in una narrazione che non procede in senso lineare rispettando un percorso cronologico, ma si articola attraverso riflessioni intime e piccole storie quotidiane, associazioni logiche e tematiche, il tutto intervallato da brevi epigrafi all’apertura di ogni capitolo, inerenti sia alla condizione umana che a quella prettamente femminile. Così, attraverso gli snodi della memoria che si intreccia al presente della storia, si rivela la personalità della protagonista, amante della letteratura e pensatrice, passionale e tuttavia insicura.

Il tema dell’insicurezza viene vissuto come qualcosa di intimo e connaturato, ma le sue radici culturali e sociali vengono esplicitate, sbattute in faccia: sono quelle da cui Isadora cerca disperatamente di liberarsi. Perché, nonostante sulla carta si sia liberi, una donna non è padrona di essere per se stessa, di essere sola, artefice del proprio destino. Non è libera di avere desideri sessuali, di masturbarsi, di raggiungere l’orgasmo. Di vivere senza la presenza di un uomo. O di vivere barcamenandosi tra relazioni non binarie. Di lasciare un posto sicuro perché insoddisfatta della propria esistenza. Isadora cerca di rimanere fedele a se stessa, di scoprire la radice di insicurezza che riposa nel suo inconscio: un vuoto cosmico che chiede di essere riempito. Alla fine, la scoperta che quel vuoto che si cerca di sopperire immaginando l’altro, buttandosi tra le braccia dell’altro, circondandosi di presenze alle volte anche distruttive, può essere colmato solamente con se stessi.

Paura di volare è la storia di una donna che impara una sconcertante eppure banale verità, e cioè che gli esseri umani sono cinti da una solitudine che non può essere riempita in maniera definitiva. Al tempo stesso, i suoi desideri, le sue voglie, sono giuste: può lasciare il marito per cercare la felicità, può trovare un posto nel mondo e nel panorama culturale soltanto grazie a se stessa, può fare pace con le proprie contraddizioni senza per questo rassegnarsi a vederle frustrate di continuo. Centrale è la tematica del sesso, proprio perché il piacere femminile è considerato un tabù ancora più peccaminoso di quello maschile; perché la sfera affettiva e sessuale è quella dove le ultime vestigia di potere patriarcale rimangono intatte e imperanti. Poter parlare in prima persona della propria vita sessuale, in questa prospettiva, corrisponde a una vera e propria trasgressione, uno spezzarsi di vincoli arrugginiti.

Questa storia di autodeterminazione, sessuale e non, di accettazione della propria autonomia ha senso ancora oggi. In un primo tempo siamo infatti portati a pensare che, ormai, il femminismo abbia fatto passi da gigante, addirittura che non sia più necessario: è possibile abortire (in teoria), se si diventa madri single non si sarà mal viste da tutto il vicinato (o quasi), si possono lasciare nella più totale tranquillità i partner (talvolta con lo spiacevole inconveniente di venire barbaramente uccise, ma dettagli), le donne possono addirittura ambire a posizioni di potere politico (anche se i principali media locali e nazionali si focalizzeranno sull’abbigliamento più che sulle azioni).

In realtà, ironie a parte, la situazione nel 2018 certamente è cambiata, ma non così tanto come ci piacerebbe credere, come dovrebbe in effetti essere. Quando Lidia Ravera scriveva la sua Prefazione, la trilogia delle 50 sfumature aveva appena raggiunto il suo apice, fomentando orde di giovani donne incapaci di comprendere perché quello che leggevano fosse l’apologia della relazione abusiva, la concretizzazione letteraria del pensiero misogino, la retromarcia inaspettata dopo tutte le lotte e le conquiste avvenute a partire dal secondo dopoguerra. Questo successo, strepitoso quanto quello che aveva raccolto Paura di volare nel 1973, in realtà ci dice moltissimo sulla situazione attuale, e cioè sull’esistenza di una cultura che, lungi dall’essere debellata, per anni è rimasta nascosta tra le assi del pavimento, sotterranea e silenziosa, e suppura troppo spesso in atti di feroce violenza.

Che vi sia un problema ad accettare il fatto che le donne siano persone autosufficienti, dotate di volontà propria, con il diritto di rendersi artefici del proprio destino, è un dato di fatto. Un’ulteriore prova è data dai tentativi che si stanno svolgendo in questi mesi, sotto i nostri occhi, affinché tutta la società che con fatica abbiamo costruito faccia passi indietro: che le donne non possano più lasciare il proprio marito in libertà; che non possano più abortire in sicurezza; che non possano più scegliere per se stesse il loro destino.

In una situazione come questa, leggere Paura di volare è un atto di ribellione. Significa riaffermare il potente significato che trasmette, e cioè che non abbiamo bisogno di nessuno per essere noi stesse. Nessun «uomo sotto il letto», nessun marito, nessun padre ha il diritto di impedirci di scegliere come essere, come vogliamo vivere. Possiamo liberarci di tutto il sostrato antico che abbiamo innestato nel cervello, possiamo vivere libere e seguire i nostri sogni, i nostri desideri. Anche se abbiamo paura, possiamo volare.

«Che cosa volete, donne? Se l’è chiesto anche Freud ma non è riuscito a concludere granché. In che modo vi piace fare all’amore? Volete un uomo che vi lecchi la figa quando avete le mestruazioni? Un uomo che vi baci la mattina prima che vi siate lavate i denti e non dica ”Puah!”? Un uomo che si metta a ridere con voi quando spengono le luci?
Un cazzo duro, ha detto Freud, supponendo che le donne lo volessero perché lo volevano gli uomini. Un cazzo grosso, ha detto Freud, supponendo che quella che era un’ossessione maschile fosse un’ossessione femminile.
Fallocentrico, ha detto qualcuno di Freud. Credeva che il sole ruotasse intorno al cazzo. E anche le figlie

 


FONTI

E. Jong, Paura di volare, Bompiani, 2014

E. L. James, 50 sfumature di grigio, 50 sfumature di rosso, 50 sfumature di nero, Mondadori