Una bambola Voodoo penzola, appesa per il collo, dallo statino di fronte alla batteria. Passa inosservata come un crocefisso attaccato al muro di una chiesa, tutti sanno che è lì, ma nessuno, forse per abitudine, se ne rende davvero conto. Controlla dalla sua postazione il clima del Teatro della Santeria Toscana 31, il magnifico locale milanese dalle atmosfere magiche, dove mercoledì 27 febbraio stanno per esibirsi gli I Hate My Village, come si può intuire dai vinili e dalle T-shirt scritte a mano dalla band, vendute in edizione limitatissima sul banchetto del merchandising.

T-shirt edizione limitatissima

A imbrattare le magliette con firme e scritte goliardiche è la superband composta da Adriano Viterbini (Bud Spancer Blues Explosion), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Alberto Ferrari (Verdena) e Marco Fasolo (Jennifer Gentle). Come un vero e proprio luogo di culto, un religioso silenzio regna nella sala concerti. Sotto il palco i più timorati quasi non si muovono, c’è chi chiacchiera col vicino: «Noi arriviamo da Brescia, abbiamo visto il primo concerto e abbiamo deciso che non potevamo mancare anche a questo, tanto che siamo entrati con un timbro falso perché erano finiti i biglietti». In fondo, vicino al bancone, Umberto Maria Giardini (Moltheni) assiste silenzioso in disparte. Poco lontano c’è il fratello di Alberto, Luca Ferrari (Verdena), che con il suon nuovo taglio di capelli alla Beatles è irriconoscibile. Giunto ad ascoltare il collega c’è anche Roberto Dell’Era (Afterhours), vediamo Veronica Lucchesi (La Rappresentante di Lista) con il suo copricapo arabo, e Bianco, arrivato da Torino. Il silenzio è spezzato dal suono del verso delle galline che viene diffuso dalle casse sopra il palco. Cioè, a dirla tutta è la registrazione di una voce (che somiglia moltissimo a quella di Alberto Ferrari) che imita il verso dei pennuti razzolanti nel pollaio, quando la band sale sul palco tra gli sguardi confusi del pubblico, che entra in uno stato di trans.

Polli
Un’amplificazione come blues comanda

Il concerto si apre con i ritmi sghembi di Presentiment. Marco Fasolo, al basso, occupa il lato sinistro del palco. Ricorda un defilato e impeccabile John Paul Jones che vigila sui suoi colleghi; d’altronde lui è anche il produttore del disco. Alla sua destra Fabio Rondanini sembra aver dimenticato a casa qualche pezzo della batteria, eppure il suo assetto minimale basta a regalarci aritmie da cardiopalmo, e picchia, anche se non sembra dai suoi gesti composti, picchia per davvero, a volte sembra che corra, alternando le braccia a pugni chiusi da dietro la batteria. Ogni tanto recupera i liquidi sorseggiando una lattina di birra. Alberto, sulla destra, si occupa delle distorsioni e ogni tanto emette qualche urlo al microfono, completamente distorto, a ogni verso un verdeniano sussulta. Mantenendo la metafora Zeppeliniana, Viterbini è come Jimmy Page, la sua chitarra è talmente imponente da diventare frontman indiscussa, eclissando a volte gli altri colleghi, ma senza essere esibizionista né eccessiva nei volumi e nei virtuosismi. Tutti amano quella chitarra perché ha una forte vena blues, e il blues è nel cuore di tutti i presenti, che da quello che sembra non hanno meno di venticinque/trent’anni. Le mani sfrigolano dall’impetuosità degli applausi, le gole bruciano delle urla di liberazione alla fine dei brani, alternati dal richiamo all’attenzione ogni volta che qualcuno sul palco sembra stia per dire qualcosa, ma le parole non sono necessarie, da quel pulpito arriva solo musica.

Il suono sincronizzato degli strumenti a volte è così preciso e letale da sembrare una zampata di tigre che stordisce la sua preda prima di divorarsela. Nessuno batte le mani a tempo finché Viterbini non lo richiede, anche Alberto, che fino a quel momento è rimasto troppo composto per i suoi standard quasi con lo sguardo (perdonatemi il termine ma è il più azzeccato) da presomale, si scatena e utilizza il microfono come fosse uno slide per chitarra. Il concerto continua tra i noise e i ritmi composti, le dinamiche impeccabili e la densità dei suoni, le citazioni blues e quelle che arrivano dalla musica africana, tratte soprattutto dall’universo di Bombino e Rokia Traoré, due importanti artisti africani con cui hanno collaborato Viterbini e Rondanini. Ad arricchire la performance anche l’inaspettata esecuzione di Don’t Stop ‘Til you Get Enough dell’intoccabile Michael Jackson, suonata come bis insieme a Tubi Innocenti, pezzo composto nel 2015 insieme a Rondanini, tratto dall’album da solista Film|O|Sound dello stesso Viterbini, e da un secondo bis non previsto, come si nota dalla scaletta, in cui la superband ha suonato Brigh it on Home, prodotta insieme ad Alberto e raccolta sempre nell’album Film|O|Sound. La collaborazione infatti non è casuale, ma rodata da tempo. Il concerto è finito, Alberto ringrazia in inglese, quasi come se il concerto avesse aperto uno varco spazio-temporale tra il 2019 e il la fine dell’Ottocento nelle piantagioni di cotone del nuovo continente, tra Milano e l’Africa nera, e avesse risucchiato il pubblico in un vortice di immagini, suoni e misticismo. Forse anche grazie a quella bambola Voodoo esoterica e silenziosa, chi lo sa.

Foto di Nik Kostov

 

FONTI

Pagina Fb I Hate my Village

Concerto degli I Hate my Village

CREDITS

Immagini del concerto degli I Hate my Village