Talvolta le canzoni rodono la testa come tarli. Motivetti sorti chissà come e tuttavia quasi impossibili da allontanare. Ecco che, durante un normale pomeriggio di una tiepida domenica, si affaccia alla mente all’improvviso un ritornello: “Dance, magic dance… Dance, magic dance…”.

Il pensiero corre allora ad altre domeniche pomeriggio, quando Italia 1 trasmetteva, appositamente per le famiglie, una serie di film (più o meno noti) sotto il titolo di Fantastiche avventure. Qualcuno magari ne ricorda uno, se non per la trama, almeno per i suoi personaggi: una giovanissima Jennifer Connelly, nel ruolo di un’infastidita baby-sitter innamorata dei libri, e un eccentrico David Bowie, il re dei Goblin invocato perché si porti via il fratellino della protagonista, e poi perché lo rilasci alla sorella pentita.

Labyrinth – Dove tutto è possibile è un musical fantasy che regala al pubblico una delle più belle identità assunte dal musicista britannico David Robert Jones, in arte David Bowie, nel corso della sua carriera. L’alter ego del cantante veste pantaloni attillati, ha gli occhi truccati di nero e lunghi capelli biondi. È l’antagonista, il rapitore, il malvagio da ripudiare. Ma come prendere le distanze da questo nemico ironico, astuto, carismatico e consapevole del fascino che esercita sulla protagonista del film come sullo spettatore?

Mentre Dance, Magic Dance continua a suonare, si susseguono una dopo l’altra tutte le maschere indossate dall’artista. L’esteta, il viso snello di una dolcezza estrema, David Bowie non è solo musica, ma è moda e corporeità. Lui stesso si considera attore, più che musicista: non vuole cantare, ma interpretare ruoli.

La musica non è solo voce, ma è corpo, è fisicità, performance. Così Bowie si diverte di volta in volta a cambiare corpo e a mimetizzarsi. Cerca il suo posto sulla terra, ma intanto vola verso l’universo, come due dei suoi alter ego. Che il cantautore, infatti, nutra per lo spazio un interesse particolare (se non una vera e propria ossessione), non è un segreto.

Da Major Tom a Ziggy Stardust

Major Tom, il primo sostituto, è l’astronauta protagonista del singolo Space Oddity (1969), ispirato al capolavoro di Kubrick, uscito l’anno precedente, 2001 Odissea nello spazio. Corrono allora i preparativi della missione Apollo 11, che avrebbe portato Neil Armstrong sulla luna. Nel frattempo David Bowie fluttua nello spazio completamente solo, con un elmetto e una tuta argentea che luccica nel buio.

Ground Control to Major Tom
Your circuit’s dead, there’s something wrong
Can you hear me, Major Tom?
Can you hear me, Major Tom?

Copertina dell’album del 1972

Chi sia questo astronauta solitario, che ha perso il controllo della propria missione, rimane tuttora un mistero. E il famosissimo Ziggy Stardust, che fa il suo ingresso sulla scena musicale nel 1972, una rockstar aliena ispirata un po’ a Vince Taylor, ma un po’ anche a Jimi Hendrix (“il chitarrista mancino”) e Mick Jagger, non è meno affascinante.

Frontman di un’immaginaria band extraterrestre, gli Spiders from Mars, Ziggy Stardust è un novello Messia che entra in contatto, tramite la radio, con i giovani sulla terra, promettendo loro la salvezza del pianeta.

There’s a starman waiting in the sky
He’d like to come and meet us
But he thinks he’d blow our minds
There’s a starman waiting in the sky
He’s told us not to blow it
Cause he knows it’s all worthwhile

Forse in Ziggy più che in ogni altro, Bowie si identifica: un alieno approdato sul suolo terrestre con una missione impegnativa da portare a termine, vanitoso ed estremamente carismatico.

Evoluzione e morte dell’Alieno

Il personaggio si evolve e nel 1973 diventa Aladdin Sane, il viso chiaro e calmo con la cicatrice rossa e blu che tutti conosciamo.

Aladdin Sane era da una parte un’estensione di Ziggy, d’altro canto era più soggettivo, Aladdin Sane era la mia idea dell’America rock ‘n’ roll. Ero coinvolto in quel grande circuito di concerti e non mi piaceva molto. Perciò inevitabilmente la mia scrittura rifletteva il tipo di schizofrenia che attraversavo. Volevo essere sul palco a cantare le mie canzoni, ma nello stesso tempo non volevo stare su quegli autobus con tutta quella gente strana. Dal momento che sono fondamentalmente una persona tranquilla era difficile venirne a capo. Così Aladdin Sane era diviso a metà.

Cominciamo allora, leggendo le parole del cantante, a intravedere qualcosa dietro la maschera. Tutti quei volti, tutti quei corpi, e al di sotto di essi un uomo spezzato, diviso a metà. Schizofrenia, dal greco “mente scissa”. Ziggy Stardust muore per lasciare spazio a una nuova fase nella carriera e nella vita del cantante, a un nuovo frammento di identità.

L’ottavo album dell’artista, Diamond Dogs (1974), introduce infatti la figura di Halloween Jack, un “tipo davvero cool” che vive nella decadente Città della Fame. Il concept del disco è post-apocalittico e si ispira dichiaratamente a 1984 di Orwell. L’atmosfera si fa cupa, mentre dalla copertina dell’album un inquietante David Bowie mezzo-cane, attorniato da mostri dall’aspetto femminile, ammicca ai propri ascoltatori.

Dal sottile Duca Bianco al Profeta Cieco

Non è ancora finita. Nel 1976 con la pubblicazione di Station to Station nasce il sottile Duca Bianco, un dandy dalla camicia chiara e dal panciotto nero. Algida e ieratica, la figura del Thin White Duke è per molti la vera faccia di Bowie, allora alle prese con una strenua lotta contro la tossicodipendenza. Uno zombie raffinato, un odioso superuomo dalle credenze fasciste.

Certo è che, tra extraterrestri, seducenti goblin ed esteti carismatici, penetrare il mistero David Bowie resta difficile. Forse è vero quello che scriveva Shakespeare, forse tutto il mondo è teatro e a ciascuno di noi tocca recitare un ruolo su quello che è un immenso palcoscenico. Il problema (ma anche il fascino) dell’artista britannico sta tuttavia non nell’interpretare con maestria una performance, ma nel riuscire a interpretarne mille, nell’incarnare ruoli sempre più diversi e inaccessibili.

Chi c’è, sotto la maschera? Chi sei, Duca Bianco?

Prima di spegnersi all’età di 69 anni, il 10 gennaio del 2016, Bowie ha compiuto un’altra metamorfosi, l’ultima, forse la più complessa. L’album Blackstar, il venticinquesimo, è stato giustamente considerato un testamento per i fan, un canto del cigno.

Il cantante è steso a letto, malato e bendato, con dei bottoni sugli occhi. Lazzaro nel Vangelo risorge, mentre nel videoclip David Bowie si alza e scompare traballando dietro le ante di un armadio, in fuga dalla morte.

Look up here, I’m in heaven
I’ve got scars that can’t be seen
I’ve got drama, can’t be stolen
Everybody knows me now

Sotto la maschera c’è un uomo nudo. “Just like that bluebird, oh I’ll be free”. Il terrore di Lazzaro/Bowie inchiodato a letto è di non aver lasciato al mondo abbastanza; c’è la voglia di alzarsi, ma anche l’inquietudine, la malattia, la fragilità che chiude gli occhi. L’artista aveva allora deciso di mettere fine alle cure contro il cancro. Con Blackstar mette fine anche alla musica, regalandoci un’uscita di scena degna di un attore. La straordinarietà del cantautore sta infatti nell’aver messo in scena la propria morte e, perché no, la propria resurrezione.

La carriera di Bowie si apre con una grande suggestione per il cult 2001 Odissea nello Spazio. Forse è azzardato richiamarne il finale, forse no. Ora il protagonista del film, divenuto al termine di un memorabile viaggio spaziale in grado di osservare dall’esterno i diversi stadi della propria vita, si vede alla fine invecchiato, sdraiato in un letto. Guarda caso, come Lazarus.

Il vecchio David Bowman vede se stesso morire e rinascere in forma di enorme feto cosmico che fluttua nello spazio. Il superuomo di Nietzsche.

Ecco che, nell’accostare il cinema alla musica, mi piace pensare a Lazarus non come a un addio, ma come all’inizio dell’ennesima metamorfosi, l’ultima, quella più elevata. Mi piace pensare all’uomo dai mille volti e dai mille corpi, perennemente affascinato dallo spazio, come a un David Bowman che muore e risorge in forma di oltreuomo, di creatura superiore.

David Bowman. David Bowie. Chissà che non ci guardi da lassù.